Lunedì 10 novembre 2025
Ascolto, dissenso
 
Il rumore come pratica femminista e politica del sensibile
Dal web

Introduzione alle politiche del rumore

Le tassonomie occidentali hanno a lungo ordinato l’esperienza acustica attraverso criteri che non riflettono solo questioni tecniche, ma modelli culturali e rapporti di potere. Nelle pratiche artistiche contemporanee, il rumore emerge come principio di disallineamento del sensibile, in grado di ridefinire gerarchie percettive entro i regimi aurali dell’economia culturale. Inteso come soglia epistemica, destabilizza le metriche con cui la modernità occidentale ha delimitato l’udibile, relegando a “disturbo” ciò che eccede lo standard della desiderabilità fonologica. 


Già l’acustica ottocentesca, con la distinzione helmholtziana fra vibrazione periodica (tono) e aperiodica (rumore), non istituisce una verità classificatoria ma un confine operativo (Meulders, 2005). Proprio in questa ambivalenza si apre la possibilità di leggere il rumore come eccedenza critica, capace di riprogrammare lo spettro dell’udibile e di metterne in discussione le categorie normative. Nelle traiettorie della composizione contemporanea e nelle culture nate ai margini – dal rave al noise, dalla techno all’industrial fino alla sound art – il rumore espone l’infrastruttura politica dell’ascolto, mostrando chi può prendere parola, attraverso quali dispositivi e da quale posizione. L’ascolto diventa così pratica di negoziazione e di redistribuzione, non mera ricezione ma esercizio di rinegoziazione dei diritti d’accesso al sensibile e delle forme di condivisione dell’esperienza. In una prospettiva femminista intersezionale, il rumore diventa cittadinanza acustica, politica del sensibile che consente a soggettività altre di riappropriarsi di spazi e parola all’interno del divenire storico.


Genealogie storico-artistiche del rumore

Una genealogia sintetica consente di contestualizzare il rumore nel campo delle arti visive e delle pratiche musicali. La modernità industriale lo ha inscritto nello slancio tecnologico e urbano: traffico, macchine, fabbriche, elettricità entrano a costituire i nuovi ambienti sonori collettivi producendo una diffusione capillare che ne trasforma radicalmente la percezione. Le avanguardie storiche hanno inscritto quei fenomeni acustici entro un lessico estetico e simbolico dalle traiettorie divergenti. Il Futurismo ne ha esaltato la carica tecnologica e la vertigine della modernità, facendo del rumore emblema di velocità e potenza. Il Dadaismo, invece, ne ha messo in atto una torsione critica, come nei poemi fonetici di Hugo Ball, dove la frantumazione della parola in puro suono produce un cortocircuito semantico che disarticola il linguaggio stesso. In questa ambivalenza il rumore si configura come materia liminale, in grado di tradurre in gesto estetico le contraddizioni della modernità. Non solo interferenza nella linearità degli stilemi rappresentativi, ma rottura dei regimi di ascolto che investe arti visive e sonore. In ambito pittorico, Quadrato nero di Kazimir Malevič (1915) opera un azzeramento che, oltre la retorica dell’icona, espone la materialità della superficie e ne lascia affiorare una forma di “rumore visivo”, disturbo informazionale che sospende la funzione mimetica a favore di una soglia percettiva. In Francia Marcel Duchamp, con la sua Ruota di Bicicletta (1913), mette in crisi il concetto tradizionale di opera introducendo la logica del ready-made (Weibel, 2019). Sul piano musicale e performativo, gli intonarumori di Luigi Russolo (1913-16) trasferiscono la città industriale nella composizione, normalizzando timbri non armonici, dinamiche estreme e mascheramenti spettrali come lessico. 


Le pratiche successive spaziano tra sperimentazioni tecnologiche, vocali e performative. In questo orizzonte il rumore non si configura più come eccedenza disordinata, ma come agente produttivo, capace di scardinare e ridefinire il campo dell’udibile oltre le consuetudini culturali. Con il Padiglione Philips (Expo Bruxelles, 1958), l’integrazione tra architettura e diffusione elettroacustica realizzata da Varèse (Poème électronique) e Xenakis (Concret PH) introduce la spazializzazione, il riverbero calcolato e la proiezione multicanale come parametri di scrittura sonora e spaziale. Da qui in avanti, il rumore apre la soglia della vulnerabilità, mettendo in scena un’esposizione del corpo che resiste al decoro e all’estetica normativa, trasformando il movimento stesso in dissenso incarnato. Poesia sonora, text-sound composition, sperimentazioni radiofoniche, azioni pubbliche e coreografie vocali site-specific delineano così una costellazione transdisciplinare in cui il rumore agisce come gesto eccedente, sottraendosi a ogni riduzione categoriale. Le pratiche Fluxus, dagli event scores alle azioni sugli strumenti e alle vocalità estese, spostano la composizione verso protocolli d’ascolto situati, in cui rumore, gesto e dispositivo coincidono. L’uso del microfono come lente, dell’amplificazione come scultura e della preparazione o distruzione come tecnica mette a nudo l’infrastruttura effimera dell’udibile. Nelle installazioni sonore ciò implica anche una trasformazione dell’esperienza temporale: la durata degli eventi musicali non è più data, ma dipende dalla fruizione. In questo quadro, l’agency dello spettatore-uditore si esplicita nel decidere quando entrare nello spazio, come collocarsi rispetto alla fonte sonora e quando interrompere l’esperienza. «If, as with the sound installation art, objects of perception are in constant state of flux, but elude any sense of conclusion beyond their temporal extension because of their spatial differentiation, the perceiver inevitably finds themselves confronted with the aporias of their experience. […] The material object of a work of art cannot be reconciled with the cognitive representation from which the aesthetic experience first unfolds» (Schroeder e Straebel, 2017, p. 28).




Partecipa alla trasformazione

Iscriviti alla newsletter
di cheFare

Questa è la nostra informativa privacy.