“Abito all'American Gardens Building, sull'81a West, 11o piano. Mi chiamo Patrick Bateman, ho 27 anni. Credo fortemente nella cura della persona, in una dieta bilanciata, nel rigoroso e quotidiano esercizio fisico. La mattina noto in genere un certo gonfiore intorno agli occhi, mi applico un impacco di ghiaccio e passo agli esercizi di stretching; ne conosco un migliaio. Tolto l'impacco di ghiaccio, mi detergo con una lozione che pulisce i pori in profondità. Per la doccia uso un gel detergente ai principi attivi. Quindi un sapone al miele e mandorle. E per il viso un gel esfoliante. Applico quindi una maschera facciale alle erbe che lascio agire per 10 minuti mentre proseguo nella mia routine. Uso sempre una lozione dopobarba con poco o niente alcol, dato che l'alcol secca la pelle e fa apparire più vecchi. Quindi una lozione emolliente, un balsamo antirughe per il contorno degli occhi e infine una lozione protettiva idratante. C'è una vaga idea di Patrick Bateman, una sorta di astrazione. In realtà non sono io, ma una pura entità, qualcosa di illusorio. Anche se so mascherare la freddezza del mio sguardo, e tu puoi anche stringermi la mano e sentire la mia pelle a contatto con la tua, e persino arrivare a credere che i nostri stili di vita sono perfettamente comparabili... la verità è che io non sono lì.” (Patrick Bateman, American Psycho, 2000)
In Italia la dimensione aziendale e manageriale nell'iconografia popolare si rifà alla cosiddetta Milano da bere, dove la crescita dell'industria dei media, della pubblicità e della comunicazione si accompagna alla dimensione di arrivismo del ceto medio borghese, che trova riconoscimento simbolico nel rituale dell'aperitivo e nel consumo smodato. Emblema di questa rappresentazione è il film Yuppies, esilarante commedia dove i protagonisti vivono nell'illusorio mito di Gianni Agnelli e Silvio Berlusconi. La figura dello yuppie, acronimo e crasi di young professional, di cui Bateman è rappresentazione tragica, è contraddistinta dall'emulazione dello stile di vita americano e dall'ostentazione simbolica dell'ascesa sociale attraverso oggetti di consumo, come orologi costosi e abiti firmati.“Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico.” (Cheyenne, This Must Be The Place, 2011)
In questo periodo germogliano i semi che porteranno al lavoro come è oggi, nella contemporaneità. Il primo è il contraddittorio rapporto con la tecnologia, che sempre più attraverso il computer va ad occupare un ruolo centrale nelle pratiche lavorative. Mentre negli anni '70 le macchine erano viste come strumenti in grado di alleviare la fatica del lavoratore, ora sempre più spesso vengono a rappresentare ciò che “toglie” il lavoro che precedentemente veniva eseguito dall'essere umano – il quale, a causa dell'utilizzo delle macchine, diventa superfluo. Nel contempo, le politiche del lavoro vanno sempre più in direzione della flessibilità, altro concetto simbolico che ha ormai superato i suoi stessi confini esondando inesorabilmente verso la precarietà. Le tutele decrescenti del posto di lavoro si accompagnano ad una pluralità di contratti a termine, atipici e di collaborazione sino a varie forme di lavoro gratuito, che di fatto trasformano il posto fisso da solida realtà ad autentica chimera. Arriviamo così all'inizio del XXI secolo, quando i concetti di flessibilità e managerialismo, tecnologia, lavoro e lifestyle collassando tutti uno sull'altro dentro l'idea di classe creativa. Portata all'attenzione del grande pubblico da Richard Florida, l'idea di classe creativa va a rappresentare quel variegato ensemble di professionisti della comunicazione che condividono uno stile di vita che mette insieme le logiche della flessibilità precaria, con il riconoscimento sociale dato da uno stile di vita cool, che sull'altare di lavori altamente soddisfacenti da un punto di vista simbolico e di status spesso nascondono, o fanno finta di non vedere, le condizioni altamente precarie della loro esistenza. La rivendicazione di un lavoro pagato prima dei trent'anni nelle professioni della conoscenza è spesso vista come un'assurdità, ed anche dileggiata con espressioni come “intanto sei giovane, devi fare esperienza” o “per questo progetto non c'è budget, ma può darti visibilità”, come rivendicato dalla campagna #coglioneNO sul mondo creativo. Una generazione perduta che il sogno del posto