Pubblichiamo il capitolo scritto da Federica Vittori, vicepresidente di cheFare, contenuto nel libro Per una cultura della partecipazione a cura di Gloria Bovio e Oliviero G. Ponte di Pino e edito da Mimesis. Ringraziamo l'editore e i curatori per la gentile concessione.
Innovazione culturale e sociale
Innovazione sociale e culturale è un termine-ombrello ampio e una cornice interpretativa utile a descrivere una stagione lunga, e probabilmente passata, fatta di sperimentazioni, ricombinazioni originali di elementi noti e nuove pratiche in ambito culturale e sociale.
Sono molti ed eterogenei i progetti così rubricati in Italia e all’estero. Alcune esperienze effettivamente hanno portato ad una significativa innovazione nei modi di pensare, progettare, fruire e vivere la cultura, altri hanno arricchito l’ecosistema andando a replicare, correggere, implementare e codificare quelle pratiche portatrici di novità, altri sono stati tentativi non riusciti, elemento fisiologico e necessario se parliamo di reali processi collettivi di innovazione.
Non mi dilungherò ulteriormente su questo, esiste un’ampia bibliografia a cui fare riferimento, ma in questa sede ci è utile mettere in luce che molti degli elementi che si sono sviluppati all’interno di questa cornice hanno avuto e hanno tutt’ora molto a che fare con il tema della partecipazione di pubblici, utenti, target specifici, comunità, stakeholder, pubbliche amministrazioni, operatori e operatrici.
Partecipazione
Intanto una precisazione, per partecipazione non stiamo qui parlando solamente degli sforzi tesi a favorire l’allargamento e il coinvolgimento dei pubblici (Gariboldi, 2018), ma di un insieme più ampio di interventi che mirano a ricondurre l’elemento culturale a parte integrante della vita, dell’essere, dell’appartenere, del discernere, del capire e del capirsi. Si tratta di favorire o costruire legami sociali e “occasioni” in grado di interferire positivamente con le traiettorie di vita, spesso determinate dal censo o dal vivere in luoghi periferici.
Altre due precisazioni sono importanti. La prima è che così definita la partecipazione è un’idea politica, un’idea di “come le cose dovrebbero essere e sarebbe meglio che fossero”. Un’idea molto connessa alla necessità sia di un’equa distribuzione delle risorse che di una adeguata redistribuzione, tanto del reddito quanto delle opportunità. Un’idea mai immune da ideologie rigide, da romanticismo miope, elitarismo, paternalismo e ogni altro tipo possibile di arroccamento autoreferenziale. Tuttavia un’idea utopica, mai possibile da realizzarsi in pieno ma necessaria e fondante delle pratiche socio-culturali a cui faccio riferimento.
La seconda precisazione è che più di quanto siamo effettivamente disposti ad ammettere, ci abita talvolta un sentimento di nostalgia verso una certa età dell’oro della partecipazione, che alcuni di noi non hanno peraltro vissuto. Abitati da questo nòstos verso quella che probabilmente è stato breve periodo se guardato con le categorie della storia, ci muoviamo però non con ottica di restaurazione, ma con spirito di attivismo per incidere in un mondo descritto da statistiche sempre più deprimenti quando si parla di partecipazione (pensiamo ad esempio alla partecipazione al voto).
La partecipazione è un’idea politica, un’idea di “come le cose dovrebbero essere e sarebbe meglio che fossero”. Un’idea molto connessa alla necessità sia di un’equa distribuzione delle risorse che di una adeguata redistribuzione, tanto del reddito quanto delle opportunità
In sintesi gli sforzi progettuali tesi a favorire partecipazione attiva sono motivati da una certa idea di democrazia, di cittadinanza, di società e di cultura e mirano ad avere impatti positivi sulla capacità del singolo e dei gruppi di prendere parte a processi socio-culturali (cheFare, 2024), politici, ricreativi, comunitari, individuali. Il prendere parte può declinarsi in molti modi, tutti validi, in cui ciascuna e ciascuno è spinto dal desiderio o dalla necessità, modi che sono antidoti al ripiegamento su sé stessi che questi tempi prevedono come habitus personale e collettivo.
