A giugno 2025, la Scuola Holden è stata oggetto di cronaca a causa della testimonianza di una ex-studentessa che sul suo blog denunciava l’incongruenza tra retta pagata (circa ventimila euro), aspettative future, promesse formative e la realtà esperita. Tra le altre cose, nella sua lunga disamina, si indicavano problemi nel funzionamento dei rapporti tra docenti e allievi, un’importante vaghezza a riguardo dei contenuti dei corsi e dei metri di giudizio dei docenti, il fatto che gli studenti erano visti e trattati come “clienti” e non come “studenti” e infine l’autrice si chiedeva su queste basi come fosse possibile che la Holden rilasciasse un titolo riconosciuto dal Ministero.
Neanche sei mesi dopo a novembre 2025, Danilo Bonucci, segretario generale della CGIL di Torino, dichiara al Corriere della Sera, in merito all’apertura di vertenze sindacali con la stessa scuola: «Ma i genitori che pagano rette da decine di migliaia di euro lo sanno che alla Holden ci sono docenti e lavoratori di ogni tipo sottopagati o inquadrati in modo errato? Perfino chi sta in reception viene considerato un autonomo, pur svolgendo ogni giorno mansioni di accoglienza».
Il fatto è che questi aspetti brevemente riportati non riguardano solo la Holden, anzi… Merita infatti soffermarsi un attimo su un segmento del mercato formativo che negli ultimi anni ha visto sempre maggiore espansione: l’università privata parificata. In altre parole stiamo parlando di università private riconosciute, enti il cui scopo principale è fare profitto, pur essendo tuttavia autorizzati dal Ministero dell’Università e della Ricerca a rilasciare titoli (lauree e dottorati) legalmente validi.
Conviene immergersi nell’analisi delle suddette realtà per provare a vederne limiti e problematiche, perché non si parla solo di titoli di studio, ma anche di vissuti personali, di percorsi professionali e, ancor più rilevante, di come sta cambiando l’università e l’istruzione. In questo articolo si andranno ad analizzare le suddette dinamiche, ma nel farlo però non ci si avvarrà solo di dati statistici e di pareri di terzi, ma anche su un’osservazione partecipante durata circa dieci anni della mia vita durante i quali, in qualità di docente, ho solcato i corridoi di numerose università di questo genere. Non si tratta per la maggior parte di scuole di scrittura, quanto piuttosto di università che rilasciano titoli utili nel campo del design e di una non meglio precisata “creatività”, settori in cui questo genere di istituzioni pullano (si includa nella parola “creatività” tutto ciò che riguarda moda, design di prodotto, graphic e visual design - quindi grafica e fotografia - oltre che le professioni legate al mondo della comunicazione e della pubblicità fino ad arrivare alla scrittura creativa, narrativa e pubblicitaria).
Solo per quello che riguarda il così detto “design”, altro termine tanto vago quanto inclusivo, AlmaLaurea in un rapporto del 2023 ci dice che nel sistema formativo italiano: “Sono ben 91 gli istituti accreditati dal Ministero dell’Istruzione: 28 Università, 16 Accademie delle Belle Arti, 15 Accademie legalmente riconosciute, 26 Istituti privati autorizzati a rilasciare titoli AFAM (Alta formazione artistica e musicale) e 6 ISIA (Istituti superiori per industrie artistiche). Per un totale di 303 corsi di studio”. Dove la domanda degli iscritti è in crescita: “pari a 14.907, cioè il 3,87% in più rispetto al precedente anno accademico”. Un settore in espansione, insomma, che merita attenzione, il cui settore privato occupa già una fetta importante dell’offerta a fronte del fatto che nel pubblico molti dei corsi sono a numero chiuso, mentre negli istituti privati, fatto salvo un test d’ingresso esclusivamente di facciata, l’iscrizione è garantita dal pagamento della retta. Le questioni da affrontare sono molteplici e concatenate tra loro, tra cui: il controllo della qualità della didattica (e il conseguente accreditamento presso il MUR), il reclutamento e la contrattualizzazione del personale docente, le questioni culturali riguardo da un lato la mitizzazione figure lavorative “in uscita” dall'altro la realtà lavorativa e quindi i punti di vista degli studenti e infine gli scenari che tutto questo apre.
