Questo articolo è parte del primo numero de laRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione.
Si legge qui, gratuitamente.
«Dopo cinquant’anni che lavoro in questo settore, mai come ora sono convinta che le biblioteche siano davvero i luoghi di cui abbiamo bisogno».
Antonella Agnoli, le biblioteche le ha gestite, studiate, osservate, progettate, sperimentate. Nella sua lunga carriera ha raccolto e seminato esperienze ovunque, dai borghi alle grandi città. Che senso ha oggi quell’oggetto che chiamiamo ‘biblioteca’ dentro lo spazio urbano? È su questo tema che Antonella Agnoli si concentra nel suo ultimo libro, La casa di tutti: città e biblioteche (Einaudi, pagg.154).
FB: Iniziamo dai numeri: l’Istat nel 2020 ha contato 7.459 biblioteche e sommate a quelle scolastiche e universitarie diventano 12.647; nel 2019 hanno registrato 50 milioni di accessi fisici e gli utenti erano 7,8 milioni. Lei le definisce «di gran lunga la più diffusa infrastruttura culturale del nostro Paese, molto più degli stadi, dei cinema e dei teatri». Crede ci sia consapevolezza di questo fenomeno?
AA: Devo fare una premessa: ho pensato i miei libri non come dei testi ‘sulle’ biblioteche,
ma su cosa le biblioteche potrebbero essere. Se con quel termine intendiamo dei luoghi che offrono un servizio di prestiti e una sala-lettura, possiamo davvero dubitare che ce ne sia ancora bisogno.
Allora, una prima risposta riguarda la consapevolezza politica, cioè la capacità di immaginare cosa farsene di quei luoghi, qualunque sia il contesto, locale o metropolitano. La maggior parte delle biblioteche stanno in piccoli e medi comuni, sono finanziate dal bilancio municipale e spesso restano aperte quasi per inerzia, colpevole la mancanza di risorse e la mancanza di immaginazione. Ci sono eccezioni naturalmente, che io cerco di raccontare nel libro. Ma sono tanti gli amministratori locali che ci hanno rinunciato, tengono la targa fuori dalla porta e un minimo di orario di apertura.
Il fatto è che nel nostro Paese non abbiamo mai avuto un Jack Lang che in Francia, da Ministro della cultura, ha lanciato la cosiddetta ‘mediateca’, vale a dire una ‘biblioteca’ inedita che si apriva a tutti i nuovi supporti e linguaggi, dai computer ai cd musicali ai dvd e a tutte le iniziative che si potevano inventare. Io non ho mai sentito nel nostro Paese un Ministro della cultura dire: bisogna investire in biblioteche pubbliche, comunali, diffuse, aperte, per farne centri di cultura, dotati di luoghi, risorse e orari adeguati al contemporaneo.
FB: C’è un secondo aspetto che lei sottolinea nel libro: la ragione sociale, nel senso di quale dimensione sociale possa e voglia svolgere la biblioteca.
AA: Il caso emblematico è la public library anglosassone che nasce già con una vocazione sociale. Ricordo la prima volta che sono andata negli Stati Uniti e mi sono resa conto che a San Francisco, come a Seattle, le biblioteche erano frequentate tutti i giorni da homeless e nessuno li guardava come intrusi, ma come cittadini che lì trovavano un luogo dove stare. E questo pubblico così particolare aveva incentivato persino nuovi servizi sociali, come i shower bus che giravano tra le biblioteche per permettere a queste persone di lavarsi e cambiarsi.
Da noi, la biblioteca non nasce con questa impostazione, ma è da sempre il luogo ‘dove ci sono i libri’, frequentato dagli studiosi e dagli studenti. Un giorno, in un laboratorio a Valdagno, ho chiesto a un gruppo di bambini se frequentassero la biblioteca e loro mi hanno risposto: perché dovremmo andarci? Ci sono giochi là dentro?
Il campo semantico della parola ‘biblioteca’ è rimasto estremamente limitato.
Negli anni ’70 la biblioteca pubblica aveva un po’ rotto i suoi confini, sperimentando una inedita dimensione di ‘centro culturale’, in sintonia (e in alleanza) con quello che succedeva nella scuola e nelle piazze. Quella è stata davvero l’occasione per reinventarsi, ma si è presa un’altra strada, quella della promozione della lettura e del libro. In realtà, a ben vedere, ha finito per tenere distante chi non è un gran lettore e chi non ha una famiglia che ti spinge a leggere. Ma noi sappiamo che la biblioteca dovrebbe lavorare proprio per loro, per chi rimane fuori dalle sue porte. So che si può fare: di recente sono tornata a Cinisello Balsamo e il piazzale della biblioteca era pieno di ragazzi, partecipano alle attività, fanno vivere quel luogo tutto il giorno a loro modo.