Innovazione culturale e sociale e partecipazione
Credo che alla stagione dell’innovazione sociale e culturale si debba tributare il consolidamento di alcuni elementi che oggi possono apparire “nativi” ovvero acquisiti, codificati, impliciti o automatici di un certo nuovo modo di progettare e fare cultura. Ed in particolare quando si parla di “partecipazione”.
In questa sede è utile adottare uno sguardo “dall’alto” a questo insieme eterogeneo di pratiche per identificare quei fattori comuni che hanno favorito, sostenuto e strutturato le pratiche della partecipazione, cercando di capire cosa è sedimentato e cosa rimane ancora da fare. Tenendo a mente che questi processi non sono immuni da cooptazione e trasformazione in pratiche di “washing”.
Quello che segue è un ragionamento, condiviso senza pretese di esausitività, sugli elementi che hanno contribuito a definire la possibilità di progettare la partecipazione culturale e sociale.
Una certa postura ed una congiuntura
Sentire di poter prendersi il tempo, lo spazio e le risorse anche economiche per poter provare, sperimentare e vedere come va è ritenuto un lusso, e lo è, nella società contemporanea. Il messaggio prevalente che viene trasmesso, in particolare alle giovani generazioni, sembra essere quello dell’irreversibilità delle scelte tanto di vita quanto di carriera, la necessità di vincere la competizione per le scarse risorse disponibili, il dover prendere parte ad una corsa in cui chi temporeggia è perduto. Di conseguenza, i risultati vengono indicati come conseguenza lineare di azioni concatenate attraverso principi di causa-effetto, cosa che richiede una messa appunto efficiente delle proprie energie. Il risultato è la sensazione, reale e condivisa, di un senso di affanno e di angoscia, della necessità non solo di fare tanto, ma di fare tanto, bene e in fretta.
Ai tempi dei primi progetti di innovazione socio-culturale per motivi molto diversi è stato possibile credere di potersi prendere quel tempo e quello spazio per provare a vedere cosa succedeva facendo le cose in un certo modo, nuovo, diverso. Ripeto, partendo da presupposti davvero molto diversi: alcuni hanno iniziato influenzati dalla cultura delle start-up che elogiavano il fallimento come elemento costitutivo del successo, altri perché non avevano niente da perdere, altri ancora per missione e vocazione, alcuni per storia politica che si intrecciava alle pratiche dei movimenti dal basso, spesso per la necessità di fare “le nozze con i fichi secchi” a fronte del continuo arretrare della spesa pubblica. Contemporaneamente programmi di finanziamento sia pubblici che privati hanno finanziato e sostenuto questa stagione di sperimentazioni eterogenee.
Questi elementi hanno favorito la partecipazione di molte operatrici e operatori che hanno ricevuto fondi e fiducia, che hanno potuto incontrarsi a più riprese per confrontarsi e per scambiarsi conoscenze, competenze e risultati intermedi o finali di progetti sparsi in aree geografiche molto diverse.
Sentire di poter prendersi il tempo, lo spazio e le risorse anche economiche per poter provare, sperimentare e vedere come va è ritenuto un lusso
Questo insieme di pratiche culturali emergenti si è confrontata anche con settori culturali molto tradizionali, incluse le istituzioni, mostrando che esistevano soggetti altri in grado di autodeterminarsi, di dare vita a produzioni culturali di qualità, in grado di integrare la dimensione del welfare con le pratiche collaborative con uno sguardo sempre attento ai processi di partecipazione e capacitazione.
Oggi nel mondo culturale sono in corso trasformazioni importanti: biblioteche e musei si stanno trasformando in modi anche radicali, stanno cambiando pelle, per includere l’elemento della partecipazione all’interno delle loro pratiche abituali e interpretarsi come dei centri culturali di comunità (Faggiolani, 2024). Progressivamente sono avvenute trasformazioni profonde anche nell’orizzonte delle aspettative. Dalle istituzioni culturali, oggi, ci si aspetta che agiscano mettendosi in relazione con i territori, i pubblici, gli stakeholders e le comunità, con le istanze che vengono espresse e le sensibilità socio-culturali emergenti. Ci si aspetta che siano agenti di partecipazione.