Nel pubblico molti dei corsi sono a numero chiuso, mentre negli istituti privati, fatto salvo un test d’ingresso esclusivamente di facciata, l’iscrizione è garantita dal pagamento della retta
Andando per ordine, riguardo l'accreditamento facile dell’offerta formativa, spesso se ne è sentito parlare in merito alle cosiddette “università telematiche” sovente più o meno esplicitamente paragonate a “esamifici” legalizzati, ossia luoghi quindi ben distanti da vere e proprie università: luoghi dove non viene condotta ricerca accademica, non circolano idee e soprattutto non vi è un reale controllo del corpo docente deputato a insegnare - e della contrattualistica lavorativa conseguente. In proposito, a marzo 2024, Alfredo Marra, professore ordinario di diritto amministrativo e pubblico dell’Università degli Studi di Milano e Giovanna Iannantuoni, professoressa ordinaria di economia politica presso Università Milano Bicocca scrivevano su “lavoce.info”: “Che un corso di laurea, soprattutto se di tipo professionalizzante, possa avere un certo numero di docenti a contratto non costituisce un problema. Ma se i docenti a contratto sono la stragrande maggioranza, v’è da chiedersi se siamo ancora in presenza di un’università”. Ora, cosa succede se invece che della stragrande maggioranza si parla in questi casi della totalità o della quasi-totalità? I requisiti per l’insegnamento richiesti dal MUR attraverso l’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) insistono molto sul fatto che i docenti chiamati a insegnare le varie materie abbiano una laurea magistrale. Il risultato è presto detto: per esempio si reclutano una serie di ex-allievi a cui è stata data la laurea magistrale e questi vengono chiamati a coprire gli insegnamenti rimasti scoperti a fronte di un compenso che è accettabile solo per chi si è appena laureato e si sente ancora uno studente. Poiché parliamo di precari e partite iva, la contrattualistica dei docenti infatti è spesso oggetto di contrattazione individuale tra l’istituto e il docente stesso, con il risultato che all’istituto conviene reclutare un docente docile e le cui pretese di salario e di trattamento sono poche se non nulle… e chi meglio di uno studente fresco di laurea o, ancora di un docente che alternative per cercare una posizione migliore non ce l’ha?
Non sto dicendo che l’intero corpo docente in queste scuole sia ricattato o non preparato, ma sto dicendo invece che episodi di reclutamento quantomeno sommario del corpo docente sono purtroppo una prassi. E sto dicendo anche che purtroppo in questo genere di università, a fronte di un esiguo numero di insegnanti a contratto soddisfatti, si assiste anche a numerosi soprusi da parte di chi gestisce la macchina nei confronti di un corpo docente purtroppo troppo prono e privo di spirito di corpo (semmai lo spirito è prendersi il corso del collega l’anno successivo). Non mi riferisco solo a “licenziamenti” improvvisi o a una contrattualistica che parte “solo se il corso viene attivato”, quindi scaricando il rischio di impresa sul lavoratore, ma mi riferisco anche a situazioni limite dove per esempio si obbligavano nel contratto i docenti a cercarsi da soli i sostituti in caso di eventuali assenze - ovviamente non ci vuole un giuslavorista per capire che non è legale chiedere una cosa simile in un contratto. Tuttavia questo ha voluto dire che una mia ex-collega precaria, sola e con una figlia a carico, una volta scoperto un tumore ha dovuto chiedere ai suoi colleghi di sostituirla durante le chemioterapie per non rischiare di perdere il posto. “Se questa è una professoressa?” Verrebbe da chiedersi. Per non parlare della distorsione di mercato e del vantaggio competitivo in termini di costi nei confronti delle università tradizionali. Simili consuetudini agiscono in barba ai precetti che dovrebbero riguardare le assunzioni di docenti e le norme che regolano l’erogazione di corsi universitari riconosciuti dal Ministero.
