"Oggi – scrivono i due autori – forse si va delineando una nuova fase del capitalismo industriale, di fronte alla quale si sta ricomponendo una classe inedita, dove per 'classe' non intendiamo una formazione sociale specifica in senso marxiano, bensì una 'moltitudine' globale e più eterogenea, composta da lavoratori delle piattaforme, prosumers culturali e attivisti politici", per resistere al potere degli algoritmi e di chi li ha programmati, perché gli algoritmi sono strumenti di oppressione ma possono anche diventare strumenti di resistenza.
C'è, nel libro, una dichiarazione di posizionamento che mi ha colpito, perché non l'avevo mai vista in un saggio italiano e che sembra ispirata alla tradizione dei feminist standpoint studies e alla riflessione postcoloniale sulla produzione della conoscenza: i due autori si presentano nell'introduzione come "maschi bianchi, nati in Italia, accademici di prima generazione, con un percorso di studi sui media e sulla comunicazione, entrambi cisgender".
Inoltre: "Pur essendo nati e cresciuti in famiglie della classe operaia e della piccola borghesia di provincia del centro Italia, riconosciamo che le nostre esperienze di classe sono diverse da quelle degli intervistati e che la nostra posizione di ricercatori che vivono e lavorano nel Nord globale ci dà accesso a privilegi che i partecipanti a questo studio non hanno". Mi è sembrato non un esercizio di trasparenza formale ma un gesto politico: rendere visibili i propri privilegi strutturali e allo stesso tempo non rimuovere le ambivalenze dell'identità.