La prima lezione appresa in chiave progettuale è che la partecipazione richiede tempo, tanto tempo, come ogni trasformazione culturale che non sia una moda transitoria. Tempo e quindi risorse per dare vita a percorsi fatti di ascolto e fiducia, di costruzione di relazioni che come tutte le relazioni talvolta hanno bisogno di arretrare un po’ per poi riprendere il passo. Se da un lato quindi molto è stato appreso, standardizzato ed efficacemente diventato prassi progettuale, dall’altro è bene ricordarsi che è utile tenere una postura in grado di rispettare i tempi che ogni trasformazione richiede.
Radicarsi al contemporaneo
Pensando ai progetti sviluppatesi nella cornice dell’innovazione socio-culturale, si è trattato di processi e percorsi che seppur disordinati e non riconducibili ad un corpus unitario hanno segnato la necessità, quasi l’urgenza, di essere strettamente in relazione alla contemporaneità.
In qualche modo queste pratiche non solo sono nate come risposta a grandi mutamenti di contesto e di quadri normativi, ma hanno mantenuto una relazione strettissima con l’incessante avanzare di una cronaca collettiva difficile che richiede grossi sforzi di interpretazione e risposte articolate. Credo, o mi piace pensare, che almeno in piccola parte questa stagione abbia contribuito a favorire l’emergere di quelle sensibilità che oggi vengono rivendicate con maggiore nitidezza da parte delle giovani generazioni: essere nativi di un pensiero ecologico, intersezionale, sostenibile che comprende tanto le pratiche più strettamente ambientali quanto quelle relazionali.
Introdurre un approccio ecologico alla progettazione culturale ha conseguenze a mio avviso positive, su più livelli. Sicuramente l’attenzione a produzioni culturali quanto più possibili rispettose dei contesti ambientali che le ospitano, in grado non solo di non inquinare (pensiamo ad esempio agli eventi), ma capaci di inserirsi in maniera rispettosa e in dialogo con le comunità locali, le amministrazioni, gli abitanti.
Oggi nel mondo culturale sono in corso trasformazioni importanti: biblioteche e musei si stanno trasformando in modi anche radicali, stanno cambiando pelle, per includere l’elemento della partecipazione all’interno delle loro pratiche abituali e interpretarsi come dei centri culturali di comunità
Più in generale introdurre un approccio sistemico vuol dire guardare alle conseguenze ulteriori dei progetti, a quelle, per capirci, che vanno anche oltre la durata del finanziamento del progetto. Prendere in considerazione questo aspetto è un elemento molto sfidante. Da un lato abbiamo accettato che la logica e la metrica degli impatti possa essere una buona approssimazione per guardare ai risultati ultimi del progetto. Dall’altro sappiamo appunto che è un’utile approssimazione che ci costringe a pensare ad una dimensione di risultato che non si esaurisce nelle misurazioni previste dalla prassi progettuale. La logica degli impatti quindi, non come procedura sillogica ma come attenzione alle conseguenze ultime, come sguardo a tutta la catena del valore.
Introducendo questo elemento appare chiaro che ancora oggi molte delle pratiche che vengono introdotte per favorire partecipazione si svolgono a valle di interazioni complesse e questo può senza dubbio generare frustrazione e senso di impotenza nella possibilità reale di trasformare lo status quo. La prospettiva di lavoro non è di mettere in piedi progettini posticci per “far partecipare” ma di agire nei luoghi in cui si aprono reali possibilità di intervento, sperando che un elemento culturale specie se connesso con altri, possa perturbare un equilibrio apparentemente consolidato così come la teoria sistemica ci insegna. La seconda lezione appresa è che quando si progetta la “partecipazione” non va intesa come un’azione, ma un risultato che potrebbe anche realizzarsi oltre la durata ufficiale del progetto. La partecipazione, usando una metafora poetica, sono le relazioni che restano quando l’innesco si è esaurito.
Mettersi insieme per fare le cose
Fare insieme è un elemento che si sviluppa a partire da motivazioni diverse. La prima è lo stato di necessità; chi lavora nella cultura e nel sociale è abituato a reagire a una progressiva riduzione dei finanziamenti pubblici, all’aumento di precarietà delle condizioni di lavoro, al moltiplicarsi delle richieste di “fare di più con meno”. Per far fronte alle difficoltà ci si mette insieme, con tutte le ambivalenze del caso. Se da un lato le nuove pratiche aprono spazi di ideazione e immaginazione, collaborazioni inedite e sperimentazioni feconde, dall’altro rischiano, soprattutto nel Terzo Settore, di normalizzare la scarsità come condizione strutturale elemento dequalificante e demotivante per operatori e operatrici del comparto.