Se i docenti a contratto sono la stragrande maggioranza, v’è da chiedersi se siamo ancora in presenza di un’università
Tali prassi sfruttano infatti la mancanza di controlli accurati. Non sempre quanto dichiarato dalle varie università non statali aderisce alla realtà dei fatti e vengono anche sfruttati numerosi vuoti legislativi in materia. Quest’ultimo aspetto è stato sottolineato anche dalla dottoressa Chiara Mari, ricercatrice presso l’Università della Sapienza di Roma in un articolo di Nomos del 2021.
A fronte di ciò, ci si potrebbe chiedere, cosa spinge un giovane o una famiglia a pagare la retta di simili università? - per altro in alcuni casi molto cospicue.
Qui entrano in gioco strutture di marketing e di branding oltre che culturali che coinvolgono sia le storie dei singoli enti sia questioni di narrativa del lavoro. Generalizzando, possiamo dire che le scelte di iscrizione si basano principalmente su tre aspetti concomitanti e interlacciati, ossia: a) la rassicurazione fatta alla famiglia pagante (attraverso le promesse occupazionali per gli studenti in uscita, il rilascio di un titolo di studio riconosciuto e/o attraverso il “prestigio” acquisito dalle sedi individuate); b) l’aspirazionalità della professione per cui il corso di studio ti dovrebbe preparare.
Le promesse occupazionali in uscita riguardano il cosiddetto "employment-rate" che in numerose occasioni viene portato in risposta alla domanda: “sì, io pago, ma poi si trova lavoro?”. La risposta non può essere che “sì”, a volte citando dati. Il fatto è che i dati snocciolati sono viziati all’origine perché non si parla né di retribuzione né di condizione lavorativa (tirocini e aperture di partite Iva sono incluse nel rating occupazionale) e non si sa nemmeno se le statistiche parlino di lavori “coerenti” con il percorso di studi effettuato. In altre parole, si tralascia di spiegare come i dati vengono raccolti e come questi vengano aggregati e analizzati. Il secondo aspetto, il rilascio di un titolo di studio rimane per molte famiglie garanzia che almeno un titolo rimanga in mano - e questo spiega la necessità di diverse università di farsi riconoscere dall’ANVUR, ma spiega anche come mai si tenda a chiudere le iscrizioni a novembre, così da permettere di iscriversi a chi non è stato preso nei ben più economici corsi delle università statali a numero chiuso.
Ma il vero vantaggio competitivo di mercato sulla concorrenza, viene costruito su percezione e reputazione. Che poi sovente rappresentano le principali voci di uscita nei bilanci di queste strutture commerciali. A giustificare le rette presentate alle famiglie, spesso spropositatamente alte, contribuisce in gran parte anche la percezione che i clienti/studenti hanno quando visitano sedi e aule negli open-day, quindi si trovano spesso sedi istituzionali tirate a lustro - possibilmente in palazzi storici e in centro città - e, quando possibili, eventuali partnership strategiche con altri attori - principalmente quotidiani, magazine, editori, e/o altri attori economici già presenti sul mercato di riferimento. Tutto questo per altro è il prerequisito per aprirsi al lucroso business che attira nelle nostre città anche i vari studenti internazionali, in una commistione tra turismo, aspirazionalità e formazione. E quindi, cosa c'è di meglio di una collaborazione con una rivista - meglio se importante - o di un qualche brand di moda, per giustificare rette da trentamila euro per un master da neanche nove mesi di studi? Poco conta poi chi verrà a insegnare veramente in aula, quale sia il suo trattamento contrattuale e, in taluni casi, la sua preparazione effettiva o il percorso di selezione del personale che è stato fatto all’origine. E che il settore della formazione (riconosciuta e non) sia lucrativo è evidente, basti guardare alla recente apertura di scuole para-universitarie affiliate o controllate a diversi dei grandi gruppi editoriali italiani sebbene in questi casi le offerte siano rivolte più ad area business appunto e a formazione post-laurea che è meno interessata al riconoscimento statale (ma le dinamiche spesso non differiscono).
Cosa c'è di meglio di una collaborazione con una rivista - meglio se importante - o di un qualche brand di moda, per giustificare rette da trentamila euro per un master da neanche nove mesi di studi?
