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22 Giugno 2018

Prendere terra. Riflettendo su Arcipelago Italia

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Arcipelago Italia è il titolo della esposizione ospitata al Padiglione Italia della Biennale di Architettura 2018. Curata da Mario Cucinella, è un viaggio nell’Italia interna articolato in 8 itinerari e 5 progetti.

I progetti sono l’esito del lavoro di studi di architettura, coadiuvati da esperti, ricercatori delle università locali e tecnici dell’ascolto attivo, che hanno proposto interventi in altrettante zone del Paese. I progetti riguardano spazi ibridi, che ospitano produzione e servizi, intendono ricucire parti di città, valorizzare risorse, migliorare l’accessibilità, promuovere sviluppo. Sono, tra gli altri, la “Casa dei cittadini” in Barbagia o la riattivazione degli scali di fondovalle per la Collina materana.

Gli itinerari delineano una sequenza di risorse territoriali disposta lungo l’arco alpino e la dorsale appenninica, composta di borghi, villaggi, ambienti insediativi, “luoghi cospicui” e opere di architettura. Queste ultime credo siano state selezionate per il programma di ricerca che perseguono, per la tensione progettuale che esprimono, a favore della coesione sociale, della costruzione di nuove comunità, dell’attivazione delle energie sociali: penso, tra gli altri, a CasermArcheologica a Sansepolcro, ai progetti di architettura alpina a Ostana, al recupero della borgata di Paraloup.

In un libro uscito in Francia alla fine dello scorso anno e appena tradotto in italiano, Bruno Latour si interroga su come orientare oggi l’azione politica (Latour Tracciare la rotta, Cortina, Milano, 2018). Il suo suggerimento è quello di assumere l’orizzonte del “Terrestre”, considerandolo come la questione politica praticabile e rilevante nel Nuovo Regime Climatico.

Assumere il Terrestre implica superare la distinzione tra Locale e Globale, i due attrattori attorno ai quali si è definita la modernità, che ha affidato al primo la funzione del progresso e al secondo quella della reazione. Secondo Latour, questa distinzione ha esaurito la sua potenza analitica e la sua forza di mobilitazione politica. Oggi occorre trovare un nuovo attrattore, che definisce appunto “Terrestre”. Il suolo non è più la semplice cornice dell’azione politica, ma vi prende parte. Nella prospettiva del Terrestre, appartenere al suolo non consiste nel reazionario «ritorno alla terra», quanto in un «ritorno della Terra», che implica «ripoliticizzare l’appartenenza a un suolo». Aggiunge Latour: «non c’è nulla di più innovatore […], nulla di meno rustico e campagnolo, nulla di più creativo e contemporaneo che negoziare l’atterraggio su un suolo» (p. 72).

Visitando Arcipelago Italia, ho pensato che i progetti prodotti dai team selezionati da Cucinella, le opere e gli ambienti riconosciuti nel suo viaggio lungo l’Italia interna seguissero l’indicazione di Latour di provare ad “atterrare”. Nel riattivare un immobile dismesso incrociando pratiche culturali e servizi di welfare, nel progettare una filiera sostenibile bosco-legno-energia in montagna, nel coniugare nuove forme del lavoro e inclusione, nel riabitare le terre alte, vedo dei tentativi di “prendere terra” e assumere il Terrestre come orizzonte della propria azione. Decisamente lontani dal rifugiarsi nel comunitarismo chiuso e dalle retoriche orrende dell’autentico e dell’identitario, le opere e i progetti della Biennale sono punti di una mappa in formazione.

Sono esempi di quei numerosissimi “segnali di futuro” che non hanno (ancora) conquistato l’agenda pubblica, sono punti privi di coordinate. Sono presenti in qualche iniziativa avanzata di governo urbano, ma faticano a consolidarsi. Lo riconosce anche Latour, quando afferma che le pratiche del Terrestre richiedono cura, attenzione, tempo e diplomazia; soffrono – aggiungerei – di diffuse “sregolazioni” e politiche inabilitanti.

Anche se fatichiamo a rendercene conto, perché abbiamo occhiali inadeguati per vederlo, uno spostamento è già avvenuto. Ad esempio, le nuove forme della “partecipazione materiale” sono squadernate di fronte a noi: sono – come sostiene Ezio Manzini – “politiche del quotidiano”, progetti di vita attivati nella sfera pubblica. Così come è evidente, a volerlo cogliere, il gioco tra radicamento e distacco, tra prossimità e distanza che queste pratiche indicano: pur riconoscendo come carattere essenziale il radicamento locale, mantengono con il proprio ambito di intervento una relazione costruttiva, perché sanno che i luoghi non si danno in natura, ma si fanno. Il luogo è un campo di azione, dove far convergere reti di relazioni, sistemi di opportunità, network di attori anche molto estesi. (È questo – credo – il senso della ricerca sullo “stato dei luoghi” anticipata da Emmanuele Curti che il 23 e 24 giugno organizza a Terni un incontro sul ruolo delle pratiche culturali nei processi di rigenerazione)

Dunque, non c’è nessun ritorno indietro o vagheggiamento nostalgico, nessun genius loci da rintracciare, nessuna “coscienza di luogo” da disvelare: ci sono invece all’opera «due movimenti che la modernizzazione aveva reso contraddittori: attaccarsi ad un suolo da una parte e mondializzarsi dall’altra» (p. 117).

Quando abbiamo qualche indizio ma non ancora una ipotesi interpretativa solida, sempre iniziamo – suggerisce Latour – con la descrizione di ciò che osserviamo: sondare, misurare, inventariare. Il metodo che ci guida è l’inchiesta.

Arcipelago Italia si presenta come una inchiesta in forma di viaggio. Del viaggio, ha la freschezza dello sguardo che coglie molteplici situazioni e la sintesi dettata dallo spostamento. Dell’inchiesta però non esprime tutta la generatività: sappiamo che il team di Arcipelago Italia giunge nei territori confrontandosi con le comunità locali, ascoltando, raccogliendo conoscenza contestuale, costruendo visioni. Comprendiamo come questa indagine locale abbia contribuito a definire i progetti. Dunque riconosciamo che questi sono legittimi, non sono gratuito esercizio creativo. E tuttavia non sappiamo cosa c’è attorno ad essi, qual è lo sfondo entro cui si collocano, all’interno di quale cornice trovano senso: non abbiamo una mappa degli attori, delle politiche, delle pratiche in atto. Con quali soggetti dialogano i progetti di Arcipelago Italia? Quali sono gli interlocutori con cui si confrontano e quali i nemici da combattere? Quali attori potrebbero essere i loro alleati? Dove sono i conflitti?

In definitiva, Arcipelago Italia è un invito a “prendere terra”, a occuparsi del nostro Terrestre. È un dispositivo, incerto e coraggioso, che può contribuire a definire una agenda nazionale fondata sui “segnali di futuro”. Traccia una rotta ambiziosa per nuovi orientamenti.


Immagini di copertina: ph. Zoltan Kovacs da Unsplash

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