Lunedì 15 giugno 2026
Rarefazione o resistenza
 
L’Italia che si svuota

Pubblichiamo un estratto del libro Riabitare i vuoti. Perché l’Italia interna non può fare a meno dell’immigrazione, edito da Radici Edizioni, a cura di Sarah Gainsforth e Filippo Tantillo. Ringraziamo la curatrice, il curatore e l'editore per la gentile concessione.

L’Italia sta affrontando una crisi demografica senza precedenti, con una bassa natalità e una fuga dei giovani che stanno erodendo il capitale umano del Paese. Questa spirale colpisce con ancor più forza le aree interne, territori fragili e distanti dai servizi, che fungono oggi da specchio del nostro futuro prossimo. È in questo contesto che Riabitare i vuoti, frutto del progetto Sett curato dall’Istituto di ricerca Fieri, esplora il ruolo dell’immigrazione internazionale come leva di rigenerazione. Arricchito dai contributi di esperti e amministratori locali, il testo analizza sfide cruciali come il lavoro, la casa e la mobilità, offrendo una visione politica necessaria: superare la distanza tra centri e periferie per costruire una “nuova abitabilità”.





L’Italia sta attraversando una profonda transizione demografica che altererà in modo sostanziale la numerosità e la struttura per età della popolazione, con significative ripercussioni sull’economia nazionale. Il calo della popolazione, in atto in termini assoluti dal 2014, il suo progressivo invecchiamento e la riduzione degli individui in età lavorativa, sono fra i processi più rilevanti per il futuro del Paese. 

Nel primo semestre del 2025 le nascite sono state 197.956, in diminuzione di circa 13 mila unità (–6,3%) rispetto allo stesso periodo del 2024 (Istat 2025a). Il tasso di fecondità è sceso a 1,18 figli per donna (inferiore al minimo storico registrato nel 1995), il saldo naturale – la differenza tra nascite e decessi – è ormai strutturalmente negativo, mentre la popolazione continua a invecchiare a ritmi sostenuti. L’età media degli italiani ha raggiunto i 46,8 anni al 1° gennaio 2025, posizionando l’Italia subito dopo il Giappone tra i Paesi più anziani al mondo. Le emigrazioni si sono attestate mediamente a 175 mila l’anno nel corso del biennio 2023-2024 (158 mila nel 2023 e 191 mila nel 2024), registrando un aumento del 16,3% rispetto al 2022 (Istat 2025b). Il numero di persone immigrate in Italia non basta a compensare il calo della popolazione. Secondo le previsioni Istat, la popolazione italiana scenderà a 58,5 milioni nel 2030, 54,8 milioni nel 2050, fino a 46,1 milioni nel 2080. In poco più di mezzo secolo, l’Italia potrebbe perdere circa 13 milioni di residenti (Istat 2023). 

Per i giovani, sia italiani che stranieri, l’Italia è sempre meno attrattiva. A partire dal 2011 «è iniziata una nuova emigrazione, numericamente significativa e non molto inferiore, se pienamente valutata, a quella del secondo dopoguerra» si legge in una ricerca Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel 2025). Dal 2011 al 2024 630 mila giovani di età compresa tra 18 e 34 anni hanno lasciato l’Italia, una cifra che corrisponde a quasi il 5% dei giovani residenti nel 2024, «e di tanto ne hanno ridotto la consistenza» (Cnel 2025). Neanche l’esodo di giovani italiani è compensato da un movimento nella direzione opposta. A essere preoccupante, inoltre, è la sua composizione qualitativa: il 40% dei giovani emigrati nel triennio 2022-2024 era laureato; si tratta di un tasso di laureati più alto della media nazionale per la fascia di età 25-34 anni (31,6%). Insomma l’istruzione terziaria è più alta tra chi va via rispetto a chi resta. Questo deflusso di capitale umano qualificato ha un costo stimato dal Cnel in 159,5 miliardi di euro per il periodo 2011-2024, calcolato sommando gli investimenti privati e pubblici nella crescita e nell’istruzione dei giovani. Nell’ultimo triennio, il valore annuo medio del capitale umano esportato ha raggiunto i 16 miliardi di euro, pari a circa l’1% del Pil (Cnel 2025). 