FB: Lei racconta di casi in cui la biblioteca è stata il perno di un progetto di riqualificazione urbana più ampia e fa gli esempi di Medellin in Colombia e di Aarhus in Norvegia.
AA: Nel caso norvegese è stato un modo per riprogettare i docks; a Medellin per far rinascere i quartieri più feriti dal conflitto e dai narcos. Questo succede quando la politica trova davvero la sua vocazione più vera e sa disegnare un futuro urbano. Ascoltando le notizie terribili di Caivano, mi chiedo: perché da noi queste cose non avvengono? Perché non siamo capaci di progetti così coraggiosi?
Nessuno pensa alla biblioteca come un possibile baricentro su cui progettare pezzi interi di città. Alla fine, attorno alla biblioteca ha agito davvero una sorta di rimozione. E così mi chiedo pure che ruolo possano giocare gli intellettuali.
Per capirlo, mi vengono in mente gli Stati Uniti e le tante volte che mi è capitato di andare a casa di qualche docente universitario: mi ha sempre sorpreso non trovare le migliaia di volumi che di solito i nostri intellettuali tengono a casa; mi raccontano che i libri per le loro ricerche li trovavano nelle biblioteche dell’università, che peraltro frequentano assieme agli studenti, mentre per romanzi o altri saggi vanno alla biblioteca pubblica. Per loro è un vanto frequentare una public library e sanno che un quartiere con una biblioteca pubblica che funziona ha un valore aggiunto.
FB: Come è possibile allora provare a rimettere questo luogo al centro dei bisogni e dei desideri urbani?
AA: Riprendo il caso di Aarhus: è in un Paese dove le biblioteche pubbliche funzionano sul serio e in quella città si sono presi tutto il tempo possibile per coinvolgere gli abitanti nel progetto e raccogliere più idee possibili su come farne una nuova, come gestirla, come si sarebbe sostenuta. Il risultato è che è molto più che una biblioteca, in realtà è un grande progetto urbanistico, una città nella città. È stato possibile perché hanno coinvolto tanti soggetti e tante competenze, hanno costruito una rete di alleanze.
Ecco, quello è lo scarto: abbiamo bisogno di costruire alleanze per ripensare pezzi di città, mettere insieme saperi ed esperienze differenti, dall’urbanista all’operatore sociale, chi si occupa di economia e chi fa attività culturale. Dovrebbero intervenire tutti: dobbiamo scommettere su una cittadinanza consapevole, dare voce a tutti, dai bambini alle start-up, abbiamo bisogno di queste energie e di queste competenze. Attorno a una biblioteca si può aprire una sorta di cantiere civico, che sia cioè un cantiere culturale e sociale di progettazione.
Non ho traccia di progetti simili realizzati in Italia e non credo ce ne siano neanche all’interno del PNRR, magari mi sono sfuggiti. Il fatto è che spesso mettiamo risorse nel restauro di edifici storici che ospitano biblioteche e sono a volte sì magnifici ma costituiscono di per sé una barriera fisica e psicologica per poterli rendere un organismo vivo e attraente.
FB: E qui si apre la questione di come progettare lo spazio della biblioteca: lei racconta di luoghi molto accoglienti, a piano terra, grandi vetrate, tanti servizi diversi.
AA: Credo che il primo passo siano due domande: di cosa ha bisogno la comunità e come vogliamo o possiamo gestirla. Ce lo dobbiamo chiedere perché non esistono modelli, ogni luogo risponde agli specifici bisogni di quella comunità. Terzo, c’è da affrontare un tema semplice e complicatissimo: l’orario. Come possono funzionare biblioteche aperte durante il giorno con due rientri pomeridiani e chiuse il sabato e la domenica? Quante funzionano così? Nella mia lunga esperienza, ho sempre trovato molto interessante osservare chi arriva di domenica pomeriggio: c’è chi viene a leggersi riviste e quotidiani lasciati da parte durante la settimana, altri si prendono semplicemente del tempo, perché di domenica c’è un modo di starci diverso persino fisicamente. Progettare significa avere la visione di quello spazio: mettere delle poltrone super trendy non vuol dire nulla se non rientra in un progetto più ampio.
E poi dovremmo immaginare dei luoghi di facile accesso, proprio come i negozi. Perché per entrare in un luogo della cultura devi per forza fare fatica? E che rapporto vogliamo costruire con lo spazio esterno? Abbiamo affrontato la pandemia con i bar che aumentavano i plateatici, i lavoratori dello spettacolo si prendevano piazze e strade, ma le biblioteche non hanno fatto uno sforzo per conquistare lo spazio esterno, a parte il pur ammirevole servizio di libri a casa. Forse dovremmo proprio partire dal ‘fuori’ per progettare l’interno.