Come sapete però ci si mette insieme anche per desiderio, senza troppi calcoli, per dare vita a delle eccedenze progettuali e creative in grado di unire prospettive, pratiche e linguaggi diversi. Da un punto di vista progettuale, questo elemento della cooperazione o coprogettazione è un elemento molto esplorato. Se il risultato a cui si mira è la partecipazione, è importante lavorare attraverso partnership consistenti, una puntuale attivazione delle risorse del territorio, umane e non umane. Questo implica l’attenzione a più variabili. Intanto volere (o dovere) relazionarsi e lavorare con le comunità di riferimento.
In questo contesto, in cui parliamo di pratiche di partecipazione credo che sia importante sottolineare due elementi quando si parla di comunità.
Il primo è che in fase progettuale è importante fare uno sforzo di puntualità e analisi e identificare con precisione i gruppi che si intende coinvolgere senza rimanere imbrigliati in un’idea vaga o romantica di comunità. Il secondo elemento da tenere a mente quando si vuole coinvolgere le comunità, è che le relazioni sono generalmente fragili, richiedono tempo e fiducia, spazi di conoscenza reciproca e negoziazione e come tutte le relazioni richiedono che venga speso del tempo per il commiato, per l’arrivederci, per i ringraziamenti ed i saluti.
L’interazione con i gruppi locali non è l’unica forma di alleanza che un progetto culturale deve ricercare; generalizzando possiamo dire che per un buon progetto servono buone partnership, anche per integrare competenze ed esperienze diverse e complementari. Si tratta di relazioni orientate ad uno scopo, la partecipazione, che richiede la felice combinazione di attori diversi.
Stiamo parlando di un processo faticoso, perché la relazione costringe a modellare e rimodellare un’idea e un progetto affinchè gli interessi in campo siano simultaneamente soddisfatti.
Come sapete però ci si mette insieme anche per desiderio, senza troppi calcoli, per dare vita a delle eccedenze progettuali e creative in grado di unire prospettive, pratiche e linguaggi diversi
Questa volontà di combinare elementi diversi trasformandoli in alleanze, si traduce nel lavoro di rete che operatori e operatrici portano avanti sia attraverso reti stabili e consolidate che attraverso alleanze temporanee. In generale un buon lavoro di rete richiede competenze specifiche, tecniche, tempo e fiducia e forse una spiccata predisposizione a saper smussare gli angoli. I percorsi formativi difficilmente prevedono l’accumulo di conoscenze e competenze in questo senso, poco si parla della gestione delle relazioni comunitarie, delle relazioni di rete, della gestione dei progetti multistakeholder. Tuttavia servono operatori ed operatrici esperte in grado di costruire infrastrutture di rete adeguate a favorire la partecipazione.
Nuove strutture
Nei casi più virtuosi le pratiche di innovazione sociale e culturale hanno dato vita a progetti in cui la combinazione tra soggetto-pubblico, Terzo Settore, popolazione, istituzioni culturali, cittadinanza attiva ha raggiunto i suoi esiti più felici per una creazione di valore condivisa e duratura, a beneficio di territori e comunità spesso ai margini delle grandi produzioni e della vita culturale. La multiformità di forme originali di produzione e distribuzione di valore, coniugata a forme di attivismo e alla dedizione professionale di operatori e operatrici, ha portato, in maniera non lineare e frammentata, allo sviluppo di nuove politiche e nuove procedure tese a stabilizzare e sostenere gli elementi di valore emersi in questa stagione lunga.
L’obiettivo ultimo delle politiche locali, talvolta anche sovralocali, che andavano strutturandosi è stato proprio il favorire forme di partecipazione alla vita socio-culturale, facendo cadere quella distinzione rigida tra produzione e fruizione e cercando di stimolare un continuum di partecipazione in grado di favorire una cittadinanza piena di quanti in varia misura ne rimangono ai margini – pensiamo a “Bollenti Spiriti”, un programma di politiche giovanili della Regione Puglia, avviato nel 2005 e sviluppato per promuovere la partecipazione attiva dei giovani pugliesi in tutti gli aspetti della vita sociale, economica e culturale della comunità. Così facendo si è affievolita la distinzione tra sociale e culturale tra politiche di accesso e partecipazione, tra dispositivi di inclusione ed esperienze coprodotte.