Per i giovani, sia italiani che stranieri, l’Italia è sempre meno attrattiva. A partire dal 2011 «è iniziata una nuova emigrazione, numericamente significativa e non molto inferiore, se pienamente valutata, a quella del secondo dopoguerra»

I flussi migratori internazionali potranno contenere solo in parte il saldo naturale negativo dell’Italia, mentre le migrazioni interne contribuiscono ad accentuare i divari territoriali, con l’esodo che persiste a ritmi elevati dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Per il prossimo decennio si prevede una stagnazione del potenziale produttivo, soprattutto a causa del calo del contributo derivante dagli occupati. 

Lo scenario complessivo che si va delineando è già oggi evidente nelle cosiddette aree interne del Paese, aree definite in base alla distanza dai servizi essenziali, marginalizzate da un modello di sviluppo urbano e industriale che ha accentrato risorse, persone e capitali nei poli dello sviluppo, nelle città, creando centri e periferie territoriali. 

Il processo di spopolamento di queste ultime aree si è intensificato con le politiche di sviluppo avviate nel secondo dopoguerra, quando l’emigrazione è diventata permanente. I divari produttivi, inizialmente determinati dai processi di industrializzazione concentrati nel Nord-Ovest alla fine dell’Ottocento, sono stati rafforzati da un sostegno finanziario che ha premiato le città, alimentando divari territoriali e civili, ovvero di soddisfazione differenziata dei diritti di cittadinanza, risultanti dalla subordinazione dei servizi essenziali allo sviluppo economico. 

Per molto tempo i piccoli comuni e le aree interne sono scomparsi dalle rappresentazioni territoriali e dalle politiche pubbliche, concentrate sulla dimensione urbana e metropolitana. Le teorie economiche liberiste, nella seconda metà del secolo scorso, hanno infatti sostenuto che il movimento dei fattori di produzione verso le aree dove sarebbero più produttivi, ovvero le città, avrebbe portato alla convergenza dei redditi nelle aree del Paese, annullando i divari. Questo approccio, definito spatially-blind (cieco al territorio) guidava anche la politica di coesione europea. Gli apparati normativi sono stati centrati sulla quantità, sulla concentrazione, sulle economie di scala; gli standard quantitativi, numeri minimi di popolazione per ogni servizio, hanno permeato la gestione dei servizi imponendo soglie progressivamente più alte, al di sotto delle quali avanza la desertificazione. La scomparsa dei servizi nei territori demografici sottosoglia ha innescato una spirale regressiva cumulativa: meno servizi inducono spopolamento, ma meno abitanti inducono meno servizi, lungo il piano inclinato del declino (Cersosimo e Licursi 2023). La distanza dai servizi essenziali è infatti correlata a minori opportunità di sviluppo economico, e questo determina una velocità di spopolamento maggiore nelle aree interne rispetto al resto d’Italia. 

Di fronte alla rarefazione degli abitanti e alla crisi economica del 2008, la scelta è stata quella di ridurre sostanzialmente i servizi di cittadinanza nelle aree meno popolate, creando di fatto nuovi flussi di emigrazione verso i poli urbani. Si è trattato di una nuova forma di emigrazione non dovuta a fattori strettamente economici, ma al venir meno delle condizioni minime di abitabilità. 

Tuttavia la crisi del modello di sviluppo fordista, industriale e centralizzato, che ha concentrato gli investimenti in alcune aree “forti”, ha riportato l’attenzione alla piccola e media impresa, alla rete urbana minore, allo sviluppo periferico. Si è iniziato a parlare di “sviluppo locale”, ovvero della capacità di crescita dal basso dei territori, identificando proprio nella dimensione territoriale il fattore strutturante lo stesso sviluppo, attraverso il riconoscimento e la valorizzazione delle risorse endogene. È in questo contesto teorico che nel 2009 il cosiddetto Rapporto Barca ha introdotto un nuovo approccio alla guida della politica di coesione: un approccio place-based, territoriale, rivolto ai luoghi e alle persone che abitano nelle aree interne del Paese e che dovrebbero godere degli stessi diritti di cittadinanza di chi abita nelle città (Barca 2009). 

