Giovedì 12 marzo 2026
La complessità dell'arte
 
Nel XXI secolo possiamo ancora dirci luddisti?
Scritto da: Régine Debatty

Pubblichiamo il testo di Régine Debatty presente nel volume La complessità dell’arte, l’arte della complessità, a cura di Matteo Cremonesi, Claudia D’Alonzo e Domenico Quaranta, edito da Krisis Publishing.


Nato nel solco di una serie di conferenze e incontri presso l’Accademia di Belle arti di Brera, il volume raccoglie idee e visioni che invita a guardare l’arte – e la complessità – come spazi aperti da abitare, interrogare e trasformare.

Che cosa significa fare arte in un mondo attraversato da reti invisibili, tecnologie opache e sistemi in continua trasformazione? La complessità dell’arte, l’arte della complessità dà voce ad artisti, scrittori e ricercatori che hanno esplorato il panorama contemporaneo attraverso la lente della complessità. Dalla rete come nuovo spazio di azione artistica alla sfida dell’agentività nell’era degli algoritmi; dai dialoghi tra arte e scienza alle pedagogie radicali che ripensano corpi ed ecologie: il volume intreccia prospettive critiche e sguardi inediti su alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo. 


Con contributi di Filippo Andreatta, Federico Bomba, Vuk Cosic, Régine Debatty, Andrea Facchetti, Attila Faravelli, Marialaura Ghidini, Gruppo Ippolita, Rachele Maistrello, Marco Mancuso, Andrea Daniele Signorelli e Noura Tafeche, insieme ai saggi dei curatori Matteo Cremonesi, Claudia D’Alonzo e Domenico Quaranta, il libro offre una mappa ricca e plurale per orientarsi nell’intricata relazione tra pratiche artistiche e mondo contemporaneo.



GPS Spoofing

Il fenomeno è iniziato alla fine del 2023 ed è cresciuto con il passare dei mesi. Gli utenti libanesi di Tinder si collegavano all’app di incontri e si imbattevano in innumerevoli profili israeliani¹. Alcuni indossavano pure abiti militari. I “dates” potenziali erano persone reali, ma la loro posizione geografica era curiosa. Se l’app si basa essenzialmente sulla geolocalizzazione per proporre incontri, come è possibile che così tanti israeliani si trovino in un raggio di 10 chilometri da Beirut, Bint Jbeil e altre città libanesi? I cittadini libanesi erano confusi. A loro è vietato qualsiasi tipo di legame con gli israeliani. Nel 1955, il paese ha persino approvato una legge che vieta i contatti con gli israeliani o le relazioni economiche con le aziende israeliane².


Gli utenti di Reddit hanno definito il mistero di Tinder una classica “honeypot” e hanno aggiunto di aver notato anomalie simili su altri siti di incontri come Grindr e Bumble. Anche in Egitto, vari cittadini hanno segnalato lo stesso fenomeno da quando è iniziato l’attacco a Gaza³.


Diversi esperti di cyber-sicurezza hanno ipotizzato che la bizzarra presenza di profili israeliani potesse essere attribuita al GPS spoofing, un attacco informatico che permette di falsificare la propria posizione o la posizione di un oggetto ingannando i sistemi di navigazione con un segnale falso. Il motivo della strategia israeliana era oscuro, il che ha offerto un terreno perfetto per molteplici teorie del complotto. La spiegazione più credibile potrebbe essere che facesse parte di una più ampia guerra psicologica. Secondo questa ipotesi, lo spoofing delle applicazioni di dating farebbe parte di uno stratagemma orchestrato da agenti del Mossad per incutere un senso di vulnerabilità. Invadere un’applicazione di dating con profili di membri dell’IDF trasmette all’utente libanese una sensazione di minaccia, di esposizione e di debolezza.


Questa storia solleva una serie di domande. In assenza di maestria nelle tecnologie digitali, è possibile intervenire all’interno di sistemi e infrastrutture basati sui big data? Bisogna essere un hacker di un certo livello per instillare i propri valori, opporsi alle dinamiche dell’industria informatica e resistere all’egemonia dell’ethos della Silicon Valley? Esiste ancora un margine di manovra per i comuni cittadini che vorrebbero riconquistare una qualche forma di agentività digitale? Se non si ha a disposizione la tecnologia o la conoscenza che può piegare la tecnologia, cosa possiamo fare? Rompere le macchine?