Ultimo aspetto, non per questo meno importante, la vendemmia d’autunno si gioca molto sulle aspirazionalità delle professioni “insegnate”: nelle nostre rappresentazioni culturali ci piace fregiarsi di titoli più o meno inventati e auto-assegnati ma di sicuro fascino: è bello a vent’anni pensare di studiare per diventare per esempio “scrittrice”, o “creative director”, “stylist” o “designer” in tutte le sue articolazioni possibili (communication designer, brand designer, fashion designer, graphic designer, interior designer etc. etc. etc.). E chissà che non sia proprio io - e perché non mio figlio o mia figlia - la prossima Sally Rooney, il prossimo Alessandro Michele, la prossima Paola Navone. Poco importa se la realtà sia poi ben diversa dalla fantasia collettiva che questi nomi suscitano. E anche in seguito, una volta iniziato un percorso lavorativo, è pur sempre fancy dire di lavorare nel “fashion”.
Né l’incanto dura poco: qualche anno fa è stato pubblicato uno studio di un’antropologa italiana emigrata in Francia, Giulia Mensitieri, che ha svolto il suo dottorato di ricerca presso l' École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, pubblicando la sua ricerca in un volume dal titolo: Le Plus Beau Métier du monde: dans les coulisses de l’industrie de la mode (Paris, Éditions de la Découverte, 2018). Uno studio che in Italia è stato colpevolmente ignorato o quasi, ma il volume ha trovato una certa fortuna all’estero, tanto che è stato tradotto in inglese uscendo per Bloomsbury nel 2020. Nel suo lavoro la studiosa analizza le dinamiche sociali e le narrazioni culturali che rendono accettabile l’esistenza di chi va a lavoro vestendo Chanel, Prada e così via - ciò avviene in quanto i pagamenti dei brand avvengono attraverso voucher da spendere nelle boutique di moda - ma allo stesso tempo non ha abbastanza soldi per pagarsi un affitto, per mangiare decentemente o pagarsi le ricariche del telefono. Lo studio è interessante perché cerca di andare alle radici di queste contraddizioni, trovandole nei presupposti insiti nel capitalismo avanzato del XXI secolo e perché mette in rilievo come il plusvalore finanziario sia creato dalla differenza che si genera tra lo status apparente (aspirazione) e il salario reale, ossia tra narrazione e vita. Ma è proprio questo stesso gap che costituisce, a mio avviso, l’appetibilità dei corsi venduti: la celebrazione della creatività come espressione individualistica da perseguire a tutti i costi, o per lo meno al costo delle salatissime rette che le università non statali impongono.
Per dirla con le parole della Mensitieri (cito traducendo dall’edizione inglese) : L'industria della moda combinava tutti gli ingredienti del sogno neoliberale: competitività, creatività, bellezza, potere e denaro. Tuttavia, la proliferazione dei corsi di laurea e il conseguente aumento del numero di professionisti si scontrarono rapidamente con la mancanza di posti di lavoro, portando, inevitabilmente, a un aumento dei lavoratori privi di un impiego stabile.
La stessa forza lavoro che poi viene reclutata per l’insegnamento nelle suddette scuole, le cui proprietà sono talvolta opache e molto distanti, appartenendo talora anche a grossi gruppi finanziari internazionali o fondi di investimento che considerano i direttori manager e li valutano sulle percentuali di profitto portato (con lauti premi se si supera un Margine Operativo Lordo del 70%).
Alla luce di quanto detto, non stupisce quindi che poi studenti e studentesse si lamentino del duro impatto che hanno nel precipitare dal sogno professionale alla durissima realtà, passando per una formazione professionale promessa ma mai realmente garantita.
Ci tengo a ripetere che non voglio, con questo articolo, fare di tutta un’erba un fascio, ma è pur vero che non riesco a scordare la lezione del maestro del design che personalmente amo di più, Enzo Mari, il quale parlando delle scuole di creatività, in una celebre lezione che si può trovare anche su youtube, dichiara lapidario: “si produce il nulla”. E forse anche questo rischio l’ANVUR lo dovrebbe prendere in considerazione.