Martedì 24 settembre 2024
Archiviare e conservare la stampa indipendente si può, anzi si dovrebbe
Scritto da:
Francesco Ciaponi
Due dei principali strumenti di ricerca per gli studiosi e semplici appassionati restano ancora oggi gli archivi e le biblioteche, siano esse pubbliche o private. Partendo da questa apparentemente ovvia constatazione, intendo analizzare quale sia oggi il rapporto che lega il mondo della conservazione del materiale a stampa con il variegato universo dell’editoria indipendente.
Per togliermi da ogni impaccio quindi, la prima cosa da fare è senz’altro individuare il nostro raggio d’azione in modo da definire con maggior precisione possibile cosa si intende per editoria indipendente. Per farlo ci serviamo della definizione che ne dà il sito PublishDrive, realtà formata da professionisti che operano nel mondo dell'editoria in oltre 190 paesi in tutto il mondo e che la descrive come «un settore che opera in modo autonomo rispetto alle regole del mercato editoriale mainstream. Le case editrici indipendenti soddisfano infatti mercati di nicchia, promuovendo voci e tematiche diverse e offrendo prospettive alternative che potrebbero non essere così diffuse nell'editoria mainstream».
Si tratta ovviamente di un lemma assai generico ma se da un lato può risultare quasi impossibile descrivere in maniera completa ed esaustiva un universo tanto vasto quanto disomogeneo, dall’altro può comunque risultare utile ai nostri scopi perlomeno restringere il cerchio.
Come evidenziato nel titolo, archiviare e conservare la stampa indipendente si può, anzi si dovrebbe. Il condizionale è d’obbligo e concorre a sottolineare quanto ancora ci sia da fare in questo ambito e per dimostrarlo di seguito tenterò di analizzare lo stato dell’arte in cui ci troviamo ad operare.
Innanzi tutto è necessario specificare che mi riferirò essenzialmente a tre tipologie di materiali, tutti più o meno riconducibili alla definizione sopra citata di editoria indipendente e, nello specifico, alle fanzine, alle riviste underground e, infine, ai contemporanei magazine indipendenti. Ma procediamo con ordine precisando che non farò riferimento né a risorse quali archive.org in quanto generica piattaforma di prodotti digitalizzati non pensata per scopi archivistici e bibliografici, né a librerie e affini in quanto strutturalmente organizzate per l’esclusivo obiettivo della vendita dei prodotti.
Per quanto riguarda le fanzine la situazione appare ben delineata e già relativamente strutturata, almeno se poniamo la nostra attenzione al panorama internazionale e soprattutto anglosassone.
Le cosiddette Fanzine Library infatti sono una realtà già da alcuni decenni, fenomeno questo che possiamo ricondurre essenzialmente al fatto che storicamente, le fanzine hanno offerto una comunità a individui o gruppi socialmente isolati attraverso la loro innata capacità di esprimere e perseguire idee e argomenti comuni. Per questo motivo, le fanzine stesse rivestono un valore culturale e accademico di tracce tangibili dell’esistenza di comunità spesso marginali, molte delle quali altrimenti ben poco documentate. Le fanzine offrono a questi segmenti marginali della società l'opportunità di esprimere la propria opinione, sia condividendoli classicamente con altri membri della propria comunità, sia con i nuovi strumenti digitali con un pubblico potenzialmente infinito e comunque più ampio rispetto al passato. Ciò si riflette proprio nella creazione di archivi di fanzine inizialmente privati ma oggi anche presenti nelle istituzioni pubbliche. Gli esempi in questo senso potrebbero essere davvero molti per cui mi limiterò a citarne alcuni come quello della Pratt Institute Libraries di Brooklyn, della New York Public Library, della OCAD U Library di Toronto o della rinomata Duke University. Esistono poi come detto numerosi archivi privati o riconducibili ad associazioni come l’Anchor Zine Archive Library, il 56a infoshop in Inghilterra oppure la storica Fanzinoteca d’Italia di Gianluca Umiliacchi, La Pipette Noir di Valeria Foschetti o il progetto Compulsive Archive di Giulia Vallicelli.
A dimostrazione di quanto il mondo delle fanzine sia da sempre sensibile alla conservazione degli artefatti editoriali, negli ultimi anni sono comparsi anche nuovi archivi dedicati a specifici settori del mondo delle fanzine come, per esempio, il Queer Zine Archive Project o l’Arizona Queer Archive.
