Martedì 27 gennaio 2026
Dai diamanti non nasce niente, ma forse sì
 
Di finanziamenti e altre velleità materiali

Le aree interne del nostro paese sono costellate di pratiche artistiche e culturali che, a partire dalla specificità dei luoghi in cui operano, riescono ad attivare reti, assemblare spazialità, accendere fuochi, costruire immaginari alternativi di sviluppo territoriale e sperimentare nuove forme di abitare.


Queste pratiche sono leggibili come veri e propri fermenti territoriali: incubatori di trasformazioni dagli esiti non prefigurabili, capaci di produrre energia in condizioni estreme. In queste pagine abbiamo rintracciato alcune delle specificità di questo brulichio di iniziative, interrogando contestualmente l’azione pubblica rispetto al ruolo di supporto che dovrebbe esercitare per favorire il più significativo dispiegamento del loro potenziale trasformativo.


Pubblichiamo un estratto di IN FERMENTO Pratiche artistiche e culturali nei territori interni italiani di Serena Olcuire e Giovanni Attili, edito da Robida


Dal 2014 Robida lavora all'intersezione tra parola scritta e parlata - con Robida Magazine e Radio Robida - e pratiche spaziali in relazione al paese di Topolò/Topolove, situato sul confine tra Italia e Slovenia. Attraverso la sua rivista e altre pubblicazioni, Robida porta avanti una pratica editoriale situata dove il luogo da cui le pubblicazioni vengono prodotte dà forma, influenza metodologicamente e ispira i libri stessi. Tracce del paesaggio entrano negli spazi a margine dei testi, le stagioni danno il ritmo alla produzione editoriale, gli incontri che avvengono durante le camminate quotidiane che inframezzano il lavoro di impaginazione al computer compaiono tra le pagine. 




Bisogna chiedersi se alla base di alcuni progetti realizzati in piccoli centri ci sono persone che vivono realmente in quei luoghi, oppure se lavorare in quei posti è un modo per intercettare fondi pubblici. {bv}


A Cielo Aperto è paradigmatico in questo senso. L’associazione Vincenzo De Luca, che li aveva chiamati a Latronico, ha il vincolo statutario di non ricorrere a fondi pubblici, e la ragione è forse da ricercarsi in quel discontento indicato da Rodríguez-Pose (2017) come esito del progressivo disinvestimento in quelle aree in declino, considerate ‘senza futuro’, dalle scarse prospettive di sviluppo. Tali dinamiche hanno portato molti “luoghi che non contano” (Ibidem) a ribellarsi a tale status quo attraverso, anche, l’esercizio di un voto populista alle ultime tornate elettorali e, più in generale, una diffusa sfiducia nei confronti dell’azione pubblica e della politica istituzionale. Nel caso della Vincenzo De Luca, l’associazione si compone di una cinquantina di persone legate al paese, spesso perché ci sono nate e si sono sentite costrette a lasciarlo per formarsi o per lavorare, vedendo con il tempo sfumare la realistica possibilità di tornare ad abitarlo. Bianco-Valente ipotizzano che una situazione del genere produca un potente moto di sfiducia nella classe politica di quei territori e nei risultati nel suo operato.


Così, ogni anno, i componenti dell’associazione si auto-tassano per poter mandare avanti il progetto, stabilendo una somma a disposizione di Bianco-Valente e Pasquale Campanella per l’invito degli artisti in residenza e la produzione delle opere; in tal modo si afferma la propria indipendenza rispetto a qualunque avvicendamento politico nell’amministrazione pubblica evitando, come succede altrove, che i cambi di compagine al Comune, alla Provincia o alla Regione producano arresti (anche pluriennali) del lavoro, arresti che si protraggono fino a quando non si riesce ad “agganciare” la nuova amministrazione. L’autofinanziamento di A Cielo Aperto, inoltre, comporta un vantaggio interessante in termini relazionali: chi abita a Latronico sa che A Cielo Aperto non è un progetto a scopo di lucro e completamente indipendente, quindi davanti alle necessità che possono sorgere (come un appartamento, uno spazio o manovalanza) sia gli abitanti che l’amministrazione locale sono molto disponibili a dare una mano e mettere in campo le proprie risorse.

