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La #milanoemotiva di Holly Heuser

L’appuntamento con Holly Heuser è in piazza Gae Aulenti. Dovevamo vederci alle nove di sera, poi Holly mi ha scritto su WhatsApp per dirmi che era in anticipo. Quando arrivo è già buio da un pezzo. Alla fine vedo un braccio e una mano che si muovono tra le tenebre nel parco. È lei che mi fa un cenno da lontano. Holly è appoggiata su una delle lunghe sedute di legno prospicienti il neon azzurro di IBM. Milano emotiva è il titolo del suo primo lavoro pubblicato. È uscito per la storica casa editrice Agenzia X. Si tratta di un diario illustrato, diviso in quattro movimenti: autunno milanese, inverno milanese, primavera milanese, estate milanese. Il libro mi ha conquistato fin dalle prime pagine, dove l’occhio è affrontato dall’apparizione barocca di una serie di grandi cuori, trafitti da spine, chiusi da lucchetti o contrassegnati dall’icona di un piccolo teschio al centro. 

Milano emotiva è un libro smanioso, caotico, attraversato da desiderio e romanticismo. Verbi e sostantivi si concatenano con modalità liriche e poetiche. Elementi grafici e verbali si giustappongono con la vitalità di un testo beat. Non c’è frase più lunga di un paio di righe. Troviamo nude affermazioni, come: «Amo vivere»; «Sento il verme»; «Sento tutta la città». E poi preghiere: «Stai qui con me», «Leave me alone». Dichiarazioni apotropaiche: «Non avere paura della fine». Slogan e status: «Moda idiota», «Milano infinita». Epifanie sulla realtà di Milano: «Esiste solo il lavoro». Aforismi: «Conosce veramente solo chi odia veramente». Flash topografici: «Famagosta», «Maciachini-Farini-Alserio-Valtellina». L’io narrante è nervoso, emotivo. Emo. Ricorrono le vedute dell’interno di un autobus, di una carrozza del tram, di una scala mobile, di una banchina della metro. Sono disegnate con una prospettiva astringente che ricorda l’angusta cameretta da hikikomori di Vincent Van Gogh ad Arles. 

Holly è originaria di Firenze. Dopo un periodo trascorso a Bologna, vive da qualche anno a Milano. Figlia di padre statunitense, Holly è bilingue. Durante la nostra conversazione, spesso la lingua inglese si accavalla all’italiano. Mentre chiacchieriamo, Holly schizza sulla pagina di un’agenda una veduta di piazza Gae Aulenti e della Torre Unicredit, che svetta nel buio proprio di fronte a noi.

Che effetto ti ha fatto Milano quando ci sei arrivata per la prima volta? 

Un effetto di infinita libertà e infinite possibilità. Mi sentivo libera, non conoscevo nessuno, non avevo amici e non avevo niente da fumare.

Di che periodo stiamo parlando?

Estate 2017. Degli amici mi avevano lasciato un appartamento vuoto in zona Cenisio.

Luglio o agosto?

Agosto. Bello l’agosto a Milano. Avevo questa casa tutta per me. Non conoscevo nessuno, non avevo tutte quelle paranoie Instagram-chi-dove-quando. La prima cosa che ho fatto è stata cercare dei mercati, e così sono finita a Piazzale Cuoco, dove ho trovato questo enorme suq. È stata una bellissima esperienza, una full immersion in qualcosa di molto poco milanese. Ho avuto un’illuminazione, di quelle che capitano di rado, e nella mente ho visto un’opera già perfettamente definita. C’erano tutti questi banchetti di vestiti usati e allora ho immaginato una bambola gigante, più grande di me, fatta di tutti quei vestiti cuciti insieme. Mi sono detta «ok, compro un po’ di vestiti», era il mio secondo giorno a Milano, ho preso tutti questi vestiti da bambino, sono andata a casa, ho iniziato a disfarli e poi a cucire una mega-bambola. Ci ho messo due settimane. È stata la mia prima opera d’arte milanese. 

Le hai dato un nome?

Si, Stassia.

Stassia?

Stassia, come Stacey, uno Stacey italianizzato. È stato un modo incredibilmente puro di farmi un’amica barra figlia, il che è un tema che si ripete tantissimo nel mio lavoro, cioè il tema dell’infanzia. Già prima facevo bambole.

La bambola è qualcosa che ti porti dietro da quando sei piccola?

