Le aree interne sono una delle questioni più problematiche e urgenti in Italia. Rappresentano oltre il 60% del territorio e sono abitate da più del 20% dell'intera popolazione del paese; custodiscono la biodiversità, i parchi nazionali e un immenso patrimonio culturale. Eppure, sono soggette a un drastico declino demografico: i giovani se ne vanno, i residenti invecchiano e ci sono sempre meno nati. Le cause dello spopolamento sono molte, complesse e interconnesse, ma tra queste ha un ruolo enorme l'assenza – e lo smantellamento – di servizi essenziali come scuole, sanità e trasporti, che trasforma una marginalità geografica in una questione tutta sociale e politica. Allo stesso tempo, le aree interne sono una frontiera dell’immaginario: luoghi in cui lo spopolamento apre domande radicali sul modo in cui abitiamo, produciamo e costruiamo comunità. La rubrica Ritorno al futuro delle aree interne si pone domande sui territori lontani dai grandi centri per indagare politiche, progetti e strategie. Un viaggio dentro un’Italia in trasformazione, alla ricerca di nuovi modi di abitare i margini per trasformarli – forse – in luoghi di futuro.
In buona parte dell’Occidente, negli ultimi anni, nelle grandi città come nei territori interni, il lavoro dei sindaci è profondamente cambiato. La crescita della consapevolezza che i problemi globali che tutti stiamo affrontando richiedano soluzioni articolate e locali, è andata di pari passo ad una redifinizione del loro ruolo. Nelle aree interne, le infinite cerimonie di taglio del nastro e degli eventi di commiato sembrano ormai appartenere al passato; al contrario, anche i sindaci dei piccoli centri sono sempre più spesso spinti in prima linea ad affrontare alcune delle sfide più spinose che riguardano la contemporaneità nel suo complesso. Se un territorio viene allagato, se scoppiano incendi, se viene meno un servizio essenziale, se c’è un improvviso afflusso di rifugiati, se i costi delle abitazioni continuano a salire, sono il sindaco e l’amministrazione locale che devono occuparsene. Anche se tutto ciò avviene più a valle, al di fuori del territorio comunale. E tutto questo accade mentre la capacità finanziaria delle amministrazioni è stata ridotta al minimo dai tagli alla spesa pubblica e dalla progressiva rarefazione dei servizi. Non solo. Le trasformazioni del sistema elettorale, la regionalizzazione, l’allargamento dei collegi hanno ridotto il peso dei piccoli territori nella rappresentanza nazionale, proprio mentre aumentano le responsabilità che ricadono sulle amministrazioni locali.
È proprio nelle aree interne che il nuovo protagonismo dei sindaci può assumere forme diverse. Possono consolidarsi classi dirigenti “estrattive”, che dal “mancato sviluppo” estraggono vantaggi personali economici e politici, per autoperpetuarsi. E possono farlo anche assumendo il ruolo di “dismissori”, di “smantellatori” dei territori che amministrano: la riduzione di una scuola, di un presidio sanitario, di un trasporto, di un servizio viene presentata come adattamento realistico a un declino inevitabile. Lo stesso governo, attraverso i suoi documenti programmatici arriva a prevedere, per una parte delle aree interne, un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. In questi casi, si assiste un ritorno della retorica delle “piccole patrie”, viste come le uniche depositarie dell’autobiografia del paese nel suo insieme, alimentato dalla percezione di una residualità del mondo rurale e di un destino segnato se non in grado di “vendersi” sul mercato globale attraendo imprese e turisti. Oppure possono crescere nuova classi dirigenti che ritengono che garantire l’abitabilità dei luoghi sia più urgente e più promettente che puntare tutto sull’attrattività e messa a valore della rendita, puntando sulla messa in sicurezza del patrimonio naturale e sul lavoro qualificato. La questione non è quindi stabilire se i piccoli comuni siano luoghi del ritardo o dell’innovazione. È capire quali istituzioni, quali amministratori, quali forme di partecipazione riescano a trasformare la rarefazione in uno spazio di sperimentazione politica, invece che in un dispositivo di chiusura e di estrazione.
La questione non è quindi stabilire se i piccoli comuni siano luoghi del ritardo o dell’innovazione. È capire quali istituzioni, quali amministratori, quali forme di partecipazione riescano a trasformare la rarefazione in uno spazio di sperimentazione politica
Negli ultimi anni, uno spazio di sperimentazione politica di particolare successo è stata la capacità di trasformare le politiche di accoglienza per i migranti in una nuova forma di welfare adatto ai territori a bassa densità di popolazione, di cui beneficia tutta l’intera cittadinanza. Oggi il sistema di accoglienza e integrazione rappresenta una delle più grandi forme di welfare municipale organizzato direttamente a livello territoriale. In molti dei comuni che hanno attivato dei progetti di accoglienza sono state rimesse sul mercato case private abbandonate da anni, sono stati riattivati servizi di trasporto, sono state portate nuove economie ai market e alle farmacie locali che rischiavano la chiusura, sono stati presi in affitto terreni abbandonati per offrire nuove chance di occupazione a giovani autoctoni e migranti. Sono nate cooperative sociali di comunità per impegnarsi in agricoltura sociale, nell’artigianato, nel turismo, nell’assistenza, nel commercio. La capacità di produrre reddito di quest aree è cresciuta, ed ha iniziato a crescere anhe il numero di abitanti.
L’accoglienza intesa come asset di sviluppo ha così comportato un correlato la nascita di cooperative di comunità integrate, tra autoctoni e migranti, per la gestione di servizi sociali, artigianali, agricoli, ecologici, turistici. Il sistema di accoglienza, nato per rispondere a un’altra emergenza, è diventato giocoforza uno degli strumenti più agevoli attraverso i quali una comunità può provare a darsi un futuro. Qui si misura anche il nuovo ruolo dei sindaci: amministrare il declino oppure utilizzare gli strumenti a disposizione per riattivare servizi, economie, case, relazioni. Oggi, accanto alle comunità originarie, i nuovi abitanti dei paesi sono in larga parte migranti e cittadini espulsi dalle città, dai costi delle abitazioni, dalla precarietà, da forme di vita urbana diventate insostenibili. Si incontrano così tre forme diverse di appartenenza ai luoghi: quella di chi vi è nato e rimasto, quella di chi vi arriva da un altro paese, quella di chi lascia la città per cercare altrove condizioni di vita possibili.
Queste appartenenze possono rimanere parallele, o confliggere. La piccola patria può chiudersi intorno all’origine e trasformare i nuovi abitanti in ospiti temporanei, oppure il territorio può diventare il luogo nel quale interessi e provenienze diverse riconoscono una necessità comune. Per questo, forse, più che di comunità di destino si può parlare di comunità di progetto. Non basta condividere il destino di un territorio che perde abitanti. Occorre condividere il progetto della sua rigenerazione demografica, sociale ed economica. Se una comunità non può più pensare il proprio futuro soltanto come riproduzione di chi già vi appartiene, deve ridefinire ciò che la tiene insieme. Autoctoni, migranti e nuovi abitanti provenienti dalle città non hanno la stessa storia e non abitano i luoghi nello stesso modo. Possono però condividere la necessità che quei luoghi continuino a essere abitabili. È in questo passaggio, dalla difesa dell’appartenenza alla costruzione di un progetto comune, che può prendere forma una nuova cittadinanza delle aree interne.
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