Venerdì 05 giugno 2026
Neoruralità come scelta di vita
 
Esperienze di controesodo
Scritto da: Luca Giliberti

In collaborazione con la casa editrice Ombre Corte, pubblichiamo una serie di estratti dei volumi della collana Etnografie, che raccoglie ricerche etnografiche costruite a partire dall’incontro con i contesti osservati, attraverso le relazioni, le pratiche e i conflitti che li caratterizzano. La collana Etnografie è un punto di riferimento per l'antropologia e la sociologia critiche in Italia: esplora le tensioni del contemporaneo — migrazioni, precarietà, spazi urbani e istituzioni totali — attraverso ricerche sul campo che coniugano rigore scientifico e impegno politico, privilegiando sguardi "dal basso" dando voce a soggetti marginalizzati.

Questo testo è un estratto di Abitare la frontiera. Lotte neorurali e solidarietà ai migranti sul confine franco-italiano e fa parte della rubrica Ombre Corte: EntnografieLa Val Roja, piccola valle francese al confine con l’Italia, a partire dal 2015, con la chiusura di diverse frontiere interne all’Europa, si ritrova al centro di una inedita rotta migratoria che va verso il nord Europa. Migliaia di migranti restano bloccati a Ventimiglia e, nel tentativo di varcare la frontiera, finiscono per attraversare territori rurali e alpini, nonostante la capillare militarizzazione. Una parte importante della popolazione della valle si mobilita nella solidarietà, offrendo ospitalità, cura e supporto ai migranti in transito. Si tratta di quella parte della popolazione – i cosiddetti “neorurali” – che, dalla fine degli anni Settanta a oggi, alla ricerca di uno stile di vita alternativo all’insegna della decrescita, della sostenibilità rurale e di valori solidali, sceglie la Val Roja come luogo per abitare. 



L’universo solidale ai migranti della Val Roja è, con pochissime eccezioni, frutto della popolazione neorurale, ossia quella parte degli abitanti della valle che, dalla fine degli anni Settanta in poi, ha scelto la valle come luogo di vita e, allo stesso tempo, ha scelto di farla vivere. Il fenomeno della “neoruralità” – che concerne i processi migratori dalla città alla campagna – risponde a una tendenza recente, che si manifesta a partire dall’ultimo quarto del Novecento, direttamente connessa agli esiti della globalizzazione. Si tratta di un fenomeno di portata globale, presente in diverse aree del mondo e che emerge con maggior forza proprio laddove i processi di industrializzazione e di urbanizzazione si sono manifestati in maniera importante e accelerata (Barberis 2009; Di Renzo 2013). La neoruralità, come fenomeno di mobilità che rientra all’interno dei processi migratori contemporanei, si inserisce nelle grandi trasformazioni in atto nella società capitalistica.

Le prime concettualizzazioni sociologiche sul mondo rurale risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, agli albori della disciplina. Ferdinand Tönnies (1963) nella sua classica e seminale opera Comunità e Società definisce la campagna a partire dal concetto di “comunità”, basato su un sentimento di appartenenza e sui legami coesi tra gli appartenenti. All’interno di questo paradigma il discorso sulla campagna-comunità si costruisce in termini dicotomici rispetto a quello sulla città-società, definita da rapporti artificiali, basati sulla razionalità degli scambi e sulla funzionalità delle relazioni (Fonte 2010). La sociologia rurale si dedica per tutta la prima metà del Novecento a studiare – in questa campagna idealizzata in termini di spontaneità comunitaria e preindustriale – i modelli di socializzazione, le dimensioni di parentela, le tradizioni e il folklore (Newby 1980). I Rural Studies, in questo frangente, partecipano così a una configurazione delle campagne in quanto aree escluse dai processi di modernizzazione e industrializzazione, in definitiva territori destinati a rimanere immobili e arretrati. La comunità rurale è analizzata dunque nei termini di un mondo idilliaco, o specularmente come un mondo irrazionale e persino amorale, nei due casi legato all’arcaico e all’ancestrale. 

