CG: Recentemente nel dibattito critico sull’arte impegnata politicamente si è affermato il termine “artivismo” per indicare quelle pratiche che cercano di portare il cambiamento sociale. È una parola che a me non convince perché viene utilizzata in modo didascalico per mostrare una chiara intenzione politica, qual è la tua opinione a questo riguardo? (...)
CB: Neppure a me piace questo neologismo! Piuttosto che cercare di definire i confini tra attivismo e artivismo, trovo più utile chiedersi perché, negli ultimi quindici anni, sia emerso un impulso a fondere le due pratiche. Basti pensare a tutte le forme di attivismo emerse dal 2011 in poi (la primavera araba e Occupy Wall Street), passando per Black Lives Matter, l’attivismo ambientale (#NoDAPL, Extinction Rebellion), fino all’attivismo museale (come Liberate Tate o P.A.I.N.). In tutti questi movimenti, gli artisti e le artiste hanno avuto un ruolo centrale. A seconda del contesto geografico, mantenere queste forme di attivismo accanto a una pratica artistica individuale può risultare complesso. Alcuni critici potrebbero sostenere che il termine artivismo indichi una forma di individualizzazione dell’attivismo (che, tradizionalmente, è più collettivo) e che la sua temporalità sia forse meno orientata verso obiettivi concreti – ma personalmente sono restìa a tracciare confini rigidi tra queste categorie.
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