Parole di partecipazione attiva Una pubblicazione digitale con Fondazione Compagnia di San Paolo
Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFare, Parole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.
La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.
Con questo contributo proseguiamo il percorso attraverso i 12 lemmi che si sono delineati come assi generativi della partecipazione attiva e che ne tracciano la fisionomia essenziale. Leggi l'introduzione al lemma di Bertram Niessen.
Parlare di cambiamento e continuità all’interno della più ampia cornice della partecipazione attiva porta con sé un grande rischio: ragionare per massimi sistemi, senza guardare alla messa a terra, alla pragmaticità. Ho rinunciato dunque a fare uno sforzo di astrazione dal mio campo, quello del fundraising, e di provare a calare questi due lemmi al suo interno.
Quando parliamo di fundraising, infatti, inevitabilmente parliamo di cambiamento e continuità per garantire la sostenibilità di un’organizzazione, restando fedeli alla propria identità in tutti gli incroci e gli incontri con i vari stakeholder. Cambiamento e continuità, in questo caso, possono essere sostituiti da “timore” e “rassicurazione”: al netto dei valori fermi, delle proprie mission e vision, il cambiamento presuppone anche un cambiamento interno, una velocità di reazione agli stimoli esterni non sempre ottimale, e soprattutto un contrasto al “si è sempre fatto così”.
Da buon siciliano, il “si è sempre fatto così” mi ricorda il Gattopardo, ma non nell’accezione peggiorativa del gattopardismo (poiché la partecipazione attiva presuppone il superare la dinamica dei privilegi di potere), bensì in relazione ai due concetti, cambiamento e continuità. Parafrasando Tomasi di Lampedusa, infatti, potremmo dire che “se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto continui”, o anche “se vogliamo che tutto continui, bisogna che tutto cambi”, nell’ordine di priorità che ogni persona, ogni organizzazione, ritengono opportuno. Tra cambiamento e continuità c’è una presa di responsabilità, che probabilmente manca nel romanzo, a cui siamo chiamate tutte e tutti, assumendoci anche un rischio. Non è detto infatti che il cambiamento sia migliorativo, e che la continuità ci porti a soddisfare appieno il bisogno per cui agiamo, la partecipazione attiva.
Senza prendersi il rischio, però, Visionary sarebbe rimasta niente di più che un evento, Visionary Days. Forse è stata incoscienza, ma accettare la sfida e strutturare un Ente del Terzo Settore ha abolito i confini della comfort zone e ha spinto un gruppo nutrito di persone alla responsabilità. Il cambiamento dunque è avvenuto internamente, per generarne uno, il più impattante possibile, all’esterno. La continuità è stata rappresentata dal dialogo continuo con Fondazioni e Aziende: una relazione che, a fasi alterne, ha permesso la condivisione di procedure, linee guida, competenze e riscontri fondamentali per strutturare un capitale di risorse collettive da mettere a sistema.
Cambiamento e continuità, essere reazione ed essere catalizzatore devono dunque diventare caratteristiche proprie di istituzioni, decisori, fondazioni e organizzazioni
Con una lente imprescindibile: quella dell’ascolto intergenerazionale, senza il quale i bisogni dei e delle giovani verranno sempre sottodimensionati dalle generazioni precedenti, e la rabbia verso queste ultime prenderà sempre il sopravvento sulla fame di futuro. In altre parole, con un reale approccio bottom-up, accogliente e rispettoso delle persone e del contesto in cui il bisogno di partecipazione attiva (se percepito) si concretizza, e non con un’imposizione paternalistica o prescrittiva.
L’altro grande rischio è che il cambiamento e la continuità inneschino un meccanismo perverso di reazione e catalizzatore, due concetti fondamentali nei processi di partecipazione attiva. Cito dalla Treccani “la reazione chimica è definita come la trasformazione che modifica la composizione delle sostanze”, mentre “il catalizzatore è una sostanza, presente anche in piccole quantità, che modifica la velocità di una reazione chimica, senza variare lo stato di equilibrio della reazione stessa”.
La sovrapposizione potrebbe non essere totale, tra questi due concetti e quelli di cambiamento e continuità, ma le organizzazioni che si occupano di partecipazione attiva (e molte organizzazioni che operano nel Terzo Settore) spesso sono chiamate a rivestire entrambi i ruoli: devono ad esempio reagire a un bando, proporre un cambiamento e attuarlo, presentando un progetto in linea (o no) con la propria identità, utilizzando risorse, competenze e know-how e velocità che non trovano un corrispondente in chi emana il bando; e poi devono anche innescare il procedimento, con un primo input che di fatti rappresenta il loro presidio della partecipazione attiva o, più in generale, della causa, senza il quale la reazione chimica (il cambiamento), avverrebbe a una velocità diversa.
In questo senso, le organizzazioni garantiscono un cambiamento, quello che si vuole generare nella società, e una continuità, ovvero l’essere presenti. Il rischio però è che la continuità sia unilaterale, e che nonostante la mancanza di strumenti, linee guida, competenze e processi, venga data per scontata. Cambiamento e continuità, essere reazione ed essere catalizzatore devono dunque diventare caratteristiche proprie di istituzioni, decisori, fondazioni e organizzazioni, in uno scambio continuo e virtuoso che non guardi al consenso, ma al benessere della popolazione.
Fare partecipazione attiva non può essere prerogativa di soggetti che, a vario titolo, sopperiscono all’assenza di politiche adatte e adattive. Fare partecipazione attiva richiede infatti una rete di responsabilità equamente distribuite che tenga conto delle peculiarità e delle funzioni di ogni parte. Ritorna dunque, per deformazione professionale, l’anima del fundraising: è fondamentale coltivare le relazioni tra tutti i vari stakeholder, e individuare strategie e continuità di senso. Solo in questo modo sarà possibile superare dinamiche e stereotipi intergenerazionali e intersettoriali (i giovani non hanno voglia di fare niente, le istituzioni non fanno niente) che impediscono cambiamento e continuità.
Un cambiamento di paradigma che, citando Fabrizio Acanfora, tenda verso la convivenza delle differenze, l’unica continuità che può permettere ad una società civile di andare avanti. Per garantire un futuro per tutte e tutti, non solo per pochi, in cui ogni persona possa sentirsi ascoltata, libera di esprimersi e di fare la propria parte.