Gli apparati normativi sono stati centrati sulla quantità, sulla concentrazione, sulle economie di scala; gli standard quantitativi, numeri minimi di popolazione per ogni servizio, hanno permeato la gestione dei servizi imponendo soglie progressivamente più alte, al di sotto delle quali avanza la desertificazione

A partire da questa visione, nel 2014 è stata varata la Strategia nazionale per le aree interne (Snai), una politica territoriale di contrasto del declino demografico. La Snai ha condotto una mappatura delle aree interne del Paese identificando i comuni polo, dove sono presenti i servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità), e classificando gli altri comuni in base alla distanza da questi: cintura, intermedi, periferici e ultraperiferici. È emerso che la condizione di “area interna” riguarda il 60% del territorio nazionale e il 52% dei comuni, dove come detto risiede quasi un quarto della popolazione italiana (Psnai 2025). 

Non potendo intervenire sull’intero territorio, la Snai ha lavorato in due cicli di programmazione su aree pilota, intervenendo su due assi: il miglioramento dell’offerta di servizi essenziali e lo sviluppo economico locale. Tuttavia, la Snai ha mostrato limiti significativi nella sua attuazione: i tempi di realizzazione si sono allungati, le risorse sono risultate insufficienti e la governance ha incontrato non poche difficoltà (Cnel 2025). La Snai ha avuto tuttavia il merito di riportare l’attenzione sulle aree interne e di stimolare un dibattito pubblico sulla necessità di garantire uguali diritti di cittadinanza, indipendentemente dal luogo di residenza. 

Oggi le aree interne del Paese sono oggetto di una nuova attenzione. In particolare, la crisi delle aree metropolitane e il cambiamento climatico stanno contribuendo a cambiare la percezione comune di zone un tempo ritenute arretrate e marginali. Le aree interne continuano complessivamente a perdere popolazione, al tempo stesso alcune zone stanno vivendo un’inversione di tendenza, con fenomeni di neo-popolamento soprattutto in aree montane del Nord Italia. In questo senso, il Rapporto montagne Italia 2025 dell’Uncem rileva un fenomeno di assoluto rilievo: l’incremento della popolazione nelle aree montane tra il 2019 e il 2023, con un saldo positivo che riguarda in particolare la popolazione italiana. Questo cambiamento, probabilmente influenzato dalla pandemia da Covid-19 e dalle conseguenti trasformazioni degli stili di vita, rappresenta una «inversione inedita nella storia economica e sociale della Repubblica», si legge nel rapporto (Uncem 2025). 


Nuovi abitanti 

La popolazione che oggi si sta insediando nelle aree interne è estremamente eterogenea e risponde a motivazioni molto diverse. Alcuni, come i cosiddetti amenity migrants, scelgono di trasferirsi temporaneamente o permanentemente in aree interne e montane in cerca di una maggiore qualità ambientale e sociale. Si tratta di persone in pensione, che lavorano da remoto, che pendolano o che trovano impieghi locali, o che perseguono la creazione di economie “verdi” e solidali (Corrado et al. 2014). Ci sono poi i migranti che provengono da Paesi poveri, che non possono permettersi il costo della vita nelle città o che scelgono una vita più tranquilla in un piccolo comune. Questo ha portato dalla seconda metà degli anni Ottanta a un processo di “ri-spazializzazione” delle migrazioni interne italiane, orientando i movimenti verso nuove destinazioni, dai centri urbani alle aree rurali. Le crisi economiche del periodo pre-pandemico hanno rafforzato questa tendenza: gli stranieri, tra i più colpiti dalla crisi, si sono spesso stabiliti in aree rurali e piccoli centri montani, beneficiando di costi di vita e abitativi più bassi e di opportunità lavorative. Per quanto riguarda i migranti economici, i principali fattori di attrazione verso le aree interne includono la disponibilità di alloggi a prezzi contenuti, il minor costo della vita, le occasioni di lavoro nel settore primario (pastorizia, agricoltura, silvicoltura), nel secondario (artigianato, piccola industria, edilizia) e nel terziario (servizi turistici, pulizie, badanti e cura familiare) (Membretti e Ravazzoli 2018). Ma a incidere sulle scelte localizzative degli immigrati sarebbero anche fattori quali la qualità della vita, gli standard dei servizi di welfare, l’efficienza dei trasporti a livello locale. 