fisso l'ha riposto nel cassetto da tempo, anzi cui forse non interessa nemmeno più. Oggi gli effetti della crisi hanno ulteriormente complicato un quadro già di per sé problematico e frammentato. I dati più recenti per l'Italia mostrano un calo del 30% delle assunzioni a tempo indeterminato dal 2008 a oggi. Il “posto fisso”, probabilmente, è già superato dalla realtà, oltre il mito, oltre la narrativa che lo connota. Nuove professioni emergono dalla Rete e nella Rete, con tempi e modi di lavoro diversi, basate sulle reti sociali, caratterizzate da una iperconnessione 24/7 e da una separazione della prestazione lavorativa dal luogo in cui la stessa avviene. Ciò cui stiamo assistendo somiglia ad una vera e propria trasformazione strutturale del lavoro che porta in primo piano la figura dei freelance, che secondo un recente rapporto europeo rappresentano ormai il 15% del totale della forza lavoro europea (un lavoratore su sette), con un trend di crescita da almeno dieci anni. Non solo: il 45% dei cittadini lavoratori europei dichiara che ad un lavoro dipendente preferirebbe un lavoro indipendente, in quanto in grado di dare maggiore libertà, indipendenza e autosufficienza. Spesso, però, questo non è possibile. E proprio nelle professioni della conoscenza, due mondi si scontrano: da un lato i “garantiti”, i dipendenti, che pagano una proporzione abnorme di tasse direttamente trattenute da una busta paga. E dall'altro i “non garantiti”, che una busta paga non l'hanno perché precari o perché non la vogliono avere. Liberi professionisti, lavoratori indipendenti, in gran parte nel settore della comunicazione e dei servizi, i freelance rappresentano una forma di lavoro in rapida ascesa eppure restano ancora oggi il vero buco nero della politica economica dell'Italia contemporanea. Vessati da più governi, stigmatizzati come evasori per definizione, restano sullo sfondo di politiche del lavoro ancorate a un paio di decenni fa, che sottovalutano se non addirittura ignorano un settore che è in espansione non solo per congiunture cicliche dell'economia post-crisi, ma per ragioni più direttamente strutturali, figlie di una trasformazione socio-economica che va in direzione di micro-imprenditorialità e auto-imprenditorialità. E così proliferano le startup e i coworking spaces, i liberi professionisti e i freelance, in particolare sotto i trent'anni, che associandosi tra loro provano a riprendersi il futuro imponendo nel contempo una rinnovata attenzione all'impatto sociale dell'agire economico, e una ventata di innovazione. Il “nuovo lavoro” è già qui, e il posto fisso non sembra contemplato, dentro all'idea che il lavoro non si cerca: si crea. Proprio come nella cottage industry, prima della rivoluzione industriale. I giovani, in questo senso, rappresentano un vero “mito nel mito”. La “gavetta”, in seguito alle politiche di flessibilità degli scorsi decenni, per loro sembra essersi dilatata all'infinito – un'eterna attesa per un'occasione che sembra non arrivare mai. Non solo: secondo uno studio recente, realizzato dalla Bentley University (Massachussets) e in procinto di pubblicazione, si calcola che i Millennials, coloro che sono nati negli anni '80 e '90 e che entro il 2025 saranno la maggioranza della forza lavoro, sono caratterizzati da skills e da una modalità organizzativa del lavoro che è differente rispetto al passato, con una maggiore tendenza all'indipendenza e all'autorganizzazione. Non amano strutture gerarchiche arbitrarie, orari fissi né l'obbligo di adempiere il proprio compito seguendo uno specifico processo stabilito, quando possono ottenere lo stesso risultato in modo più efficace. Così la transizione strutturale che cavalca l'onda della tecnologia diventa quasi scontro generazionale, mentre la politica non capisce o sembra avere altro a cui pensare. E il futuro, nel frattempo, è già presente.“Io, Pina, ho una caratteristica: loro non lo sanno, ma io sono indistruttibile, e sai perché? Perché sono il più grande "perditore" di tutti i tempi. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto - dico otto! - campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d'acquisto della lira, fiducia in chi mi governa... e la testa, per un mostr... per una donna come te” (Ugo Fantozzi, Fantozzi contro tutti, 1980)
Precedentemente pubblicato in Miti 2.0 a cura di Societing Foto di Marten Bjork su Unsplash