I luddisti

È esattamente ciò che fecero i luddisti. All’inizio del XIX secolo, gli artigiani tessili del Nottinghamshire, del Lancashire e del West Riding of Yorkshire si introdussero di notte nelle fabbriche per distruggere le nuove macchine acquistate dai loro datori di lavoro. Gli artigiani che si opponevano ai nuovi macchinari furono chiamati luddisti. L’origine della parola è incerta, ma col tempo il termine è passato a descrivere persone contrarie a qualsiasi forma di progresso tecnologico. Non importa che i luddisti non fossero contrari al progresso. Non erano nemmeno contrari alla tecnologia in sé. Vedevano i filatoi, i telai a vapore e altre apparecchiature automatizzate che consentivano di risparmiare sui costi come una minaccia, pericolosa da utilizzare in un’epoca in cui non esisteva il risarcimento degli infortuni per i lavoratori. Inoltre, queste macchine avrebbero reso obsolete le competenze degli artigiani e portato a precarietà e salari più bassi. Avrebbero prodotto articoli di qualità inferiore e minato la dignità del loro mestiere. La rottura delle macchine era un metodo - per quanto brutale - per raggiungere determinati fini politici. In un certo modo, i danni materiali rispecchiavano la violenza socio-economica esercitata sulle comunità.

Esiste ancora un margine di manovra per i comuni cittadini che vorrebbero riconquistare una qualche forma di agentività digitale? Se non si ha a disposizione la tecnologia o la conoscenza che può piegare la tecnologia, cosa possiamo fare? Rompere le macchine?

Per quanto ne so, gli ultimi tentativi di creare un movimento di neoluddismo non hanno avuto un successo significativo. All’inizio degli anni Ottanta, in Francia, il CLODO o Comité liquidant ou détournant les ordinateurs (Comitato per la liquidazione o la sovversione dei computer) ha preso di mira le aziende informatiche con incendi dolosi e atti di vandalismo per protestare contro i computer, considerati strumenti di sorveglianza e di crescente disuguaglianza sociale⁴. I loro membri rimangono tuttora non identificati. Tutto ciò che sappiamo su di loro si trova in una dichiarazione pubblicata dai media francesi nel 1980. Vi si leggeva:


«Siamo lavoratori dell’IT, quindi siamo ben posizionati per individuare i pericoli attuali e futuri dell’IT e della telematica. Il computer è lo strumento preferito dai dominanti. È usato per sfruttare, schedare, controllare e reprimere. Domani la telematica stabilirà 1984, dopodomani l’uomo programmato, l’uomo macchina»⁵.


Esperti di computer, dunque. Non semplici agitatori. Non Amish, come il presidente Emmanuel Macron ama definire chi mostra segni di tecno-scetticismo⁶.. Il CLODO non ha lasciato molto in termini di eredità, ma i suoi sospetti si sono rivelati inquietantemente perspicaci.


Più recentemente, alcuni attivisti europei (tra cui due monaci cattolici francesi) hanno distrutto le antenne 5G per proteggere la popolazione dagli effetti nocivi del 5G. Alcuni sostenevano che l’infrastruttura di telecomunicazione mobile di ultima generazione fosse la vera causa della pandemia di coronavirus o che l’aumento delle radiazioni mobili potesse influire sulla fertilità maschile, causare il cancro o esacerbare l’ipersensibilità elettromagnetica. Altri invece erano preoccupati per l’impatto ambientale di una tecnologia che prometteva più dati, dati più veloci, dati onnipresenti, ma non necessariamente dati più ecologici e più rilevanti⁸. Tutte queste considerazioni, sensate o meno, sono state ugualmente ignorate dalla stampa. Le antenne furono sistemate. Le reti commerciali 5G hanno continuato la loro lenta diffusione in tutta Europa.


Micro-resistenze

Nel ventunesimo secolo, distruggere le macchine è inutile. Rompere i propri dispositivi è costoso e socialmente doloroso. Attaccare le infrastrutture stesse è pericoloso e controproducente. In entrambi i casi, l’atto è anche ecologicamente offensivo. Oramai, la macchina è un sistema algoritmico complesso e dipendente da infrastrutture fisiche come cavi sottomarini, data center, antenne, punti di scambio, router, ecc. Gli atti di micro-resistenza, tuttavia, non solo sono possibili, ma accadono ogni giorno. Tanti cittadini oggi guardano ad atti di hacking e micro-sabotaggio per sfidare le asimmetrie di potere tra loro e la tecnologia. Anche se su piccola scala, anche se temporaneamente e per motivi che vanno dalla tutela della privacy allo scherzo, dalla dignità del lavoro alla difesa dei diritti umani, dalla poesia alla pura sopravvivenza.