A partire dagli anni Sessanta avvengono importanti cambiamenti nella rappresentazione sociologica del mondo rurale. Gli elementi principali di questo processo sono due. In primo luogo, una serie di ricerche interdisciplinari – dalla scuola di Chicago in avanti – evidenziano e analizzano le interazioni comunitarie in città, comparandole con quelle della campagna (Gans 1962). La dicotomia urbano-rurale entra definitivamente in crisi, già messa in discussione da lavori di geografia sociale critica come quelli di Pahl (1966), che evidenzia come questi due concetti, proposti in termini dicotomici, hanno più l’abilità di confondere che di chiarire. In secondo luogo, la trasformazione dei Rural Studies è legata alla cosiddetta “Rivoluzione Verde” – che si sviluppa dagli anni Quaranta agli anni Settanta del secolo scorso – con un modello di industrializzazione agricola e con l’introduzione di fertilizzanti, fitofarmaci, sementi ibride, varietà vegetali geneticamente selezionate. Tale processo incide sull’autonomia dell’agricoltura rurale come mondo produttivo autonomo e l’agricoltura diviene sempre più legata all’industria e al terziario.

La dicotomia urbano-rurale entra definitivamente in crisi, già messa in discussione da lavori di geografia sociale critica come quelli di Pahl (1966), che evidenzia come questi due concetti, proposti in termini dicotomici, hanno più l’abilità di confondere che di chiarire

Il mondo contadino si confronta con le varie dimensioni del capitalismo contemporaneo e la letteratura in scienze sociali comincia a prenderne atto; in questo quadro, il sociologo francese Henri Mendras (1967) pronuncia la celebre frase “è la fine dei contadini”, a cui anni dopo Jacques Lévy (1994) farà eco affermando che “il rurale non esiste più”. Il mondo rurale – in cui la connotazione comunitaria e ancestrale ha sempre meno spazio – comincia a esser studiato come luogo dello sviluppo agricolo industrializzato, omologato alla dimensione economico-sociale dello sviluppo capitalistico. Il concetto di “campagna” perde in qualche modo la sua rilevanza euristica e la sociologia rurale si avvicina, in quel preciso momento, a una sociologia dell’agricoltura industriale. I nuovi lavori di ricerca all’interno degli studi rurali degli anni Settanta pongono al centro del dibattito disciplinare l’analisi dei sistemi di produzione, del mercato dei prodotti agricoli, delle classi sociali all’interno della dimensione produttiva e dei legami intersettoriali di un’agricoltura capitalistica.

Dalla fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta emergono ulteriori elementi chiave per la trasformazione del discorso sociologico sul mondo rurale, con un parziale ritorno al paradigma comunitario. Da un lato incide la crisi dell’economia fordista, dall’altro emergono politiche agricole europee con un rinnovato interesse per le campagne (Meloni e Farinella 2013). Si assiste a una chiara diversificazione dell’economia rurale: l’agricoltura non è più l’attività economica prevalente delle aree rurali in termini occupazionali, anche a causa dell’industrializzazione delle campagne. Di conseguenza, l’agricoltura non può più essere l’asse portante delle politiche di sviluppo delle aree rurali. In questa nuova geografia sociale, i territori rurali assumono una serie di ruoli, per esempio di carattere residenziale, culturale e ambientale, non più solo uno produttivo (Basile e Cecchi 1997). Sencébé e Lepicier (2007) evidenziano che, dopo il paradigma dell’industrializzazione delle campagne e la fine del mondo contadino, segue un nuovo paradigma, quello della “rilocalizzazione” della vita sociale in campagna, in cui i nuovi processi di mobilità possono invertire il segno delle relazioni città-campagna e indurre a una nuova rinascita ed effervescenza rurale. In questo senso, l’esodo dalle campagne si confronta con prospettive di ripopolamento, all’interno dei processi migratori contemporanei; è in questo senso che la dimensione neorurale costruisce un legame e un senso d’appartenenza solido con il territorio in cui si è scelto di abitare.

