Cercasi disperatamente indizi di un futuro fantastico al Santarcangelo Festival

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Si entra dopo una lenta coda, mantenendo una distanza di almeno un metro dallo spettatore davanti a noi. Ci viene detto di strappare noi il biglietto, depositiamo il cedolino in una scatola. Siamo invitati a igienizzarci le mani e poi accompagnati da uno dei tanti volontari al nostro posto. Solo qui è possibile toglierci la mascherina dal volto. Qualcosa è decisamente cambiato, in questa edizione del festival di Santarcangelo. Un cinquantesimo anniversario, con la direzione artistica dei Motus, la storica compagnia fondata da Daniela Nicolò e Enrico Casagrande, il cui programma è stato esteso per un anno intero, con l’auspicio che possa compiersi fino alla fine.

«Nel concepire il tessuto drammaturgico di questa edizione, stiamo intrecciando i fili che, dal passato, si immergono nelle tensioni del presente e si espandono verso texture future, anche se l’attitudine a immaginare il domani, pare sempre più affievolirsi», così scrive Daniela Nicolò nel lungo testo nel catalogo che presenta l’edizione del festival.

Nessuno tuttavia si sarebbe aspettato questa accelerazione, l’irruzione di alcuni nuclei caldi del presente che si fanno sentire, dettando le priorità. Una pandemia globale causata dallo sfruttamento del nostro sistema economico sul pianeta. Le proteste per la morte di George Floyd, una comunità vessata e massacrata che decide di far sentire la propria voce.

Questo il futuro che ci attende. Viviamo sull’orlo, i fenomeni ci invadono

Del resto è questo il futuro che ci attende. Viviamo sull’orlo, i fenomeni ci invadono. Tutto dipende da come reagiamo. E ci è richiesto un adattamento rapido, imponderabile, che deve rispondere a un’imprevedibilità degli eventi cui non siamo preparati, ma che probabilmente sarà la nostra dimensione a venire. In un solo mese la programmazione del festival di Santarcangelo è stato totalmente ripensato, impostata su tre momenti diversi.

Una prima parte, durata fino a domenica, che ha messo in campo il migliore programma possibile in un momento in cui viaggiare è complicato e le regole di salute pubblica sono rigide, con Davide Enia, Virgilio Sieni, Fanny & Alexander. Una seconda fase in autunno, che sarà dedicata alle giovani compagnie. Il terzo momento, nel luglio del 2021, con gli ospiti internazionali, che potranno completare un programma concettualmente densissimo.

Enrico Casagrande aveva già fatto parte della direzione artistica del festival, in un altro momento di emergenza, a seguito della rottura tra Olivier Bouin, il primo direttore artistico straniero della manifestazione, e l’amministrazione locale. Rottura che esplicitava uno scollamento tra festival e città, che si è cercato di colmare con il triennio in cui si sono alternati alcuni esponenti della Romagna Felix, Chiara Guidi della Socìetas, Ermanna Montanari del Teatro delle Albe e il fondatore dei Motus, nel 2010 (tutte compagnie presenti in varie forme in questa edizione).

Motus, MDLSX

Dalla stessa intuizione nasceva Marea, un programma di eventi ed atti artistici imprevedibili, «completamente gratuito e fatto negli spazi della collettività, per rimettere l’accento sull’arte pubblica». Uno dei molti eventi rimandati all’anno prossimo, così come il progetto di un grande orto a disposizione di tutti in piazza Ganganelli, il cuore pulsante del festival e della città.

La centralità di questa piazza, del dialogo con la città, è uno snodo imprescindibile della storia del festival. «Quando diventa sindaco Romeo Donati, nel 1970, con lui c’è una giunta di assessori molto giovani che vogliono rinnovare la città. La questione urbanistica è fondamentale. Donati fa il nuovo piano regolatore. C’è un centro storico, molto popolare, transandato, che la nuova giunta vuole tenere così com’è, conservarlo. Si pensa di riattivarlo con delle attività culturali. Una delle idee è quella di fare un festival di teatro».

Roberta Ferraresi, ricercatrice dell’università di Bologna, è la curatrice del libro sulla storia del festival, cui sta lavorando da due anni, con un grande lavoro d’archivio (molti documenti inediti stanno venendo digitalizzati proprio in occasione dell’anniversario) e interviste ai molti testimoni di questa storia. Il libro, così come il documentario dedicato al cinquantenario, verranno presentati l’anno prossimo, vista l’impossibilità di portarli a termine negli scorsi mesi.

«Questo festival lo conosciamo in ogni angolo e su questa dimensione è stato anche ripensare gli spazi, ripensare i luoghi, cercare di rendere i luoghi altri, trasformarli», osserva Daniela Nicolò.

Zapruder, Anubi III

«Ad esempio, a causa della pandemia avevamo bisogno di avere dei luoghi aperti. Abbiamo riconvertito il parco Baden Powell, scoprendo delle potenzialità immense». Il parco ai piedi della collina su cui si sviluppa la cittadina da diverse edizioni ospitava infatti un grande tendone da circo, location dedicata al dopofestival che durava fino a notte fonda. Ora è diventato uno spazio di performance. Qui si è esibita la danzatrice Paola Bianchi, qui ha preso forme la performance ideata da Benjamin Kahn con Cherish Menzo dedicata al corpo e agli stereotipi, in questo spazio si è conclusa la prima fase del festival con l’esplosione queer di MDLSX dei Motus interpretato da Silvia Calderoni. Tutti potentissimi lavori con al centro il corpo, proprio nell’epoca in cui abbiamo scoperto il distanziamento fisico, in cui non ci si può toccare.

Alcune intuizioni sono notevoli. Lo spettacolo di Zapruder, ad esempio, un concerto eseguito da motociclisti amplificando il rumore dei motori, cui si poteva assistere in modalità drive-in, dall’interno della propria auto. Oppure la lettura-performance di Riccardo Benassi e Simon Senn, entrambi all’estero mentre parlano del loro progetto sulla realtà virtuale.

Rimaniamo in attesa del resto del programma. Del lavoro fatto con le scuole di teatro europee e le giovani compagnie all’esordio, che si svilupperà tra l’autunno e l’inverno, «dove per noi è fondamentale il senso del do it yourself che vogliamo trasmettere anche alle nuove generazioni, visto che per noi è stata una scelta quella di autorganizzarci, di lavorare molto fuori dai teatri, di ripensare spazi», raccontano i Motus.

E di quegli indizi di Futuro Fantastico (il titolo del festival di quest’edizione) che andiamo disperatamente cercando. Un percorso ispirato dalle riflessioni dell’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de Castro, che avrà tra i suoi momenti più intensi l’artista di Rio de Janeiro Lia Rodrigues, che da vent’anni lavora nella favela del Maré, il duo tra musica e visual poetry di Moor Mother e Rasheedah Phillips, che mettono in campo una nuova concezione di tempo, il Black Quantum Futurism. E il ritorno in città dei Mutoid, gli eroi cyberpunk che forse meglio di chiunque altro possono accompagnarci in una nuova era.


Immagine di copertina: Benjamin Kahn, Sorry, but I feel slightly disidentified…

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