In realtà ho iniziato verso la fine dell’Accademia. Questa di piazzale Cuoco la vedo come una sorta di soft sculpture gigante, con una faccia spaventosa, tutta fatta di vestiti cuciti a mano, senza macchina. All’epoca mi sentivo leggera. Ora, dopo quasi cinque anni di vita a Milano, mi sento appesantita e meno capace di accedere alla vena crazy che c’è dentro di me. 

E quest’effetto che ti fece Milano appena arrivata, ti ha stupito o te l’aspettavi?

Lo volevo, in realtà, lo volevo e l’ho trovato. All’epoca scappavo da Firenze e cercavo solo di stare bene.

Che facevi a Firenze?

Avevo finito di studiare e cercavo di lavorare, ma andava tutto male e quindi ho detto «proviamo a Milano», così mi sono iscritta all’Accademia di Brera per il biennio, dopo aver studiato incisione a Bologna. Brera in realtà è stata un’esperienza negativa, tanto che ho mollato tutto dopo un anno e mezzo. Sono capitata in mezzo a dei professori terribili, in una classe terribile. Ho litigato con tutti. Sia i professori che gli studenti non prendevano sul serio l’arte contemporanea e lo studio dell’arte. Erano lì solo per cazzeggiare. Anche la scuola in sé, l’istituzione, non era organizzata bene, era sovraffollata, senza spazi, e poi nessuno ti prendeva sul serio. Non vedevo nessuno che prendeva l’arte sul serio quanto la prendevo io. Mi sentivo presa in giro, i professori mi prendevano in giro e quindi ho mollato. Prima di mollare ho litigato con un prof. Era il 2017, 2018, i diritti trans erano appena usciti nel mainstream, eravamo tutti molto presi dall’argomento e questo prof, invece, cagava sopra la questione trans, così ci siamo ritrovati a discutere, fino a quando lui non ha mi ha urlato «Io ho il pene, tu la vagina, e basta!», al che sono scoppiata a piangere e sono scappata via.

E dove sei andata?

Ho girato un po’ cercando lavoro, ma devo dire che è stato da quel momento, da quando ho mollato, che la mia produzione artistica è veramente iniziata. Nel 2019 ho fatto Avventurina, il mio primo libro, autoprodotto in cento copie, fatto in stamperia. 

Avventurina è un gran titolo… 

Avventurina è anche il nome di una pietra, la pietra del Sagittario, io sono Sagittario. Avventurina è il mio primo libretto milanese. Non so come descrivertelo. È un libro molto breve, con una storia non lineare, come tutte le mie storie. Parla di un viaggio nello spazio, un viaggio dentro la psiche. Piano piano a Milano ho capito che i libri sono il mio strumento di espressione. Ho provato a fare i poster, le magliette, i disegnini, a usare Instagram, Flickr, ma alla fine il libro, questo strumento che esiste da 2000 anni, resta per me l’unico modo serio di fare immagini. Creare immagini può essere un esercizio inutile o una cosa molle, borghese e vuota, ma in realtà le immagini servono a far viaggiare gli animi e il libro mi sembra il luogo e il mezzo migliore per farlo. 

Che cosa c’è stato tra Avventurina e Milano emotiva? 

Quando ho fatto Avventurina, Milano emotiva in realtà esisteva già, sotto forma di un hashtag che avevo coniato nel 2017.

Ti piace inventare hashtag?

Solitamente no, ma in questo caso sì, ha funzionato. Mi è venuto proprio bene. È venuto fuori dal niente. #milanoemotiva, boom! 

Sei tu a essere una persona emotiva o è nella città di Milano che riconosci un’emotività diffusa?

La seconda che hai detto. Cioè, io sentivo la città piangere e urlare e volevo lavorare su questo aspetto. Piano piano raccoglievo materiale, dallo scontrino conservato in tasca fino al disegno dettagliatissimo. Si stava formando un mega-archivio, senza sapere bene che cosa farne, anche se sentivo che prima o poi ne sarebbe nato qualcosa. Quell’hashtag, #milanoemotiva, emanava luce.

Chi è che piangeva? La città? I tuoi amici?

La città, gli sconosciuti, gli edifici, le folle che vanno al lavoro, che entrano in banca qui all’Unicredit, i passeggeri che vedi sulla 90 (l’autobus che percorre la circonvallazione intorno a Milano, Nda).