Basti pensare alle notizie del 2020 sugli autisti di Amazon Flex a Chicago che appendevano i telefoni agli alberi per ingannare il meccanismo di spedizione di Amazon e far credere loro di essere in prossimità di un magazzino o di un negozio⁹. L’app Flex assegna i percorsi in parte in base alla vicinanza dell’autista a un punto di raccolta e il trucco dell’albero quasi garantiva ai lavoratori di ricevere più velocemente gli ordini in arrivo.

Gli atti di micro-resistenza, tuttavia, non solo sono possibili, ma accadono ogni giorno. Tanti cittadini oggi guardano ad atti di hacking e micro-sabotaggio per sfidare le asimmetrie di potere tra loro e la tecnologia

Altri gruppi che lavorano per Jeff Bezos, gli Amazon MTurks, i magazzinieri e i corrieri, usano app di messaggistica criptate per condividere tra di loro strategie per aumentare artificialmente le loro performance, ingannare i computer, organizzare azioni collettive e raggiungere i “target” giornalieri dettati dai loro dirigenti algoritmici¹⁰.


Un esempio ancora più comune è quello dei dipendenti che lavorano da casa e sanno che i loro manager utilizzano uno spyware (diplomaticamente chiamato “programma di gestione del tempo”) per monitorare le loro attività al computer. Alcuni di loro evitano questo controllo indesiderato utilizzando giocattoli a batteria che automatizzano i movimenti del mouse. I meno smanettoni possono anche procurarsi un’applicazione per automatizzare i clic del mouse o acquistare un dispositivo da collegare alla porta USB del computer per farlo muovere.


Nel 2021, utenti di lingua araba dei social media che denunciavano la rimozione e le restrizioni sui contenuti palestinesi su piattaforme come Facebook e Instagram hanno trovato un modo ingegnoso per eludere gli algoritmi censori ¹¹. Sono tornati a una versione millenaria della lingua, che elimina tutti i punti dall’alfabeto arabo moderno. I punti diacritici (punti sopra o sotto le lettere) furono introdotti nella scrittura araba tra l’VIII e l’XI secolo, quando l’impero islamico crebbe di dimensioni ed emerse la necessità di garantire a tutti i nuovi fedeli una maggiore chiarezza dei testi. Scrivere e leggere un testo in arabo senza i segni diacritici risulta facile per una persona di madrelingua araba. Era infinitamente più complicato nel 2021 per le macchine. Naturalmente, è stato solo questione di tempo prima che i sistemi automatici abbiano iniziato a comprendere anche la scrittura araba senza punti, ma intanto e per un po’ i palestinesi hanno potuto scambiare messaggi senza dover preoccuparsi della censura online.


Si può anche pensare ai membri di Safe Street Rebel, un gruppo di attivisti che fanno campagna a favore del trasporto pubblico a San Francisco¹². Hanno scoperto che per disattivare i taxi a guida autonoma in modo non-violento basta posizionare un semplice cono stradale sul cofano e i sofisticati sistemi di navigazione vanno in tilt, bloccando la vettura sul posto.


L’arte sfida il potere degli algoritmi

Potrei moltiplicare gli esempi di individui o gruppi che inventano stratagemmi per mistificare le tecnologie che quantificano ogni singolo aspetto della nostra esistenza, ma nel contesto di questo libro, sarebbe negligente da parte mia non menzionare alcune opere artistiche che sfidano il potere degli algoritmi.


Inizierei nel 2002, quando Hasan M. Elahi è stato fermato dall’FBI all’aeroporto di Detroit, mentre tornava da un viaggio all’estero. Per mesi, l’artista è stato sottoposto a interviste interminabili e alla macchina della verità. Il suo crimine? Aver viaggiato poco dopo l’11 settembre con un nome arabo. Costretto a soddisfare le richieste delle autorità statunitensi di condividere i suoi spostamenti nei minimi dettagli e supponendo che non sarebbe mai stato completamente scagionato dai sospetti, Elahi ha ideato un software che ha aperto ogni aspetto della sua vita alle agenzie di intelligence e al pubblico attraverso un sito chiamato Tracking Transience¹³. Li, Elahi ha mappato con precise coordinate GPS la sua posizione in ogni momento e documentato ininterrottamente con immagini e metadati tutti i suoi pasti e le sue pause in bagno, tutti gli aeroporti, i negozi e i letti d’albergo che ha visitato, tutti gli acquisti che ha fatto con la sua carta di credito.

