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Esplorare gli spazi delle donne

Chissà che ne è stato di Cara. La conosciamo tutti ma pochi si saranno chiesti che strano genere di solitudine deve aver provato, quando Francesco Guccini la intimava, in versi, di essere contenta della parte che aveva, le confessava di non rimpiangere ciò che lei aveva dato a lui, che in fondo è lui che l’ha creato, e potrebbe rifarlo ora.

Chissà quale grado di umiliazione deve aver provato Cara, privata anche del nome, rivestita dell’appellativo preferito di un certo modo maschile di dire l’amore. O chissà forse se si è sentita lusingata da quella canzone celebre scritta tutta per lei, suonata qua e là da giovani innamorati, che ha già compiuto mezzo secolo e non smette di essere ricordata e amata dai nostri genitori, da noi, sicuramente sarà ricordata dai nostri figli, che la ameranno ancora.

Lusingata come mi sentii io quando un professore universitario mi chiese di entrare a far parte della sua cerchia di collaboratori e mi trovai in una stanza con altri sei uomini. Prescelta, intelligente, unica, in una stanza di uomini a parlare di Antonio Gramsci, dando forma a un’idea di prestigio culturale da cui era stata esclusa più della metà della popolazione universitaria. Quello era il campo, lo spazio. Io mi rintanai in un angolo, in silenzio: lusingata sì, ma inadeguata alla parola. Tutto ciò che dicevo mi pareva sciocco, ed ebbi l’impressione, dopo anni e qualche lettura, di essere stata anche io Cara, dovendomi accontentare della parte che avevo, che sono gli uomini che l’hanno creata, e potrebbero rifarlo ora. 

Fernand Braudel scriveva che la società vive di spazio, utilizza lo spazio, lo sistema e persino lo consuma. Essendo uno storico, oltre che un uomo, aveva avuto modo di studiare ed esperire lo spazio consumato dagli uomini, e l’importanza che questo riveste nella comprensione dei fenomeni e nella determinazione del corso stesso della storia. L’ambiente in cui operiamo per farci uomini e donne non è mai neutro, ci dice Braudel, determina i valori e ne è condizionato a sua volta. Se questo è il presupposto, nessuna ricostruzione storica o lettura del presente può prescindere dello studio degli spazi d’azione e i meccanismi che ne regolano il consumo. 

Ciò che aiuta a fare la vela Einaudi “Lo spazio delle donne” di Daniela Brogi, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università per Stranieri di Siena, è indagare e recuperare lo spazio delle donne silenziate, confinate e marginalizzate, senza limitarsi ad elencare nomi e cognomi, ma spostando lo sguardo. 

Il primo passo è depatriarchizzare i propri orizzonti sociali e personali, chiarendo che ciò che uomini e donne attribuiscono alla somma di vicende biografiche e attitudini individuali, – o a quella dimensione ambigua che è il merito – è invece spesso frutto dell’esclusione delle donne da uno spazio di azione, e necessariamente anche di rappresentazione, che le relega ad una vita spesa fuori campo, oltre i margini dell’inquadratura e delle narrazioni. Non a caso le lettrici capiscono bene cosa intende Elena Ferrante quando inventa per le sue donne la dimensione della smarginatura, lacerazione e dissoluzione dell’esperienza dove appare evidente che l’esistenza delle donne è spesso estraneità a quel mondo robusto, dai rigidi confini, che un uomo sa vivere come un’appartenenza, e la donna vive, per l’appunto, smarginatamente. “Come siamo malformati, aveva pensato, come siamo insufficienti… il tumulto del cuore l’aveva sopraffatta e si era sentita soffocare» scrive Ferrante di Lila, avvinta dal mondo senza margini che è in grado di riconoscere perché ai margini è stata posta, e da lì combatte una vita.

Il saggio di Brogi è da leggersi d’un fiato. Non solo per la prosa e l’argomentazione fluide, ma perché ci si sente alle prese con una lucidità necessaria. Si ha la sensazione, leggendo, di essere finalmente in grado di mettere a fuoco pensieri e sensazioni già presenti eppure vaghi, mai legittimati, vissuti con vergogna e nel tempo zittiti per paura di risultare vittimiste. Brogi distingue vittime e vittimismi, restituisce legittimità al senso di ingiustizia che ogni esclusione quotidiana o millenaria nei riguardi delle donne ha inferto ad ognuna, e lo fa senza indugiare sui concetti, invocando una differente messa a fuoco che non si limiti alla celebrazione di eroine dallo straordinario talento.

Perché per ogni eccentrica straordinaria ci sono milioni di esistenze che rimangono nell’ombra e anche perché la rimozione delle donne dalla storia non è fin da subito un fatto pubblico, politico ed eclatante. O meglio, non lo è in partenza, per come si esperisce. La prima forma di esclusione è quella quotidiana, vissuta con fatica e in silenzio, un pezzetto alla volta, da una donna alla volta. È questa esclusione solitaria che va a dare forma allo scandalo storico.