Perchè mi hai dato appuntamento in questo parco, in piazza Gae Aulenti, di fronte al Bosco Verticale e alla torre Unicredit? Che cosa significa per te questo posto?

Ho sempre pensato che questo posto, così vuoto, pulito e ben tenuto, dove non vedi mai un barbone o una cartaccia, fosse in realtà un luogo di morte, una sorta di cimitero, di collina dei cadaveri, il tempio delle urla, non un luogo di morte qualsiasi, ma una sorta di tempio azteco, dove lo Stato o un dio o un grande potere schiacciano e sacrificano le proprie vittime. 

Ma tu questa morte o questo malessere li vedi solo nei luoghi o anche nelle persone?

Non lo vedo nelle persone singole, prese una per una, ma negli stili di vita, nell’ossessione per il lavoro, nella competizione e nello snobismo che ho subito io e che tutti a Milano subiscono.

Poco fa hai menzionato i dipendenti di Unicredit, quelli che lavorano nella torre che abbiamo qui di fronte. Hai detto che anche loro sono tra quelli che hai visto piangere, urlare, che ti hanno ispirato l’hashtag #MilanoEmotiva. Io abito da queste parti e devo dire che non mi sono mai sembrati sull’orlo del pianto, ma semmai sempre molto presenti a sé stessi, in controllo. Se avessi dovuto coniare un hashtag, avrei pensato più a una cosa come #MilanoRigida. 

Forse è perché #milanoemotiva nasce anche dall’amore e dal forte amore che io volevo dare. Non era mia intenzione odiare o puntare il dito, ma cantare un peana, triste, felice, estatico, depressivo. Volevo cantare un’ode a questa sofferenza, amandola, dipingendola bene, infiocchettandola. 

Da dove arrivano tutti i cuori e fiocchetti che riempiono il tuo libro?

Arrivano dalle Superchicche e Sailor Moon. Le due opere d’arte contemporanea più importanti della mia vita. E poi anche da Emily The Strange e dall’emo, dall’estetica emo.

Come campi a Milano? Che lavoro fai?

Ho un lavoro che non ha niente a che vedere con quello che faccio come artista. Non mi va di parlarne nelle interviste, perché ci tengo a separare le cose. Però è un lavoro che faccio con piacere. Mi ha liberato dal bisogno di appaltare la mia intelligenza a target e clienti vari. Vado molto fiera di questo risultato. Ho passato tutti i miei twenties a lavorare nella grafica e a cercare di lavorare con l’arte. Quando mi sono liberata da queste circostanze, la mia produzione artistica è schizzata alle stelle. 

Come hai conosciuto Marco Philopat di Agenzia X?

Ci siamo intravisti all’Edicola che non c’è ed ero un po’ arrabbiata perché non aveva incluso le mie fanzine (L’edicola che non c’è è un progetto di raccolta e digitalizzazione della stampa underground milanese degli ultimi cinquant’anni, promosso da Agenzia X e lanciato nel 2019 in un evento organizzato nel mezzanino della metropolitana di Cordusio, Nda). Poi l’ho trovato un giorno a una festa, nella prima estate dopo il Covid. E lì ho attaccato bottone: «sono una fanzinara, dobbiamo lavorare insieme», etc. etc. Del resto io conoscevo e adoravo i libri di Agenzia X. Da giovane mi hanno aperto la testa, a partire da Il potere sovversivo della carta di Sara Pavan. Sono libri che mi hanno fatto capire delle cose, che mi hanno fatto vedere la strada dell’underground. Quindi Philopat lo vedevo proprio come un giusto. E infatti è un giusto. Quando l’ho visto a quella festa, Philopat si è avvicinato, si è seduto accanto a me e con grande dolcezza mi ha chiesto a che punto fossi col mio lavoro e mi ha spinto a proseguire. Ho capito che si fidava di me. Quella sera sono guarita e tornando a casa in bici, mi sono detta «facciamo Milano emotiva» e così ho iniziato a spremere il cervello. Il problema a quel punto era raccogliere e organizzare tutto il materiale accumulato. Cercando l’hashtag su Instagram, veniva fuori una bellissima selecta di immagini, un misto di foto, disegni, quadri digitali, collage. Una delle mie caratteristiche, infatti, è proprio il mixed media. Avevo centinaia di disegni e centinaia di foto, accumulati a partire dal 2017. La mia urgenza più grande era trovare una struttura, anche perché io non faccio graphic novel, le mie sono storie non lineari, sono diari.