Il fenomeno neorurale si costruisce in termini interstiziali all’interno del discorso egemonico delle migrazioni dalle campagne alle città globali (Sassen 1997) e per certi versi si costruisce come sintomo – e forse anche come metafora – delle trasformazioni in atto nella società capitalistica contemporanea. Come affermano Roseman, Prado e Pereiro (2013, 103), “senza dubbio stiamo assistendo a una serie di trasformazioni sociali, economiche, politiche e culturali dei sensi del luogo rurale, che è necessario ripensare dal punto di vista teorico e metodologico”. La riflessione sulla classe sociale di chi opera una scelta di vita rurale, che negli ultimi venti anni – anche a causa dell’arrivo delle migrazioni dai diversi sud del mondo verso l’Europa – è stata parzialmente oscurata da concetti come etnicità, nazionalità e genere (Solana 2008), risulta importante. Esistono casi, anche nell’Europa del sud, di esperienze di neoruralità di classe alta, definite nei termini di “gentrificazione” o “elitizzazione delle campagne”; in questi casi solitamente non si tratta di giovani, ma di gruppi caratterizzati da un’età media over sessanta (Solana 2006). Una parte rilevante dei protagonisti di questa etnografia sono i figli delle classi medie, generazioni di giovani iperformati e con un alto capitale culturale, che in termini generali in contesto urbano vivono oggi situazioni di precarizzazione lavorativa e difficoltà di accesso al reddito. Sono, in definitiva, i figli delle classi medie impoverite e in processo di erosione in Europa (Bagnasco 2016).

Dopo il paradigma dell’industrializzazione delle campagne e la fine del mondo contadino, segue un nuovo paradigma, quello della “rilocalizzazione” della vita sociale in campagna, in cui i nuovi processi di mobilità possono invertire il segno delle relazioni città-campagna

Oggi, la questione rurale è tornata più che mai attuale e lo sviluppo delle campagne costituisce un punto di osservazione privilegiato per cogliere certi aspetti del mutamento e dell’innovazione economica e sociale, sia a livello locale che globale (Meloni e Farinella 2013). Le campagne, considerate storicamente come contesti arcaici e alieni all’innovazione sociale, in qualche modo si trasformano nel momento contemporaneo in scenari di osservazione privilegiata di processi alternativi alla logica dominante e a certe pratiche di resistenza quotidiana. In tale scenario, Corrado Barberis (2009) parla di una “rivincita delle campagne”, riferendosi a determinati territori rurali che si ripopolano e che, in certi casi, sembrano proporsi come laboratori di sperimentazione, resistenza e cambiamento sociale. Secondo Barberis, il ripudio delle campagne, fino a tempi recenti, farebbe parte della più intima essenza della nostra tradizione. Dante, per esempio, nella Commedia scrive versi di disprezzo per la “cultura montanina” e per gli abitanti della campagna o della montagna¹; in tempi più vicini, Marx (1974) considera i contadini come ottusi e la campagna francese come un insieme di realtà disperse e isolate tra loro, paragonabili a un “sacco pieno di patate”.

Si assiste in epoca contemporanea a una rivincita delle campagne, ossia del ritorno di importanza della campagna, delle culture e dei valori che essa esprime; assistiamo allora al ripopolamento di aree rurali – come nel caso di questa ricerca –, in alcuni casi progetti di insediamento portati avanti da popolazioni con livelli di istruzione molto elevati, che partecipano a una determinata produzione locale, in una campagna viva e sostenibile. Le campagne odierne si confrontano, come vedremo in profondità nel prossimo capitolo, con due fenomeni demografici di segno opposto, che però non solo convivono, ma sono, come vedremo meglio, fenomeni legati, l’uno il presupposto dell’altro (Viazzo 2012; Viazzo e Zanini 2014): l’esodo rurale delle famiglie native, da un lato, e l’arrivo dei neorurali, dall’altro, che trovano su certi territori, in funzione del primo fenomeno, uno “spazio vuoto”, uno “spazio disponibile”.

