Questa intervista fa parte di una serie di articoli nati dalla collaborazione tra ALMARE e cheFare nell'ambito del bando Next Generation You 2023 (NGY) promosso da Fondazione Compagnia di San Paolo. L’obiettivo di questa rubrica è condividere criteri, modelli e prassi necessari alla sostenibilità di programmazioni ambiziose in contesti complessi e precari, focalizzandosi sulla relazione tra pratiche curatoriali, sostenibilità e modelli organizzativi.
La serie è ideata e curata da ALMARE, organizzazione di base a Torino dedicata alle pratiche contemporanee che utilizzano il suono come mezzo espressivo. ALMARE opera tra musica, arti visive, ricerca e curatela, produce contenuti editoriali e sviluppa progetti educativi.
Mutant Radio è nata nel 2019 come piattaforma comunitaria dedicata alla musica, alla cultura e alla sperimentazione sonora. Dalla sua piattaforma, Mutant trasmette DJ set e performance dal vivo, interviste e talk, dando vita a uno spazio dinamico in cui artistɜ, DJ, curatorɜ e operatorɜ culturali si incontrano per condividere suoni e idee oltre i confini geografici. La piattaforma sostiene un ecosistema composto da oltre 90 resident broadcaster e circa 50 ospiti internazionali ogni settimana, promuovendo collaborazioni con festival, etichette indipendenti, negozi di dischi e istituzioni culturali di tutto il mondo.
Per conoscere meglio Mutant Radio abbiamo parlato con Mariam Otarashvili, attivista culturale con una formazione nel giornalismo. All'interno di Mutant Radio si occupa della comunicazione e della programmazione. La sua pratica multidisciplinare va oltre il mondo della radio: attraverso Cultures of Resistance sostiene progetti documentaristici e iniziative internazionali che intrecciano attivismo e arte, mettendo al centro giustizia, pace e solidarietà.
Mariam Otarashvili, foto di JD J
Quest'anno la General Assembly di Reset! ci ha portatɜ ad Atene e, per una volta, abbiamo potuto incontrarci di persona. Sotto il caldo sole ateniese, Mariam ci ha accolti sulla terrazza della casa di un'amica a Kypseli, dove alloggiava: un angolo tranquillo della città che ha fatto da cornice alla nostra conversazione.
Abbiamo chiesto a Mariam come è nata Mutant. “La radio è nata per volontà di Tata Janashia e Nina Botchorishvili. È raro in Georgia che un'impresa sia completamente di proprietà di due donne. Siamo molto orgogliose di questo: la nostra radio è a direzione femminile e la struttura del team è abbastanza equilibrata; coinvolgiamo spesso più donne che uomini”.
L'idea iniziale era creare una piattaforma per la musica elettronica sperimentale – scene che già esistevano ma erano confinate alla club culture. “In Georgia non c'era davvero un'alternativa, e forse ancora oggi non esiste. Siamo l'unica community radio in tutto il paese”. Il progetto prevedeva un caravan che avrebbe potuto muoversi attraverso il territorio. “Non avevamo capito quanto sarebbe stato impegnativo dal punto di vista fisico e pratico. Ma ogni volta che l3 artist3 vedevano il caravan, ci dicevano: "Oh mio dio, voglio suonare da lì!", quindi siamo andate avanti”.
Oggi il caravan è stazionato a Tbilisi, in un’area che ospitava una centrale elettrica. “È uno spazio post-industriale molto interessante. In un angolo c'è lo spazio da cui trasmettiamo principalmente i live streaming; poco più in là, un open bar all'aperto e uno spazio per concerti dal vivo, workshop e altri eventi. È un posto molto grande, sembra un bellissimo spazio occupato, ma in realtà non lo è. L’idea era di offrire alle persone, allɜ operatorɜ del settore culturale, artist3 e non solo, uno spazio dove sperimentare e aprirsi ad altri generi musicali, al di là della "musica da discoteca". Questo taglio sperimentale, nel 2019, era una novità per la Georgia. Oggi invece alcunɜ DJ si stanno aprendo a sperimentare attraverso la radio”.
Il team di Mutant conta circa sei persone: le due fondatrici, un technical manager e un designer a Tbilisi; due persone a Berlino. “Ma tuttɜ fanno un po’ di tutto, artist management, questioni legali e di bilancio, scattare foto, postare sui social durante le trasmissioni, e tutto quello che serve”. Nessuna delle persone di Mutant vive soltanto della radio. “È difficile ottenere soldi dallo Stato”, ci spiega Mariam. “Il problema principale è che in Georgia non ci sono veri finanziamenti pubblici per la scena indipendente. La nostra fonte di reddito più importante è il bar”.
