Giovedì 04 dicembre 2025
La condizione dell’utente
 
Agency e comportamento del computer
Dal web

Quali sono le condizioni perché un utente del computer acquisisca un’agenzia, intesa qui come la capacità di sottrarsi agli automatismi?
Qual è l’orizzonte di autonomia dell’utente all’interno di un mondo costruito di software programmati da altri, quando la loro logica viene resa inaccessibile in nome della comodità?


“Per conoscere il mondo bisogna costruirlo.”
— Cesare Pavese, citato da Alan Kay nel 1972


Un mondo di cose

Come esseri umani, veniamo al mondo gettati in un mondo. Questo mondo è plasmato da cose prodotte da altri esseri umani prima di noi. Queste cose sono ciò che, al contempo, connette e separa le persone. Non ci limitiamo a contemplarle: le usiamo, e a nostra volta ne fabbrichiamo di nuove.

In questo mondo di cose, noi lavoriamo, operiamo e agiamo. Il lavoro (labor) era originariamente inteso come un processo privato volto alla sussistenza, che non produceva un risultato duraturo. Attraverso l’opera (work), invece, creiamo oggetti stabili, durevoli. Infine, agiamo: compiamo gesti che danno origine a nuovi inizi — mettiamo al mondo, ci impegniamo politicamente, lasciamo un impiego.

Oggi, tuttavia, l’opera somiglia molto al lavoro: come i frutti della terra, la maggior parte degli artefatti che ci circondano non dura a lungo. Si potrebbe disporre queste tre attività lungo una scala del comportamento, inteso qui come gesto ripetuto:


il lavoro (labor) è comportamento puro;
l’opera (work) è una modulazione del comportamento;
l’azione è l’interruzione del comportamento.


L’azione è ciò che infrange “l’automatismo fatale del puro accadere”. Questa è, in sintesi, la descrizione che Hannah Arendt offre della condizione umana.


Applicare il modello ai computer

Se un altro mondo — un mondo nel mondo — esiste da qualche parte, esso è dentro il computer. Il computer, infatti, non si limita, come altri media, a rappresentare le cose: possiede la facoltà di simularle, e di simulare altri media a loro volta.

Joanne McNeil osserva che “le metafore diventano goffe quando parliamo di internet”, poiché internet, rete di reti di computer, è per sua natura molteplice e diversificata. Eppure, per amor di argomentazione, accettiamo comunque una metafora.

Le singole applicazioni, i siti web, le app, le piattaforme online, somigliano un po’ alle cose che popolano una metropoli: interi quartieri, monumenti, piazze pubbliche, centri commerciali, fabbriche, uffici, studi privati, cantieri abbandonati, laboratori, giardini — chiusi o aperti.


Questa analogia era chiara alle origini del web, ma si è fatta meno evidente con la diffusione dei dispositivi mobili. Ancora McNeil: “Poiché gli smartphone hanno offuscato i confini organizzativi tra i mondi online e offline, le metafore spaziali sono cadute in disuso. Come si può parlare di internet come di un luogo quando lo consultiamo in movimento, con un dispositivo portatile che offre indicazioni stradali dal portabicchieri di un’auto o infilato nella tasca di una giacca?”.

Oggi internet può apparire meno come un mondo, ma conserva la caratteristica mondana di produrre le condizioni, più o meno intelligibili, dell’esperienza dell’utente.

Infatti, con e dentro i computer in rete, gli utenti esercitano tutte e tre le forme di attività individuate da Arendt: svolgono un lavoro ripetitivo, producono cose,
e, potenzialmente, agiscono — ovvero danno origine a nuovi inizi, fuggendo dai percorsi prescritti, creandone di nuovi, non facendo ciò che ci si aspetta da loro o ciò che hanno sempre fatto.



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