Performing Architecture è la pubblicazione nata come esito del festival diffuso di BASE Milano e DOPO?, nei quartieri della periferia sud di Milano. Nell' aprile del 2025 architetti e performer hanno creato installazioni temporanee con i presìdi locali, attivando spazi pubblici e comunità. Un laboratorio urbano che intreccia architettura e performance come dispositivi estetici e politici di trasformazione.
L’idea di Performing Architecture nasce dal presupposto che, per attivare processi trasformativi, sia necessario partire da una prospettiva relazionale, un terreno comune su cui il cambiamento possa innestarsi. Punto di partenza del progetto è stata la costruzione di una rete di spazi culturali radicati nel territorio, con cui avviare un dialogo reale. Abbiamo tracciato una linea immaginaria tra le due realtà organizzatrici – BASE, nel quartiere Tortona, e DOPO?, nel quartiere Corvetto – attraversando tre quartieri della periferia sud della città: Barona, Stadera e Chiaravalle. Una linea che non era solo geografica, ma simbolica: un asse di connessione e possibilità, capace di disegnare nuove traiettorie urbane.
In questi interventi, gli spazi si sono trasformati in punti di ancoraggio culturali e relazionali, dove architettura, performance e comunità hanno co-creato nuovi modi di vivere e percepire la città. La città è diventata così un laboratorio di sperimentazione: un luogo in cui abitare, interagire e inventare esperienze condivise, aperte all’imprevisto e al cambiamento.
A Milano questo significa confrontarsi con il ruolo dei quartieri, oggi terreno di tensione tra centro e margine. Abitare i quartieri milanesi significa riconoscere che la città non è mai omogenea: i confini urbani sono luoghi di frattura, ma anche di possibilità. Portare la performance in questi spazi non è solo un gesto estetico, ma un atto politico, che prova a farli fiorire accettando anche il rischio del fallimento. “Ogni spazio è prodotto e riprodotto attraverso pratiche, percezioni e immaginazioni”¹, scrive Henri Lefebvre. È su questo principio che si fondano i progetti di Performing Architecture: la città non è mai interamente controllabile, e la forza di queste pratiche risiede proprio nell’apertura all’imprevisto, nella possibilità che l’azione sfugga al controllo e generi forme inattese di convivenza.
Ma Performing Architecture non è nato dal nulla: si innesta dentro un lavoro più ampio che BASE porta avanti da anni, esplorando due assi fondamentali – il design e le arti performative – che convivono e dialogano all’interno della programmazione annuale. Se il design è strumento per pensare modelli di spazio e convivenza, la performance è pratica che li mette alla prova. Questo incontro trova una sua esplosione dentro FAROUT Live Arts Festival, dove le arti performative vengono usate come lente per leggere e trasformare la città. Performing Architecture è dunque parte di una costellazione più ampia: non un episodio isolato, ma un tassello in un percorso che intreccia ricerca artistica e impegno urbano.
Abitare i quartieri milanesi significa riconoscere che la città non è mai omogenea: i confini urbani sono luoghi di frattura, ma anche di possibilità. Portare la performance in questi spazi è un atto politico
Guardare alla storia della performance urbana ci aiuta a leggere ciò che accade oggi a Milano. Quando Allan Kaprow, negli anni Sessanta, sosteneva che l’arte dovesse “farsi più e più simile alla vita”², immaginava azioni collettive capaci di trasformare strade e spazi industriali in materia viva dell’opera. I situazionisti, guidati da Guy Debord, nel Rapport sur la construction des situations (1957), sognavano una città che diventasse campo di gioco e partecipazione, più che semplice struttura funzionale. Quelle intuizioni trovano oggi risonanza nelle pratiche che animano i quartieri milanesi: interventi che non usano lo spazio pubblico come sfondo, ma come dispositivo capace di generare nuove forme di convivenza. Come nel celebre Roof Piece di Trisha Brown (1971), in cui un gesto trasmesso da un tetto all’altro ridefiniva l’orizzonte urbano, così le performance nei quartieri di Milano aprono fessure inattese, rivelando la città come coreografia collettiva e mai conclusa.
Dal palcoscenico urbano alla città performativa
Se negli anni Sessanta e Settanta la città era spesso lo sfondo su cui la performance si stagliava, dagli anni Novanta in poi assistiamo a un cambio di paradigma: l’arte non si limita a occupare lo spazio, ma lo attraversa, lo piega, lo modifica dall’interno. Bernard Tschumi lo ha espresso con chiarezza: “There is no architecture without events, no architecture without actions”³. L’architettura non è più pensata come una forma immobile, ma come un processo vivo che acquista senso solo grazie ai corpi che la attraversano.