Durante la pandemia però il bar ha dovuto chiudere. Online, nel frattempo, Mutant cresceva di giorno in giorno. “In un certo senso il Covid è stato un punto di svolta per le community radio. Non tanto dal punto di vista finanziario, ma in termini di pubblico e di coinvolgimento in streaming è stato un momento di massimo splendore. Tuttɜ volevano sintonizzarsi… Anche lɜ artistɜ facevano moltissime proposte, per restare in contatto con il mondo là fuori. I confini erano chiusi, era tutto bloccato e la gente avvertiva questo bisogno di connessione. Per Mutant, tutto questo si è rivelato particolarmente interessante, perché era una radio appena nata e stava ancora cercando di affermarsi”.
La vera innovazione di Mutant forse ha a che fare con una mobilità radicale, che persiste online. Dall’aprile del 2025 infatti Mutant opera in due città, e su due diversi canali. “Andavamo spesso a Berlino per collaborare con piccole realtà locali e club. Inoltre moltɜ dellɜ resident e DJ che passavamo in radio erano berlinesi. Così abbiamo pensato avesse senso offrirlɜ uno spazio fisico anche lì, dove venire e incontrare altri membri della comunità, perché offline si sta sempre meglio che online…” E i due canali? “Uno è il canale audio, quello dello streaming. Il secondo lo chiamiamo ‘live’. Quindi per tre giorni trasmettiamo da Berlino, e per tre giorni da Tbilisi, così non ci sovrapponiamo. A Berlino ci troviamo all'interno di un bar a cui siamo molto gratɜ, perché ci hanno semplicemente concesso lo spazio e non dobbiamo nemmeno pagare l'affitto. È un grande aiuto: in generale intorno alla radio non girano molti soldi”.
Foto di Michael Kennedy
Essere presenti in due paesi diversi ovviamente comporta l’esigenza di conoscere a fondo dei processi burocratici che hanno poco o nulla in comune. “In Germania ci chiamiamo GbR (Gesellschaft bürgerlichen Rechts), che è un mix tra una profit e una no-profit. È l’unico status giuridico che ti permette di fare qualcosa al di fuori dei finanziamenti del Senato. Se sei un'organizzazione senza scopo di lucro, non puoi ottenere alcun finanziamento al di fuori del Governo. Era una situazione in cui non volevamo trovarci, perché il contesto in Germania è molto politicizzato, c’è un vero controllo dei programmi delle organizzazioni culturali, intorno a cosa siano e cosa rappresentino. Noi sosteniamo la causa palestinese, e molti centri culturali sono stati chiusi o hanno subito tagli ai finanziamenti a causa di questa posizione”. L’indipendenza non è negoziabile. A differenza di molte community radio tedesche che operano come Genossenschaften (cooperative), Mutant prende decisioni in modo più agile: “non votiamo sulle cose, decidiamo e basta”. Un approccio che promuove la flessibilità curatoriale. “A mio parere Mutant è molto curata, e moltɜ resident e ospiti che partecipano ai nostri programmi lo sottolineano sempre, ringraziandoci di privilegiare la qualità rispetto alla quantità. Non voglio mancare di rispetto ad altre radio, credo siano davvero tutte importanti come la nostra, ma mi piace sottolineare questo aspetto, perché c’è molto lavoro dietro. Siamo come una famiglia, non ci consideriamo solo una radio”.
Alcune community radio per esempio fanno pagare le persone che ci suonano. “Sì l’ho scoperto di recente, per me è stata una sorpresa. Capisco che molti progetti si avvalgano di diversi modelli per sostenersi, ma per noi è importante rimanere sostenibili senza chiedere allɜ ospiti di pagare”. Abbiamo quindi chiesto a Mariam se, per una community radio nomade come Mutant, la sostenibilità passi anche da precise scelte ecologiche. “Per fare una radio online non devi prendere l’aereo in continuazione. Per esempio: l’online ti permette di raggiungere molti angoli del mondo, coinvolgere moltɜ artistɜ e centri culturali diversi, e viaggiare senza dover viaggiare davvero; inoltre, ormai esistono mille piattaforme e strategie per non sprecare risorse, per risparmiare i soldi che servono per produrre un programma. C’è poi tutta la questione del patrimonio culturale e della conservazione: da un lato ne siamo felicissimɜ, dall’altro ci spiace constatare che stiamo facendo il lavoro che dovrebbero fare le istituzioni… Potrebbero aiutarci a conservare gli archivi in modo che siano accessibili e che non vadano persi, ad esempio”.
Quando la nostra conversazione sembra avviarsi alla fine, Mariam solleva un punto fondamentale e che le sta particolarmente a cuore: diventa evidente che l’amore per la musica e per lɜ artistɜ, per quanto parte essenziale di quello che fa, sottendono un aspetto più profondo, che ha a che fare con la vera missione del progetto. “Le radio comunitarie possono parlare di qualsiasi cosa. Possono occuparsi di cronaca, di storia, di scienza: non devono essere per forza alla frontiera della musica d’avanguardia. Alla fine dei conti, ogni radio è un documento storico del tempo in cui viviamo.”
Foto di copertina di Micheal Kennedy
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