La multiformità di forme originali di produzione e distribuzione di valore, coniugata a forme di attivismo e alla dedizione professionale di operatori e operatrici, ha portato, in maniera non lineare e frammentata, allo sviluppo di nuove politiche e nuove procedure
Sempre nello stesso periodo si è assistito a forme di innovazione amministrativa e modifiche del quadro normativo. In qualche modo l’innovazione sociale e culturale ha spinto i policy maker e il soggetto pubblico a riconoscere che servivano nuovi quadri, nuovi perimetri e nuovi campi di gioco per favorire forme di partecipazione. Con il tempo sono state regolamentate alcune delle modalità in cui il soggetto pubblico può entrare in relazione con il soggetto privato, siano cittadini, gruppi o organizzazioni no-profit. Mi riferisco in particolare alla co-programmazione e coprogettazione e ai patti di collaborazione per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, modalità molto diverse e diversamente normate che introducono localmente forme di partecipazione. Abitare questi spazi sta permettendo di verificarne l’utilità, la capacità effettiva di garantire partecipazione e di conseguenza la possibilità di correggere il tiro a fronte di elementi critici o perfettibili.
Conclusioni
In estrema sintesi, la stagione dell’innovazione sociale e culturale ha elaborato e consolidato dei modus operandi della progettazione atti a favorire varie forme di partecipazione. Queste pratiche spesso confliggono con altri aspetti dell’eredità progettuale di cui stiamo parlando, ad esempio un’interpretazione stretta di efficienza ed efficacia, la necessità di una sostenibilità economica talvolta richiesta prematuramente o impossibile da raggiungere, rigidità progettuali ed altri elementi che se interpretati rigidamente erodono la possibilità di costruire forme durature di partecipazione.
E in conclusione è utile soffermarsi proprio sulla parola “durature”. Una trasformazione duratura nella capacità dei singoli e delle comunità di partecipare richiede costi molto elevati in termini economici, di tempo, di fatica, anche psicologica. In un mondo in cui le disuguaglianze crescono e il potere economico è sempre più concentrato e la partecipazione alla vita democratica si contrae, è necessario prevedere investimenti cospicui in direzione opposta e in strutture stabili che superino la frammentazione progettuale di cui il Terzo Settore, e quindi la società tutta, è vittima. Quando un progetto si chiude, si rischia che il territorio su cui si è costruito reti di partecipazione perda di lì a poco, per movimento inerziale, il suo capitale relazionale, di conoscenze e competenze accumulate. Questo vuol dire che le politiche sono tenute ad approcciarsi ai processi che favoriscono partecipazione non solo come finanziatori e abilitatori, ma come soggetti da un lato capaci di prendersi cura degli ecosistemi affinché tutto quello che viene costruito non si dissolva nel nulla, e dall’altro continuare a garantire le condizioni che portano al nascere di nuovi progetti o programmi.
Riferimenti bibliografici
cheFare (a cura di) (2016), “La cultura in trasformazione – L’innovazione e i suoi processi”, Minimum fax, Roma.
cheFare (a cura di), Partecipazione attiva. Parole, concetti chiave e prospettive: esiti di un processo partecipato, Fondazione Compagnia di San Paolo, Torino, https://www.compagniadisanpaolo.it/wp-content/uploads/CSP_PartecipazioneAttiva_Report-e-partecipanti_041223-1.pdf
Faggiolani, C. (2023), “Cinque tesi per le biblioteche che verranno. Una giornata di studi a Milano”, cheFare, https://che-fare.com/articoli/cinque-tesi-per-le-biblioteche-che-verranno-una-giornata-di-studi-a-milano.
Gariboldi, A. (2018), “Tutto quello che avreste voluto sapere sull’audience e non solo”, cheFare, https://che-fare.com/articoli/cosa-e-audience-engagement-alessandra-gariboldi.
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