La comunità fanzinara ha addirittura negli anni creato, in coerente spirito Do it Yourself, anche numerose autoproduzioni dedicate a chi intende crearsi il proprio archivio, la più importante delle quali è senz’altro il volume a cura di Lauren Devoe e Sara Duff dal titolo Zines in Libraries: Selecting, Purchasing, and Processing, purtroppo mai tradotto in italiano.
Se passiamo al secondo ambito di analisi, quello relativo alla cosiddetta underground press, ovvero quei periodici prodotti clandestinamente distribuiti in modo indipendente e associati alla controcultura della fine degli anni Sessanta e dell'inizio degli anni Settanta. L’importanza di esplorare il rapporto tra produzione culturale e movimenti sociali si manifesta in collezioni d'archivio, pubblicazioni, centri studi e programmi pubblici tra cui mostre, workshop, conferenze e proiezioni, che incoraggiano un po’ ovunque l’incontro fra l’editoria e la ricca storia dei movimenti sociali. Anche in questo caso quindi, il fenomeno oramai storicizzato della controcultura, è riuscito a ritagliarsi una propria dignità che va ben oltre gli studiosi del settore. A riprova di questo interesse diffuso verso tali materiali si contano centinaia di archivi nati proprio con lo scopo di conservare e mettere a disposizione le riviste dell’epoca. Anche in questo caso, per ovvi motivi di spazio, citerò solo alcune realtà quali l’archivio della Michigan State University e della Bowling Green State University, i progetti The Campus Underground Press e Independent Voice, entrambi ospitati dalla piattaforma non-profit JSTOR, l’associazione Interference Archive e l’archivio privato di Roz Payne. Esistono poi ulteriore risorse dedicate a specifici ambiti dell’underground press come quello relativo alle minoranze come il movimento Black Panther Party o all’editoria GI. In Italia le esperienze assimilabili alle citate realtà anglosassoni sono in realtà molto poche e spesso gestite ancora oggi da testimoni di un tempo che fu salvo alcune eccezioni quali Archivio Storico della Nuova Sinistra "Marco Pezzi” di Bologna, l’Archivio Autonomia incentrato esclusivamente sulle realtà territoriali dell’Autonomia Operaia italiana negli anni Settanta, la Fondazione Echaurren Salaris o i progetti nati da progetti individuali come l’Archivio Grafton9 o il sito archivio dedicato alla stampa musicale di Daniele Briganti.
Per quanto riguarda i magazine indipendenti, settore questo nato ad inizio anni Duemila e ancora oggi in rapida ascesa, ci riferiamo a quei materiali in cui, per riprendere le parole di Megan Le Masurier: «il focus editoriale tende ad essere una celebrazione delle poco rappresentate forme e manifestazioni della cultura popolare e del lavoro creativo dei produttori indipendenti di moda, design, arti visive, fotografia, musica e film». In questo caso il panorama però appare ben più sconfortante visto che non esiste al mondo nessun archivio dedicato a questo specifico settore dell’editoria indipendente.
Prima di analizzare tale deficit è però interessante notare come invece siano numerosi i casi in cui proprio i progetti editoriali basano il proprio concept sull’importanza dell’archivio e della conservazione. Facciamo due esempi molto differenti fra loro: l’italiano Archivio magazine e il lavoro dello studioso Marc Fischer.
Per quanto riguarda Archivio, si tratta di un progetto a cura di Promemoria Group, nato a Torino con l’obiettivo di sperimentare nuove curatele dei contenuti d’archivio, una rivista di documenti inediti ed esclusivi distribuita in tutto il mondo. In linea con i principali trend che caratterizzano questo settore dell’editoria, anche Archivio vuole essere un oggetto unico, curato in maniera maniacale sia nei contenuti che nella forma, che aspira a portare alla luce frammenti inediti e storie particolarmente originali derivanti dall’analisi professionale degli archivi, dando voce ai materiali e ai professionisti che vi lavorano. Come sottolineato nella presentazione del progetto, «L’obiettivo è quella di farci riflettere e offrire nuove prospettive sull'idea e la pratica della memoria». In questo caso l’archivio è il centro propulsivo della rivista, l’ecosistema da cui provengono tutti i contenuti e quindi l’importanza della conservazione diviene il cuore stesso dell’iniziativa.