Mentre scriviamo, l’associazione sta valutando l’ipotesi di attingere ad altri tipi di finanziamento legati a fondazioni private o a politiche comunitarie dell’Unione Europea: il problema di fiducia sembra essere circoscritto al governo politico e amministrativo dell’ambito locale e nazionale. Da un paio d’anni, la Vincenzo De Luca si è costituita associazione di promozione sociale per intercettare fondi pubblici, sostenere i progetti con meno affanno e poter garantire un minimo di sostegno economico ai giovani di Latronico che hanno iniziato a collaborare con l’associazione.

L’associazione sta valutando l’ipotesi di attingere ad altri tipi di finanziamento legati a fondazioni private o a politiche comunitarie dell’Unione Europea: il problema di fiducia sembra essere circoscritto al governo politico e amministrativo dell’ambito locale e nazionale

Gli organizzatori del festival Interferenze, invece, godono di qualche piccolo finanziamento iniziale, che diventa cospicuo solo nel 2006, quando riescono a intercettare dei fondi PON. L’unico soggetto sovralocale con cui il progetto riesce a lavorare sono i GAL, Gruppi di Azione Locale, partnership di pubblico e che lavorano sulle linee di finanziamento del programma europeo di sviluppo rurale Leader+. Con i GAL il progetto collabora dal 2007 al 2013 in Irpinia, nel Partenio e in Puglia. Quando il progetto si evolve in Liminaria, prova a costruirsi su un progetto di scambio totale: agli artisti viene offerta una residenza finanziata (almeno per i viaggi) dalle istituzioni dei loro paesi di appartenenza, cosa che rende paradossalmente più semplice invitare un(a) artista da Cile, Canada o Australia rispetto a qualcunǝ dall’Italia. Una volta in loco, le comunità mettono a disposizione vitto, alloggio e alcuni strumenti per la produzione, e lɜ artistɜ restituiscono condividendo il proprio lavoro, creando piccole forme di scambio circolare che permettono progetti dal budget altrimenti significativo con delle somme decisamente contenute.

Questa doppia provenienza delle risorse comincia a solidificare il particolare strabismo del progetto, che guarda per un lato a un ambito iperlocale e per l’altro alla dimensione internazionale:


Abbiamo avuto rapporto soprattutto con i comuni, e soprattutto per la curiosità: spesso un comune di duemila abitanti che vede la possibilità di essere al centro di un progetto internazionale, nonostante magari non abbia la possibilità di cogliere la ratio del progetto, comunque è interessato. La cosa forte di questo lavoro era che era solido a livello locale ma soprattutto internazionale: abbiamo raccolto i frutti delle relazioni che abbiamo costruito, prendendo finanziamenti da parte del governo cileno per fare un mostra al Macro a Roma, in Australia abbiamo avuto questo finanziamento per portare la mostra all’istituto italiano di cultura di Melbourne... alla fine anche il lavoro che abbiamo fatto a livello locale è tornato a livello non tanto sovralocale ma quanto più internazionale. {lp}