FB: L’altro elemento sono le risorse: i bilanci dei comuni sono striminziti e sono rari i casi di alleanze con privati o mecenati come nel caso di Fano come lei racconta nel libro o addirittura di crowdfunding. Come si affronta una questione simile?
AA: L’azionariato popolare, il crowdfunding, il mecenatismo funzionano se tu hai una reputazione, se il tuo progetto è credibile e autorevole. Per di più in Italia non c’è una tradizione in questo senso, che invece è molto anglosassone, è una tradizione di civismo borghese. Cosa fare dunque? Io credo molto nella cittadinanza attiva.
Attenzione: c’è un certo misunderstanding attorno a questo tema, perché molte amministrazioni locali ricorrono ai volontari per supplire ad esempio a orari o personale mancante. Così come non sempre sta dentro perimetri dignitosi l’affido dei servizi alle cooperative, di solito fatto al massimo ribasso. Allora dovremmo spostare lo sguardo: oggi una biblioteca ha bisogno di competenze e di saperi diversi. Ci si può chiedere cosa sia oggi un bibliotecario.
Perché in quel luogo c’è la necessità di saper creare relazioni, intercettare pubblici nuovi e magari trasformare gli utenti in operatori, condividere la responsabilità e il progetto. Penso al caso di Mendrisio: i quattro operatori stavano lavorando a un progetto di orario sette giorni su sette, impossibile da sostenere da soli; allora hanno avviato un passaparola, organizzato banchetti, raccolto competenze, lanciato una call.
Hanno selezionato delle persone che possono coprire una serie di attività e prendersi cura del luogo: non è lavoro gratuito, per farlo costa 140 mila euro. Ma in questo modo quei bibliotecari sono diventati una fonte rigenerativa della biblioteca.
FB: La biblioteca di cui parla sembra andare anche oltre l’idea di presidio, per diventare invece motore della strada e del quartiere.
AA: La biblioteca è un luogo di legami deboli, è una fucina di incontri casuali e sorprendenti. I bibliotecari americani raccontano che è più semplice trovare lavoro frequentando una biblioteca che non nelle agenzie interinali, perché là dentro degli sconosciuti si incontrano e si parlano, chiedono delle vite degli altri e capita che ci sia sempre qualcuno che sta cercando lavoro e qualcuno che ne offra uno. La biblioteca si avvicina al cosiddetto ‘terzo luogo’ che per definizione è un attrattore di spontaneità.
La pandemia ci ha fatto riflettere sullo spazio domestico e su come viverlo. La biblioteca funziona allo stesso tempo come una casa e un luogo alieno alla casa. Un luogo dove ci si sente meno soli e allo stesso tempo protegge. Questi sono elementi da tenere sempre presenti quando si progetta una biblioteca, perché sappiamo che alle persone piace fare cose diverse nello stesso posto: puoi fare yoga in mezzo ai libri, prendere un caffè, stampare in 3D, imparare un mestiere, ascoltare musica.
La biblioteca non può essere solo sedie e tavoli da tenere immobili, ma uno spazio dove quelle sedie e quei tavoli si possono spostare. A volte mi è capitato di trovare in una biblioteca un cartello: “Vietato spostare le sedie”. No: se le trovi sempre spostate, vuol dire che erano messe male. Nella biblioteca devi riconoscere una intelligenza d’uso dello spazio e delle cose. La biblioteca dovrebbe essere tutt’altro che uno spazio d’ordine.
FB: Cos’è allora una biblioteca?
AA: A questo punto possiamo riconoscere che non c’è una definizione univoca. All’estero spesso cercano di non chiamarla ormai mai più ‘biblioteca’ e così inventano altri nomi. Quella magnifica di Tilburg, in Olanda, la chiamano LocHal: è un edificio di oltre 11 mila metri quadri su tre piani, ospita la biblioteca pubblica, il centro regionale di conoscenza e acquisizione di competenze nell’arte, un fondo regionale per la cultura e l’industria creativa insieme a svariati spazi di co-working e sedi di altri istituti come il museo del cinema e il centro per l’architettura e l’urbanistica.
Quando sono entrata ho capito subito di essere dentro a un pezzo di città ma contemporaneamente in biblioteca. E attenzione: in quel posto fanno un sacco di prestiti, cioè non si sono perse le funzioni originarie, ma ne hanno aggiunte altre che a loro volta fanno da volano ai libri. In quel senso la biblioteca è un luogo complesso eppure è un luogo facile.
Foto di Chris Zhang su Unsplash