Storia differente, ma pur con delle analogie di fondo, quella di Marc Fisher, già fondatore nel 2007 del progetto Public Collectors, la cui attività comprende la realizzazione e la distribuzione anche di pubblicazioni come Malachi Ritscher e Library Excavations. Nelle sue attività editoriali Fisher, oltre a ricordarci l’importanza del materiale stampato in tempi di apparente dominio digitale, riporta al centro dell’attenzione la forza del contenuto gettando nuova luce su elementi a cui spesso non prestiamo attenzione, che non sapevamo esistessero o che spesso diamo per scontati. Questo è il caso per esempio di Library Excavations, una serie di opuscoli tematici che rimandano al concept di Archivio, composti da contenuti riportati alla luce da scaffali o scatoloni conservati nelle varie biblioteche pubbliche di Chicago.
In entrambi i casi quello che risulta fondamentale, oltre alle conoscenze delle dinamiche biblioteconomiche e archivistiche, è la ferrea convinzione che gli archivi celino al loro interno tesori inesplorati, materiali perfetti per la costruzione di narrazioni originali e spesso assai interessanti.
Se ci mettiamo alla ricerca di archivi e biblioteche incentrati sulle riviste, notiamo che esistono alcuni sporadici progetti, penso al The People’s Graphic Design Archive o a Design Reviewed, che però non contemplano il panorama contemporaneo preferendo concentrarsi sulla storia dei magazine con particolare attenzione a tematiche legate alla grafica ed al design, ponendo quindi maggior enfasi sulla forma rispetto ai contenuti. Alcuni esempi di questo tipo possiamo scovarli anche in Italia, esperienze quali l’Archivio Storico del Progetto Grafico che però negli anni si è sempre più caratterizzato per una chiusura verso il mondo esterno rimanendo quindi sordo di fronte alle nuove tendenze indipendenti del mondo dell'editoria.
Ecco quindi che ritorna a sollecitarci la domanda da cui siamo partiti, se cioè esiste una qualche forma di archiviazione delle produzioni editoriali indipendenti.
Come abbiamo visto, soprattutto nel mondo anglosassone, esiste una più spiccata sensibilità verso il tema della conservazione delle varie forme con cui si materializza l’editoria indipendente, soprattutto verso fenomeni in parte già storicizzati quali le fanzine e l’underground press. Rimane però ancora tutta da immaginare la stagione in cui anche gli indie mags riescano a conquistarsi il proprio spazio all’interno delle collezioni per essere resi fruibili da chiunque desideri, attraverso di essi, portare avanti ricerche e analisi. Un vuoto questo che ci interroga sul valore stesso che le nostre società attribuiscono a questi oggetti, spesso (ahimè!) considerati appunto solamente oggetti. Con un po’ di provocazione si può sostenere che non avvertendo la necessità di conservare, non prevedendo oggi la futura utilità insita nelle pagine, svuotiamo tali riviste della loro importanza di fonti archivistiche e testimonianze storiche, relegandole appunto a meri soprammobili da sfoggiare o a cui ritornare regolarmente per il nostro piacere personale. Errore questo, a parer mio, davvero imperdonabile, che necessita quanto prima di una correzione che deve però coinvolgere in prima istanza le istituzioni pubbliche, oggi pressoché del tutto sorde di fronte a questo relativamente nuovo fermento culturale, unico a dire il vero nel morente panorama editoriale cartaceo non solo italiano. Uno slancio questo che dovrebbe poi coinvolgere tutte quelle realtà che conoscono e vivono direttamente il fenomeno, penso alle realtà nate in questi anni come gli shop online e gli store fisici dedicati ai magazine indipendenti, che credo trarrebbero ulteriore slancio e beneficio dall’attivazione di nuovi servizi e forme di valorizzazione delle riviste stesse superando contemporaneamente anche l’apparente blocco che vede oramai solo nelle fiere e nei mercati, sovente molto simili gli uni con gli altri, l’unico momento di proposta e divulgazione diretto verso il mondo esterno.
L’urgenza di tali servizi, sia pur non del tutto ancora avvertita nemmeno dagli stessi editori, deriva dopotutto dal rischio del tutto naturale della perdita di tali oggetti che è ovviamente sempre in agguato, anche a causa dell’immensa produzione di documenti digitali che inonda i nostri orizzonti cognitivi e per la frenetica e pericolosa trasformazione dei supporti tecnologici che spesso ci impedisce di mantenere anche i nostri stessi archivi personali vivi e fruibili. Un rischio che esiste e che speriamo cominci, meglio prima che poi, a serpeggiare anche fra gli addetti ai lavori in modo da far avvertire loro la necessità di concepire l’editoria indipendente non solo come un tesoro relegato ad un passato polveroso e non più attuale, non solo come amarcord dei bei tempi andati, ma invece come una continua riserva di storie, informazioni e spunti necessari per comprendere a pieno quello che è la nostra idea di cultura.
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