Per disattivare i taxi a guida autonoma in modo non-violento 

basta posizionare un semplice cono stradale sul cofano e i sofisticati sistemi di navigazione vanno in tilt

Il paradosso è che la valanga di informazioni con cui ha inondato l’intelligence e le agenzie governative aveva poco valore. I dati erano reali e incredibilmente specifici, ma erano incompleti. Erano abbondanti e accurati, ma di poco significato. Il lavoro rendeva trasparente la vita di Elahi. Eppure, la sua intimità è rimasta intatta. Infatti, nelle immagini non si vede mai il suo volto o il suo corpo, né si può identificare le persone con cui condivideva pasti, celebrazioni, viaggi o letti. L’artista ha nascosto la sua privacy dietro questo muro di dati. Sembrava rivelare tutto e invece non rivelava niente di significativo. Inoltre, all’epoca le agenzie di intelligence statunitense non disponevano di algoritmi capaci di gestire e digerire tale abbondanza di dati. Tracking Transience è un’opera straordinariamente lungimirante se si pensa che è stata creata anni prima delle rivelazioni di Snowden e della creazione di Facebook o Google Maps.


Anche Addie Wagenknecht ha prodotto dati in grado di eludere la vigilanza degli algoritmi. In una serie di performance video pubblicate su YouTube¹⁴, l’artista applica ciglia finte, abbronzanti e maschere idratanti mentre istruisce le persone sulla gestione delle password, sul blocco dello schermo, sull’uso dei BitTorrent e su altre pratiche di sicurezza di base. Con il suo umorismo e il suo stile satirico, con il suo mix di “beauty routine” e educazione alla cybersicurezza, Wagenknecht fa saltare i filtri e si assicura che i suoi commenti femministi e i suoi consigli di cybersicurezza raggiungano donne, persone trans e altri individui particolarmente esposti alle molestie online e che altrimenti non avrebbero voglia di guardarsi un tutorial sulla sicurezza delle ICT.


E poi c’è la storia di Teacher Li, narrata dall’artista anonimo Zhumo. Anche Teacher Li è anonimo. Si sa che è un artista cinese, che vive in Italia e che è diventato famoso in China perché condivideva su Weibo (una sorta di versione cinese di Twitter) ogni genere di video e notizie che il governo cinese avrebbe preferito tenere nascosto. Ogni volta che pubblicava una storia sgradita, Weibo la censurava e lo cacciava rapidamente dalla piattaforma. Ha continuato a registrarsi con nomi diversi, finché Weibo non lo ha bandito completamente. Così è passato a Twitter¹⁵.


Durante la pandemia di COVID, l’account Twitter di Teacher Li è diventato il punto di riferimento per tutte le storie relative alla politica zero covid cinese: dagli eccessi di zelo degli agenti che applicavano le restrizioni alla disperazione delle persone che si buttavano dai tetti, dagli atti di resistenza ai video umoristici che spiegano come issare il proprio cane dalla finestra per fargli fare una passeggiata in strada mentre si è chiusi in un appartamento. Ogni volta che un cittadino trovava una storia o un filmato che meritava di diventare virale in Cina, lo inviava a Teacher Li, che poi lo anonimizzava e lo pubblicava su Twitter. Grazie a lui, milioni di cittadini cinesi si sono resi conto che la frustrazione per le drastiche misure del lockdown stava dilagando rapidamente. Un giorno, Teacher Li ha ricevuto un video che mostrava una donna in piedi davanti a un’università. Teneva in mano un foglio bianco. Lo spazio vuoto dell’A4 rappresentava tutto ciò che i cittadini cinesi avrebbero espresso se la censura non fosse stata così stringente. Nei giorni successivi sono emersi altri video come quello. Rappresentavano un numero sempre maggiore di persone con i fogli bianchi e in varie città del paese. Al culmine delle proteste, più di un milione di persone in Cina seguivano Teacher Li. Davanti all’impossibilità di fermare e censurare questa esplosione di malcontento silenzioso, Xi Jinping ha riaperto il paese.


Il documentario VR interattivo All I Know About Teacher Li di Zhuzmo¹⁶ racconta la storia di Teacher Li, parla delle assurde restrizioni legate al COVID e degli sforzi collettivi (e alla fine riusciti) per convincere il governo a consentire il ritorno alla vita normale.