In termini di sostegno pubblico, all’estremo opposto troviamo Centrale Fies che, oltre a muoversi tra finanziamenti di provenienze e stampi molto diversi, riesce in alcuni casi a farsi sovvenzionare interi progetti dall’amministrazione locale. È il caso di Trentino Brand New, su cui torneremo successivamente, i cui costi vengono coperti dall’Ufficio per le Politiche Giovanili che, riconosciuto il valore dell’operazione, reputa giusto offrirla come servizio gratuito ai giovani del proprio territorio. Anche qui, ovviamente, c’è un importante lavoro di interpretazione e traduzione tra i linguaggi dell’arte e quelli delle politiche pubbliche, ma è un compito che viene svolto dall’Ufficio stesso. Forse la consapevolezza del valore del progetto, forse la visione del proprio ruolo nel buon governo del territorio, a metà tra l’accogliere alcune sollecitazioni che arrivano dal basso e l’estrapolarne poi politiche o soluzioni, permette di mantenere una relazione molto più serena e fruttuosa nei confronti dell’attività culturale. In questo senso, sarebbe importante avere strumenti normativi di ampio respiro, che permettano di ‘prevedere l’imprevedibile’ e accogliere gli stimoli e le sollecitazioni che spontaneamente arrivano dai territori.

Questa doppia provenienza delle risorse comincia a solidificare il particolare strabismo del progetto, che guarda per un lato a un ambito iperlocale e per l’altro alla dimensione internazionale

Ci sono poi i finanziamenti  che arrivano da fondazioni o attori privati, che però vanno intercettati facendo coincidere dove, con chi, come e cosa si vuole fare con i criteri stabiliti dal bando. Questo è il caso di GAP, che finisce a interessare l’area salentina perché nelle Murge, la zona per la quale era stato pensato il progetto, non c’erano abbastanza associazioni con la storicità o gli anni di bilancio a norma che richiedeva Fondazione con il Sud, ente erogatore. Dopotutto, il bando non era scritto per interventi artistici o culturali, ed era stata Francesca a giocarsi una possibilità non scontata - un po’ come Leonardo, su Preci, aveva azzardato una proposta sui generis, fuori dalle categorie canonicamente programmate.

Qualsiasi origine abbiano i fondi, spesso quella che può sembrare una rimodulazione dei propri desideri progettuali per aderire alle richieste dell’ente erogatore è allo stesso tempo una forzatura delle maglie dei bandi stessi, in una negoziazione continua tra attori profondamente diversi, che conducono le loro trattative senza la mediazione di sensali e spesso influenzando la reciproca azione sul lungo periodo.


Ma quanto deve durare un progetto perché possa effettivamente ambire ad avere degli esiti? E dunque, quanto a lungo deve essere sostenuto? Rispetto alla durata dei fondi, in alcuni casi emerge il senso di pianificare un progetto che si compia in un arco di tempo delimitato. Francesca dice che avere avuto un finanziamento triennale è stato un lusso, che ha permesso di realizzare e seguire non pochi processi; e tenendo a mente la particolare caratteristica di GAP, l’essere un coordinatore-attivatore di risorse locali, il fatto che il finanziamento non si sia rinnovato non dovrebbe essere un problema: dopo tre anni il ruolo del progetto e di Francesca stessa avrebbe dovuto esaurirsi e permettere alle associazioni locali a una rinnovata autonomia. E così è in parte stato: alcune hanno cominciato a camminare con le proprie gambe su un percorso più impegnativo, come nel caso di Ramdom.

Ma nella maggioranza dei casi l’intermittenza dei finanziamenti è logorante: è la stessa Ramdom, che si nutre di singoli bandi a progetto, come quelli SIAE o dell’Italian Council a far notare come questa impossibilità di avere un finanziamento costante impedisca di garantire le attività e i laboratori ogni anno:


Siamo condizionati da quando ci danno le risorse per attivare i laboratori. Tra questo e il fatto di non avere una struttura più grande, siamo limitati anche nell’essere un vero e proprio presidio sul territorio [...] la mancanza di fondi strutturali ci impedisce di avere il respiro lungo, la tranquillità di mandare avanti un progetto e la relativa ricerca per il tempo necessario, per qualche anno, anche magari per vedere le ricadute del nostro lavoro. {pm}


E chi gode più facilmente di fondi pubblici non la vive necessariamente meglio: come nel caso di Trentino Brand New, il piccolo finanziamento che la Regione Friuli Venezia Giulia eroga per Robida si rinnova annualmente. La Stazione-Postaja, che generalmente viene supportata con i fondi dell’Assessorato alla Cultura regionale, a causa di una taglio ai finanziamenti pubblici nel 2013 ha dovuto lanciare un crowdfunding per organizzare il festival.