In controtendenza con il modello dominante delle migrazioni verso la città, le esperienze della neoruralità vengono presentate in contesto angloamericano come “counterurbanisations” (Beale 1975; Berry 1976) e descritte anche da vari autori contemporanei dell’Europa del sud come “migrazioni inverse” (Bertuglia et alii 2011). Questi tipi di migrazioni costituiscono il fenomeno inverso anche dell’esodo e dello spopolamento rurale, sperimentato nel nostro continente durante tutto il xx secolo (Nogué 1988; Revelli 1977), denominate in questo senso come esperienze di controesodo rurale (Merlo 2006). Come nel caso dell’esperienza dei nuovi montanari sulle Alpi e sugli Appennini, anch’essi in crescita negli ultimi anni (Corrado 2010; Dematteis 2011; Corrado, Dematteis e Di Gioia 2014; Viazzo 2015), il fenomeno della neoruralità si inserisce nelle dinamiche di territori caratterizzati dalla perdita della popolazione autoctona, partecipando così secondo diversi autori alla diminuzione dei rischi di depressione del territorio rurale e generando dinamismo a livello socio-culturale (Carrosio 2013; Ferraresi 2013).

Si assiste a una rivincita delle campagne, delle culture e dei valori che essa esprime; assistiamo allora al ripopolamento di aree rurali, in alcuni casi progetti di insediamento portati avanti da popolazioni con livelli di istruzione molto elevati

La neoruralità si presenta, in linea generale, come una dimensione carica di contenuto ideologico e politico, rivelatrice di processi sociali, demografici, economici, culturali che sottendono ad alternative di vita critica verso il modello urbano-capitalistico e allo stesso tempo a una prospettiva sui cambiamenti rurali contemporanei. Con il termine neorurale ci si riferisce a quelle persone che, dopo aver vissuto in zone urbane, decidono di fissare la propria residenza e attività lavorativa in un contesto rurale. L’elemento essenziale è il desiderio di vivere in campagna, associato alla pretesa di realizzare un cambiamento importante delle proprie vite (Kerkhoff et alii 2004, 5). La dimensione della scelta dell’abitare, in questo senso, è chiave per la definizione neorurale, senza che sia necessario dedicarsi in modo esclusivo a un’attività di tipo agricolo. Alcuni dei soggetti in questione, pur confrontandosi in qualche maniera con la terra per la scelta del contesto di vita, svolgono infatti attività lavorative che non sono necessariamente legate all’agricoltura. Si può essere neorurali, dunque, senza dedicarsi a un’attività agricola, ma avendo scelto la campagna come luogo di vita alternativo. La neoruralità è un fenomeno ancora poco studiato nell’ambito delle scienze sociali, come notano Weber e Zrinscak quando evidenziano la mancanza di analisi legate alla geografia culturale della campagna contemporanea.

È tempo di ricordare che è possibile – e necessario – realizzare una geografia culturale delle campagne. Certo, la geografia rurale continua a esplorare le loro trasformazioni, ma raramente adottando un approccio culturale o mettendo in discussione le rappresentazioni dei loro abitanti (Weber e Zrinscak 2013, 9). In particolare, risultano pochi gli studi attuali che diano conto di ricerche etnografiche profonde nei diversi territori, capaci di sviscerare i significati alla base del fenomeno neorurale e di costruire, a partire da queste etnografie, quadri di analisi più generali. Ciononostante, cominciano a emergere negli ultimi anni alcune ricerche che analizzano in termini etnografici diverse esperienze di neoruralità in diverse parti del mondo, come quello di Trimano (2015a; 2015b) in Argentina; Bonini (2012) e Clavairolle (2008) in Francia; Simard e Guimond (2015) in Québec; Bertuglia et alii (2011) in Spagna. Sullo sfondo di una scelta neorurale che è ideologica, che è scelta di vita e che ha alle spalle dei valori e una visione del mondo, troviamo il concetto di “decrescita”. Serge Latouche ripercorre e definisce in questi termini tale concetto: Il termine “decrescita” in realtà è stato introdotto solo di recente all’interno del dibattito economico, politico e sociale, nonostante le idee sulle quali si fonda abbiano una storia molto lunga. Senza dover risalire alle utopie del primo socialismo, né alla tradizione anarchica rinnovata dal situazionismo, il progetto di una società paragonabile a quella che intendo per società della decrescita era già stato formulato alla fine degli anni Sessanta da teorici come Ivan Illich, André Gorz, Francois Partant e Cornelius Castoriadis. Il fallimento dello sviluppo nel sud del pianeta e la perdita di punti di riferimento nel Nord hanno portato molti analisti a mettere in discussione la società dei consumi, il sistema di rappresentazione che la sottende, il progresso, la scienza, la tecnica. A questo si è aggiunta la presa di coscienza della crisi dell’ambiente. L’idea di decrescita nasce dunque sia dalla consapevolezza della crisi ecologica sia dalla critica della tecnica e dello sviluppo (Latouche 2006, 10-11).