Wagenknecht fa saltare i filtri e si assicura che i suoi commenti femministi e i suoi consigli di cybersicurezza raggiungano donne, persone trans e altri individui particolarmente esposti alle molestie online

L’elemento interattivo del film in VR è poco spettacolare, ma tutto il resto è brillante: l’animazione disegnata a mano, le riprese dei cittadini convertite in 3D, la narrazione che mostra il potere della solidarietà, della perseveranza e dell’attivismo sui social media. All I Know About Teacher Li è un’opera molto commovente. Ho un certo disprezzo per i visori VR, troppo ingombranti, troppo spesso ricoperti dal sudore di chi li ha usati prima di me. Ma ero felice di averne uno a nascondere le lacrime agli occhi mentre guardavo gli ultimi minuti dell’opera.


Conclusioni

Presi isolatamente, tutti gli esempi citati nei paragrafi precedenti sono poco più che aneddoti. Una panoramica più ampia, tuttavia, tesse la rete di una narrazione comune. Queste azioni appaiono come altrettanti rifiuti di sottomettersi all’efficienza tecnica, al controllo e alla sistematizzazione. Parlano del desiderio di allontanare il neoliberismo, di bucare la logica algoritmica e di avere voce in capitolo nella governance della nostra vita privata e professionale. Ci ricordano che i sistemi di controllo, sorveglianza e previsione sono inevitabilmente accompagnati da una resistenza che erode il potere dall’interno. Inoltre, questi esempi di resistenza civica ci mostrano che, pur vivendo nella società iperconnessa del XXI secolo, possiamo ancora trarre ispirazione dallo spirito dei luddisti originali.


I casi elencati in questo testo non sono perfetti. L’agentività recuperata dal capitalismo delle piattaforme è ammirevole, ma in definitiva rimane marginale. Troppo spesso, un hack scoperto da una comunità di utenti rivela una falla nel sistema algoritmico che l’azienda sigilla al più presto. A volte, le manifestazioni di agentività algoritmica da parte dei cittadini si allineano al codice morale delle piattaforme e quindi le servono. Ci sono anche casi di imprenditori e altri cittadini i cui tentativi di “massaggiare” i dati a proprio vantaggio sono finiti in tragedia¹⁷.


Inoltre, avere meno potere delle piattaforme digitali non significa automaticamente avere a cuore le migliori intenzioni della comunità. Corrieri, influencer e cittadini comuni possono escogitare nuovi trucchi che vanno a loro esclusivo vantaggio. A volte anche a spese di altri. E gli stessi algoritmi, hashtag, hack o meme utilizzati da Black Lives Matter e da altre organizzazioni per portare avanti le loro cause etiche e socio-politiche possono essere replicati o sovvertiti da attivisti xenofobi, misogini e omofobi, da populisti senza fede né legge, da criminali o da regimi autoritari.


Per rispondere alla domanda del titolo: no, non credo che possiamo essere luddisti oggi. Almeno non nel senso letterale. Tuttavia, abbiamo ancora margini di manovra. Possiamo iniziare ad essere più curiosi delle lotte dei nostri concittadini, possiamo riconoscere che siamo interdipendenti da altri esseri - umani e non umani - e non solo dalle macchine, possiamo presentare petizioni ai legislatori e chiedere loro di spingere i dominatori digitali a una maggiore trasparenza dei dati, a nuove piattaforme che diano forma a comunità più eque, trasparenti ed etiche. Insieme, possiamo trasformare l’immaginario tecnologico e reinventare le dinamiche delle piattaforme per incoraggiare la solidarietà, l’empatia e altri valori umani che non possono essere ridotti a semplici problemi di ottimizzazione.



Note


¹ Layal Dagher, Guilhem Dorandeu, “Israeli Tinder profiles in Beirut: Just a swipe away or GPS spoofing?” L’Orient Today, 8 marzo 2024. https://today.lorientlejour.com/article/1370788/israeli-tinder-profiles-in-beirut-just-a-swipe-away-or-gps-spoofing.html; Nada Maucourant Atallah, Thomas Helm, “Dating apps confused by GPS jamming are matching Israelis with Lebanese,” The National, 5 marzo 2024. www.thenationalnews.com/mena/2024/03/05/israeli-gps-interference-disrupting-lebanese-location-services-and-dating-apps; TOI Staff, “Israeli and Lebanese users of dating apps are made strange bedfellows by war-baffled GPS”,The Times of Israel, 11 marzo 2024. www.timesofisrael.com/israeli-and-lebanese-users-of-dating-apps-are-made-strange-bedfellows-by-war-baffled-gps/.