È in questa prospettiva che si colloca Francis Alÿs, capace di mostrare come gesti minimi possano rivelare le condizioni di vita urbana. In Paradox of Praxis I (1997), trascinare un blocco di ghiaccio per le strade di Città del Messico fino al suo scioglimento non è solo azione poetica, ma un commento sulla fatica quotidiana che plasma la città. Con When Faith Moves Mountains (2002), in cui 500 volontari spostano una duna di sabbia a Lima, Alÿs mette in scena un’utopia fragile che trasforma il paesaggio urbano in azione collettiva. Come ricorda lui stesso: “Sometimes doing something poetic can become political, and sometimes doing something political can become poetic.”
Parallelamente, l’austriaco Willi Dorner con Bodies in Urban Spaces (dal 2007) ha portato in decine di città un dispositivo coreografico radicale: gruppi di performer che incastrano i propri corpi tra muri, porte, scale, vetrine. Una coreografia che non aggiunge oggetti allo spazio urbano, ma ne rivela le tensioni e le possibilità nascoste, mostrando come l’architettura non sia mai neutrale ma sempre un campo di forze.
L’architettura non è più pensata come una forma immobile, ma come un processo vivo che acquista senso solo grazie ai corpi che la attraversano
Una simile tensione tra gesto artistico e costruzione politica attraversa, con esiti completamente diversi, anche il lavoro di Jonas Staal. Con i New World Summit (dal 2012), l’artista costruisce parlamenti temporanei per organizzazioni politiche non riconosciute: spazi architettonici che, nel momento stesso in cui vengono abitati, diventano assemblee reali, fori di democrazia effimera. “The art that is required is not simply a product of politics, but a political force in itself”, scrive Staal, indicando come la pratica artistica possa generare nuove istituzioni immaginative.
Da queste esperienze abbiamo imparato che la performance nello spazio pubblico non riguarda solo il gesto artistico, ma la possibilità di trasformare la città attraverso relazioni e comportamenti. La città diventa così un laboratorio in cui i corpi, gli spazi e gli oggetti si intrecciano, generando assemblee, interazioni e significati condivisi. La pratica performativa insegna anche che la progettazione urbana può essere co-creata, inclusiva e aperta all’imprevisto, e che gli spazi ibridi – temporanei, nomadi, radicati nel territorio – sono strumenti fondamentali per sperimentare nuove forme di abitare e di partecipazione.
Ogni intervento performativo apre possibilità inedite: modifica i ritmi quotidiani, scompagina i confini, suggerisce altri modi di stare insieme. In questo senso si potrebbe dire che accanto alla città di pietra – fatta di edifici, infrastrutture, pianificazioni – prende vita la città di carne, composta dai corpi, dalle relazioni e dalle pratiche che ogni giorno la animano. È in questa dimensione fragile e mutevole che la città si rigenera: non come progetto compiuto, ma come tessuto in continua trasformazione.
Questi principi costituiscono la base concettuale di Performing Architecture, che intreccia arte, architettura e comunità per attivare trasformazioni reali nello spazio pubblico. Con il festival vogliamo riaffermare che il contributo delle pratiche performative oggi è cruciale per ripensare la città: “Performance is a crucial arena in which to imagine and enact new forms of collective life and new ways of sustaining the social.”⁴
Integrare questi approcci nelle politiche urbanistiche significa riconoscere che il successo di un progetto architettonico non si misura solo nella sua stabilità materiale, ma nella sua capacità di scommettere sull’attivazione di quello che non esiste, e che non si vede, nuove relazioni, comportamenti inediti, comunità di pratiche.
La transdisciplinarietà diventa quindi condizione necessaria: architetti, artisti, urbanisti, curatori, cittadini devono co-progettare spazi che non siano solo funzionali, ma aperti all’imprevisto, alla trasformazione, all’uso creativo. Come afferma Tschumi: “Architecture does not exist without action, without event, without program. (…) It does not live within a drawing or within a building, but in the experience of the people who move through it.”⁵
In questo senso, la performance non è più linguaggio marginale, ma strumento metodologico: una pratica capace di restituire centralità al corpo e all’esperienza nella definizione dei futuri assetti urbani. Le città che verranno saranno tanto più vivibili quanto più sapranno accogliere questa dimensione performativa, che sola può restituire spessore umano al progetto architettonico, rendendo possibile fiorire e fallire, trasformando ogni angolo di città in spazio di azione, relazione e creazione condivisa.
Note
¹ Henri Lefebvre, La production de l’espace, Paris: Anthropos, 1974, p. 33
² Allan Kaprow, Essays on the Blurring of Art and Life, 1993
³ Bernard Tschumi, Architecture and Disjunction, Cambridge, MA: MIT Press, 1996, p.121
⁴ Shannon Jackson, Social Works: Performing Art, Supporting Publics, London: Routledge, 2011, p.14
⁵ Bernard Tschumi, Architecture and Disjunction, Cambridge, MA: MIT Press, 1996, p. 122
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