Sullo sfondo di una scelta neorurale che è ideologica, che è scelta di vita e che ha alle spalle dei valori e una visione del mondo, troviamo il concetto di “decrescita”

Un elemento chiave nell’analisi delle neoruralità risponde alla dimensione dei consumi, alimentari ma non solo, essenzialmente legata a una nuova agricoltura contadina. Si tratta di una presenza ancora minoritaria, ma visibilmente emergente; come sottolinea il sociologo rurale Var Der Ploeg (2009), sia nei Paesi industrializzati sia in quelli in via di sviluppo, si assiste a fenomeni complessi di ritorno a un modo contadino di fare agricoltura (Canale e Ceriani 2013). Un elemento chiave di questo nuovo modello è la ricerca dell’autonomia rispetto al potere egemonico degli imperi agroalimentari, basata sull’approvvigionamento delle risorse locali all’interno di un processo produttivo su scala ridotta, che ne garantisca allo stesso tempo la riproducibilità. Tale dimensione partecipa al dinamismo economico del territorio, dove, secondo la teoria dell’economia presenziale (Davezies 2008) il consumo locale permette una circolazione di ricchezze, la generazione di impiego – anche nei termini di servizi agli abitanti del territorio (Hirczak et alii 2011) – e di creare le condizioni per l’arrivo di nuove popolazioni. Si creano parimenti reti sociali e relazioni di territorio in una dimensione di prossimità fisica e culturale, anche tra produttori e consumatori, che incorporano le stessi reti (Huyghe 2015). Tali processi prendono forma in una dimensione di produzione del territorio; detto diversamente, “fanno territorio”, nelle nuove pratiche dell’abitare.

Nuove pratiche socio-spaziali in ambito rurale (Halfacree 2007) prendono forma; vari autori si riferiscono alla neoruralità come a un cambiamento di territorialità, ossia un cambiamento nelle relazioni esistenti tra gli individui e il proprio contesto biosociale, passando dallo “spazio” al “luogo” (Mercier e Simona 1983). Per luogo si intende un’area limitata, una porzione concreta dello spazio, caratterizzata da una struttura interna specifica, alla quale viene attribuito un universo di significati. Nella disamina del fenomeno, diversi autori enfatizzano le problematiche sociali e ambientali della città (Berry 1976; Champion 1989); altri si concentrano sulla crisi del capitale e sulla ricerca di nuovi spazi socioeconomici (Harvey 1992; Lefebvre 1975).

Altri ancora (Cloke 1985) vedono nella “counterurbanisation” una rigenerazione demografica e sociale del mondo rurale, motivata sia da fattori macro – come la decentralizzazione industriale e dei servizi, i nuovi stili di vita, la maggiore accessibilità al pendolarismo – che da fattori micro, come l’attrazione del rurale legata ai prezzi convenienti di terra e abitazioni, la qualità della vita, l’estetica del paesaggio, la conservazione del patrimonio culturale, la maggiore tranquillità (Roseman, Prado e Pereiro 2013).

Le radici della neoruralità del vecchio Continente vanno cercate negli anni Sessanta del Novecento – sebbene in un contesto come la Val Roja, come vedremo, giunga qualche tempo dopo – legata a due dimensioni di movimento molto importanti: la controcultura americana e il movimento di protesta giovanile che si genera in Europa, specialmente in Francia, attorno al maggio ’68 (Nogué 1988). La denominata controcultura americana (Roszak 1971), in primis, si compone di un ampio catalogo di manifestazioni di tipo culturale, artistico e politico, e si configura come un movimento di contestazione di carattere libertario, figlio di una nuova sensibilità culturale e politica. Si contesta l’American way of life e allo stesso tempo la nuova cultura tecnologica, considerata come alienante e disumanizzante, contestualmente al risveglio di una coscienza ecologica. Una delle manifestazioni più importanti del fenomeno si costruisce attorno alle comuni rurali di ispirazione hippy, dove migliaia di giovani nordamericani sperimentarono alternative di trasformazione personale e sociale. Dall’altro lato, le esperienze del maggio ’68 europeo, in particolare in Francia, sono i semi privilegiati del fenomeno neorurale, come conferma lo studio di caso della Val Roja.