Oggi le aree interne del Paese sono oggetto di una nuova attenzione. In particolare, la crisi delle aree metropolitane e il cambiamento climatico stanno contribuendo a cambiare la percezione comune di zone un tempo ritenute arretrate e marginali

Tra i migranti dai Paesi poveri ci sono naturalmente anche profughi e richiedenti asilo, nuovi «montanari per forza» (Dematteis, Di Gioia, Membretti 2018), distribuiti dal governo all’interno delle strutture Sai. Nel 2016 ben il 40% delle persone accolte nei Cas e Sprar – poi Sai – si trovavano in territori di montagna (Membretti e Ravazzoli 2018). La componente degli stranieri si è andata rafforzando fra le nuove popolazioni che si insediano nei piccoli comuni: l’incidenza della popolazione straniera su quella totale nei piccoli comuni è passata dal 3,4 % del 2004 all’8,1% del 2014 per i comuni con meno di cinquemila abitanti (Balbo 2015). Al 31 dicembre 2024 la popolazione straniera residente in Italia ammontava a 5,3 milioni di unità; l’incidenza della componente straniera sulla popolazione residente totale sarebbe pari al 9,1% (era l’8,9% nel 2023) (Istat 2025c). L’immigrazione di stranieri in Italia non è più da tempo un fenomeno solo urbano, ma si distribuisce abbastanza equamente fra città e campagna, tanto che la percentuale di popolazione straniera che risiede nelle aree interne del Paese è in linea con la media nazionale (Osti e Ventura 2012). A livello nazionale, la popolazione immigrata contribuisce sostanzialmente alla crescita economica del Paese, con i lavoratori immigrati che producono un contributo al Pil pari al 9% (Fondazione Leone Moressa 2025). Proprio questa popolazione, però, risente maggiormente gli effetti della crisi ed è, in generale, più esposta alla precarietà lavorativa e abitativa. 



Bibliografia 

Balbo Marcello (a cura di) (2015), Migrazioni e piccoli comuni, FrancoAngeli, Milano. 

Barca Fabrizio (2009), An Agenda for a Reformed Cohesion Policy. A Place-based Approach to Meeting European Union Challenges and Expectations, Independent Report prepared at the request of Danuta Hübner, Commissioner for Regional Policy, aprile 2009. 

Cersosimo Domenico, Licursi Sabina (2023), Lento pede. Vivere nell’Italia estrema, Donzelli, Roma. 

Cnel (2025), Rapporto sull’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, Roma. 

Corrado Federica, Dematteis Giuseppe, Di Gioia Alberto (a cura di) (2014), Nuovi montanari. Abitare le Alpi nel XXI secolo, FrancoAngeli, Milano. 

Dematteis Maurizio, Di Gioia Alberto, Membretti Andrea (2018), Montanari per forza. Rifugiati e richiedenti asilo nella montagna italiana, FrancoAngeli, Milano. 

Istat (2023), Previsioni della popolazione e delle famiglie. Il Paese domani: una popolazione più piccola, più eterogenea e con più differenze, Roma, 28 settembre 2023. 

Istat (2025a), Natalità e fecondità della popolazione, Anno 2024, Roma, 21 ottobre 2025. 

Istat (2025b), Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente, Anni 2023 e 2024, Roma, 20 giugno 2025. 

Istat (2025c), Censimento e dinamica della popolazione, Roma, 18 dicembre 2025. 

Membretti Andrea, Ravazzoli Elisa (2018), Immigrazione straniera e neo-popolamento nelle terre alte, in De Rossi Antonio (a cura di), Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, Donzelli, Roma, p. 342. 

Membretti Andrea (2024), Più ricchi, più in alto? Migrazioni di classe e nuova urbanità a Crans Montana, in Membretti Andrea, Barbera Filippo, Tartari Gianni (a cura di), Migrazioni verticali. La montagna ci salverà?, Donzelli, Roma, p. 133. 

Osti Giorgio, Ventura Flaminia (a cura di) (2012), Vivere da stranieri in aree fragili. L’immigrazione internazionale nei comuni rurali italiani, Liguori Editore, Napoli. 

Pastore Ferruccio (2023), Migramorfosi. Apertura o declino, Einaudi, Torino. 

Psnai (2025), Piano strategico nazionale aree interne, Dipartimento per le Politiche di coesione e per il Sud. 

Uncem (2025), Rapporto montagne Italia 2025, Unione nazionale comuni comunità enti montani, p. 363. 

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