Periodicamente, quasi tutte le realtà mappate sul territorio italiano si devono confrontare con un una significativa quantità di tempo dedicato al reperimento fondi, che comprende ricerca, analisi e selezione di bandi o soggetti finanziatori, elaborazione e scrittura di progetti, talvolta consulenze esterne e/o lavoro di pubbliche relazioni per costruzione di reti o cordate inedite e, nel migliore dei casi, tutto il lavoro burocratico amministrativo legato alla gestione delle risorse economiche e alla loro severissima rendicontazione. È evidente come ciò riguardi realtà su tutta Italia e afferenti a diversi contesti della produzione creativa, ma è anche evidente come, nei contesti territoriali su cui abbiamo scelto di concentrare la nostra ricerca, possa essere più difficile avere le competenze, le alleanze o la solidità amministrativa di realtà che operano altrove.

Nella maggioranza dei casi l’intermittenza dei finanziamenti è logorante

La discontinuità dei fondi incide evidentemente sulla natura stessa dei lavori che si portano avanti, spingendo sempre più verso la messa in campo di progetti limitati nello spazio e nel tempo, conclusi e facilmente rendicontabili, tutte caratteristiche che non predispongono a una relazione di ampio respiro con il territorio.


Il problema del tempo è centrale, questi luoghi spesso vengono appena visitati, con degli spot di presenza: si va a fare una residenza in un luogo e ci si sta tre giorni. Non è una residenza, è un taglio di capelli. Io sto progressivamente sostituendo al termine residenza un termine che pensavo di aver inventato e invece poi ho scoperto esistere in italiano: ‘abitanza’. Abitare condivide l’etimologia con l’abitudine. L’habitus è qualcosa in cui si genera la vera residenza, quindi l’abitanza; la residenza virtuosa e non virtuale coincide con il vivere in un posto dove finisci anche per annoiarti, perché prendi delle abitudini, prendi dei ritmi, condividi dei ritmi, le cose comuni delle persone che stanno lì da sempre. {pg}


Ci sono progetti che non hanno una scadenza, progetti che hanno una temporalità estesa, progetti che si svolgono in modo interdipendente e coevolutivo con i territori e che, quindi, non possono avere una deadline. Questa invece è spesso stabilita dai bandi e richiesta dalle politiche pubbliche, anche per ragioni di bilancio e di chiusura degli anni finanziari. Bisognerebbe ragionare su nuove politiche pubbliche che possano accompagnare e sostenere processi che si sviluppano nel tempo, perché le dinamiche di cambiamento hanno bisogno di tempo, e di un tempo lungo (…). Le pratiche hanno bisogno di sedimentarsi, di radicarsi. Il tempo diventa una dimensione strategica dell’operare. Quindi, la domanda è come sia possibile investire e supportare progetti privi di scadenza e i cui esiti non sono tangibili, immediati e materiali, certamente non quantificabili. Sappiamo bene che queste progettualità danno luogo a processi che non necessariamente si materializzano in qualcosa di tangibile. L’esito – per quanto questa parola necessiti di una riconcettualizzazione – è ciò che si produce in termini di relazione, di valore, di significati all’interno di un processo. {ap}


Una prima indicazione di policy dovrebbe riguardare, dunque, le condizioni di possibilità materiali e immateriali che permettono la nascita, la permanenza e, chissà, l’estinzione dei progetti artistici e culturali nelle aree interne: se è vero che tali processi sono esito di coincidenze desiderate ma contingenti, sicuramente si possono concimare alcuni terreni perché le risorse vagabonde che li attraversano vi possano anche attecchire.

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