La mimesi assume le forme dello pseudonimo maschile per affermare il proprio diritto ad esistere come soggetti creatori

Citando la novella “Il crimine” di Ada Negri, che racconta l’esperienza dell’aborto e la “solitudine, anche storica e sociale, con cui moltitudini di donne hanno vissuto quell’evento, accaduto centinaia di migliaia di volte” Brogi chiarisce che la solitudine è allo stesso tempo “tema e forma, perché è lacerazione degli oggetti, senso colpevolizzato e terrorizzato del tempo e dell’ambiente.” Quando il tempo e l’ambiente generano terrore e invisibilità, quando gli stessi spazi fisici che si è legittimate ad abitare non sono che un ritaglio, uno scampolo, ecco che avere uno studio appare “la soluzione per la propria vita”, come la definì Alice Munro in “Danza delle ombre felici” . Un territorio tuttora in prevalenza maschile, maschile anche nell’immaginario: lo studio è cosa di avvocati, medici, scrittori, pittori e commercialisti. Molto meno delle stesse figure declinate al femminile. E da lì la vergogna narrata da Grazia Deledda nel romanzo autobiografico “Cosima”, dove la protagonista, una scrittrice che ha conquistato la fama, deve ricevere a casa il giornalista di città arrivato per intervistarla in una “stanza terrena quasi povera, dove nella vecchia libreria si vedevano ancora le carte d’affari del padre morto.” E ancora la vergogna di Annie Ernaux ne “La Donna Gelata”: “La mia dissennatezza, che prima o poi verrà scoperta, macchie sui quaderni. Non ho il coraggio di ammettere che faccio i compiti sul tavolo della cucina, ditate unte sui lavori di cucito.” In questo caso la domanda di spazio libero, non ingombrato, diventa un dispositivo di riconoscimento sociale. 

Per ogni eccentrica straordinaria ci sono milioni di esistenze che rimangono nell’ombra

Ma gli spazi esplorati dal saggio di Brogi sono molteplici. C’è quello visto per le strade e immaginato nella mente quando si pensa al potere: quello delle statue, dei quadri, dei relatori di un convegno e dei nomi nelle bibliografie. C’è lo spazio violentemente negato del pensiero. Quando le donne se ne impossessano, per esempio dedicandosi alla scrittura, la stanza più affollata diventa quella della giustificazione “Come se, per le scrittrici, per le artiste, per tutte le donne che hanno avuto l’ambizione di costruire una carriera, giustificarsi fosse un lavoro che non finisce mai. Fino al punto che la soluzione più semplice può diventare talvolta mimetizzarsi, contraffarsi.” La mimesi assume le forme dello pseudonimo maschile per affermare il proprio diritto ad esistere come soggetti creatori. Natalia Ginzburg ed Elsa Morante volevano essere chiamate scrittori e non scrittrici, ma subivano una sopraffazione, in senso storico, dalla violenza di un mondo patriarcale dove essere donne era un inferno che Brogi ben contestualizza ricordando la linea del tempo segnata da decreti e leggi che sancivano diritti, che non sono però mai punti di arrivo ma sempre punti di partenza, a cui segue un travagliato e spesso doloroso periodo di assestamento culturale, tempo che nel nostro paese è lungo e ambiguo, determinato da fattori molto più complessi del dualismo conservazione-progressismo a cui siamo soliti ricondurre i diversi ambienti che abitiamo dalla provincia alla metropoli, dal paesino all’università.

Non mi è facile immaginare cosa possa dire “Lo spazio delle donne” a una donna come mia madre, o a un uomo come mio padre. Per la verità mi è difficile anche immaginare cosa possa dire ad un ragazzo. Ma a una donna come me, e cioè giovane e spesso sperduta, solleva domande quali: nel mondo, posso andare da sola? – che significa anche – posso trasferirmi da sola in una nuova città? Vivere come appartenenza e non come scampolo, accettare un lavoro per cui sento di non essere pienamente competente, come gli uomini fanno statisticamente molto spesso, posso uscire di casa a certe ore della notte o lasciare un uomo che ha iniziato ad amarmi svilendomi? Posso anche io consumare spazio, o sarà lo spazio a consumare me? Porsi queste domande, preoccupazioni strutturali della vita delle donne, significa certo riconoscere dei limiti. Ma significa anche camminarci sopra, abitare il margine guardandolo dall’alto, non più aderendo ad esso, non più venendo da esso soffocate. E significa iniziare a vedere cosa, dello spazio che abitiamo, è dovere di tutti ripensare, ridisegnare. Secondo nuove regole e attraverso nuovi paradigmi, con una messa a fuoco ampia, che pur mai in grado di rendere lo spazio neutro, sappia perlomeno renderlo abitabile trasversalmente e senza umiliazioni.