² Lebanon Law No. 1/1955. On Israel Boycott”. www.lexismiddleeast.com/law/Lebanon/Law_1_1955.


³ Ahmed Morsy, “Swiping beyond borders: Why Egyptians encounter Israeli matches on dating apps?” Ahram online, 16 aprile 2024. https://english.ahram.org.eg/NewsContent/1/2/520639/Egypt/Society/Swiping-beyond-borders-Why-Egyptians-encounter-Isr.aspx.


⁴ Cédric Biagini, Guillaume Carnino (a cura di), Les Luddites en France Résistance à l’industrialisation et à l’informatisation (Paris, L’échappée 2010); vedi anche “CLODO”, in Wikipedia, https://en.wikipedia.org/wiki/CLODO.


⁵ Le Monde, “Second attentat contre des centres d’informatique à Toulouse”, Le Monde, 10 aprile 1980. www.lemonde.fr/archives/article/1980/04/10/second-attentat-contre-des-centres-d-informatique-a-toulouse_2801199_1819218.html.


⁶ Anais Ginori, “5G, la Francia dà il via alla gara ma sale la protesta. Macron: non fate come gli amish’”, Repubblica, 20 settembre 2020. www.repubblica.it/esteri/2020/09/29/news/5g_al_via_in_francia_ma_sale_la_protesta_macron_agli_oppositori_non_fate_come_gli_amish-301041912/.


⁷ Libération e AFP, “Deux moines mis en examen pour avoir incendié des antennes-relais 5G dans le Beaujolais”, Libération, 21 settembre 2021. www.liberation.fr/societe/police-justice/deux-moines-mis-en-examen-pour-avoir-incendie-des-antennes-relais-5g-dans-le-beaujolais-20210921_AKEU7NS5A5DZJAC42CPR2WUMCU/.


⁸ Camille Crosnier, “Pourquoi tant de sabotages d’antennes 5G ?”, France Inter, 15 dicembre 2021. www.radiofrance.fr/franceinter/podcasts/camille-passe-au-vert/camille-passe-au-vert-du-mercredi-15-decembre-2021-6334279.


⁹ Riccardo Staglianò, “I ‘tecnocaporali’ e gli alberi dei telefoni”, Repubblica, 4 settembre 2020. www.repubblica.it/venerdi/2020/09/04/news/galapagos_stagliano_telefoni_alberi_amazon-266156378/.


¹⁰ Sam Adler-Bell, “Surviving Amazon”, Logic(s), 3 agosto 2019. https://logicmag.io/bodies/surviving-amazon/.


¹¹ Hakim Bishara, “People Are Using an Ancient Method of Writing Arabic to Combat AI Censors”, Hyperallergic, 19 maggio 2021. https://hyperallergic.com/647086/people-are-using-an-ancient-method-of-writing-arabic-to-combat-ai-censors/.


¹² Elena Dusi, “San Francisco non ne può più dei robotaxi. Il loro futuro in discussione dopo uno scontro con i pompieri”, Repubblica, 21 agosto 2023. www.repubblica.it/esteri/2023/08/21/news/san_francisco_taxi_bus_senza_pilota-411830793/;

Kari Paul, “The rebel group stopping self-driving cars in their tracks – one cone at a time”, The Guardian, 26 luglio 2023. www.theguardian.com/us-news/2023/jul/26/san-francisco-stop-self-driving-cars-traffic-cone-safe-street-rebel.


¹³ Nella sua forma attuale, il progetto è archiviato qui: https://elahi.wayne.edu/track/.


¹⁴ www.youtube.com/@AddieWagenknecht/videos.


¹⁵ Su Teacher Li, vedi anche “Teacher Li Is Not Your Teacher”, Wikipedia, https://en.wikipedia.org/wiki/Teacher_Li_Is_Not_Your_Teacher.


¹⁶ www.labiennale.org/en/cinema/2024/venice-immersive/all-i-know-about-teacher-li.


¹⁷ Laura Gozzini, “Ristoratrice di Sant’Angelo Lodigiano suicida dopo la gogna social, la procura chiede l'archiviazione: ‘Quella recensione non era genuina’”, Repubblica, 4 maggio 2024. https://milano.repubblica.it/cronaca/2024/05/04/news/giovanna_pedretti_suicidio_recensione_falsa_archiviazione_pizzeria_disabili_istigazione-422822934/.

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