Le radici della neoruralità del vecchio Continente vanno cercate negli anni Sessanta del Novecento legata a due dimensioni di movimento molto importanti: la controcultura americana e il movimento di protesta giovanile che si genera in Europa, specialmente in Francia, attorno al maggio ’68

Nella seconda metà degli anni Sessanta, molti Paesi Occidentali furono segnati da movimenti di protesta controculturale e di denuncia dei poteri consolidati. In Francia, hanno evidenziato la profonda crisi delle istituzioni politiche ed economiche, basata sulla messa in discussione dell’ideologia del progresso e della tecnocrazia, delle forme di alienazione del lavoro, e, naturalmente, del capitalismo, in cui la città rappresentava in qualche modo la figura emblematica (Clavairolle 2008, 100).

In principio si tratta per lo più di giovani che provengono dalla classe media urbana e che cominciano a organizzarsi attraverso comuni ideologicamente radicali, in buona parte di carattere anarchico. Un elemento chiave della scelta del posto si riferisce ai prezzi bassi di terra e case, favorevole nelle aree considerate marginali, in depressione. L’esperienza delle comuni rurali postsessantotto non dura molto, a causa dei conflitti che si originavano con le popolazioni autoctone e alla bassa preparazione tecnica dei neorurali sulle attività agricole intraprese. A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta la maggior parte dei Paesi europei vede una nuova ondata di migrazioni verso la campagna, ma con una composizione sociale e un significato della scelta neorurale per certi versi differenti da quelli della precedente esperienza. Si tratta di gruppi meno radicali, formati in buona parte da collettivi vicini al movimento ecologista; l’obiettivo non è più necessariamente l’utopia comunitaria, ma più semplicemente la scelta di vivere in contatto diretto con la natura, privilegiando la qualità di vita. Con obiettivi meno ambiziosi che nella prima ondata, e con una preparazione tecnica maggiore, sono i membri di questa seconda ondata che consolidano il fenomeno neorurale, aumentando progressivamente il numero di gruppi che rientrano in questa definizione (Nogué 1988). Negli anni Ottanta e Novanta, ma soprattutto dall’inizio del Duemila, il fenomeno neorurale continua a consolidarsi nell’Europa del sud (Bonini 2012).

Il concetto di “comunità” – pocanzi menzionato – è controverso e può presentarsi in diverse accezioni; in primis, è utilizzato comunemente dagli abitanti della valle per riferirsi alle esperienze di vita comunitaria postsessantottine, che caratterizzano in modo cruciale le prime esperienze neorurali, dalla fine degli anni Settanta. La nozione di “comunità” per riferirsi all’intera valle – come ho fatto in qualche occasione agli albori della presente ricerca – ha ben presto cominciato a non convincermi, in quanto la valle è composta da universi culturali distinti tra di loro, che insieme non “fanno comunità”. Se ha senso parlare di comunità, potrebbe averlo in relazione ai singoli universi culturali, per esempio quello neorurale. In questo senso, Filippo, uno degli intervistati, chiarisce lucidamente: “Quella neorurale è una comunità... ma non tutta la valle è una comunità...”; Nadia, dal canto suo, aggiunge che “nella valle ci sono varie comunità, non c’è una sola comunità...”. Il punto di vista delle persone intervistate – nessuna delle quali pensa la valle in quanto comunità, ma vede invece nella valle diverse comunità – è in linea con quello di Anthony Cohen (1985) quando concettualizza la “comunità” come entità che crea, tra l’interno e l’esterno, analogie e differenze, agglutinando al suo interno delle modalità di sentire comuni, in un contesto in cui i membri si sentono parte.



Note


¹ Si vedano, come esempio, i versi 67-69 del Canto xxvi del Purgatorio, che recitano: “Non altrimenti stupido si turba / Lo montanaro, e rimirando ammuta, / Quando rozzo e selvatico si inurba”.

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