Dove hai scritto questo diario?

Dappertutto. Nei bar, nei vagoni della metro, sull’autobus. 

Il libro è diviso in stagioni…

Sì, è stato proprio dopo l’incontro alla festa con Philopat che ho immaginato di dargli questa struttura, partendo dall’autunno, anche per dare al libro questo accento diaristico, quindi un diario che come i diari di scuola parte in autunno, e poi ho dato ai capitoli dei contenuti: uno è sui mezzi pubblici, uno su Gae Aulenti, uno sulla IVG, l’interruzione volontaria di gravidanza, una cosa che mi è capitata e che ha formato la mia esperienza, e un altro su Macao. Da quel momento ho cominciato a disegnare senza più condividere le immagini su Internet, il che è stato faticoso, essendo da sempre abituata allo sharing. 

Milano emotiva è cadenzato da immagini dei vagoni della metropolitana e di carrozze del tram…

Amo la metropolitana. Quando scende sotto terra provo una sensazione para-sessuale, d’intensa soddisfazione fisica. Mi sento dentro il corpo della città. Una mia cara amica ha scritto una poesia: La metro è un grembo. È una frase che ho messo anche nel libro. La metro non è fallica; al contrario, è tubolare. Siamo tutti chiusi lì dentro, è una situazione profondamente religiosa, che mi dona piacere fisico. Inoltre una delle cose più belle di Milano è che i mezzi siano così efficienti e funzionanti. L’ideale sarebbe che i mezzi fossero gratis. Se Beppe Sala fosse capace di prendere questa decisione, ci farebbe davvero fare un salto in avanti. La città si arricchirebbe moltissimo. Un paese civilizzato non è quello dove anche i poveri hanno la macchina, ma dove anche i ricchi prendono i mezzi pubblici. 

Qual è la fermata della metro più vicina a casa tua?

Famagosta.

Nel libro c’è una parte dedicata a Macao, l’ex centro occupato di viale Molise 68.

Non voglio fare il portavoce di Macao, cioè non voglio esprimermi per Macao. Che posso dire? È stata una città dentro la città, un’utopia reale, dove ho vissuto una libertà fisica, artistica, sociale, assoluta. È stato la mia casa. A Macao sono passate realtà europee di ogni tipo. Ho imparato tantissimo.

Cosa c’è d’interessante da fare a Milano? 

Fare arte, cioè fare arte sperimentale, pazza. Mi sembra un modo di vita e sopravvivenza necessario e poco considerato. Non so come spiegarti. Messa così sembra un consiglio di self-help. Cinquant’anni fa le istituzioni culturali ascoltavano gli artisti. Mendini, Fontana, il De Chirico dei Bagni misteriosi nel giardino della Triennale. Ora invece è tutto calcolato con numeri e trend. Mi manca l’importanza che veniva data un tempo agli artisti e alla loro visione delirante, magari offensiva, scorretta, satirica o sognante. Questo ruolo dell’arte è molto importante per la società. Adesso l’arte è politically correct e questa cosa non mi piace. L’arte dovrebbe poter esagerare, dire cose brutte, tristi o bellissime. Vorrei che gli artisti potessero contare di più nel pensare il futuro della città e i modi di vivere la città. Pensa alle pareti della fermata della metropolitana City Life-Tre Torri: sono state disegnate da Emiliano Ponzi, che è un bravissimo illustratore, ma mi sembra tutto safe, mi sembrano le stesse illustrazioni usate per vendere le bevande. Eppure c’è stato un tempo in cui l’arte è stata un’altra cosa, è stata uno spirito selvaggio e una forma di avventura. 

È freddo e ce ne andiamo a mangiare in un take away indiano. Passeggiando scopriamo che da poco abbiamo letto e amato lo stesso libro, Annientare di Michelle Houellebecq, e poi che più o meno venti anni fa, quando io ero già un uomo adulto e Holly una bambina, abbiamo partecipato a una stessa inaugurazione: una mostra dello scultore Anish Kapoor alla Galleria Continua di San Gimignano. Holly mi dice che in quell’occasione suo padre le diede cinquantamila lire per andare a importunare Kapoor. Holly allora andò, si fece coraggio e disse a Kapoor «Hey, mister Kapoor, i love your work».