Questa intervista fa parte di una serie di articoli nati dalla collaborazione tra ALMARE e cheFare nell'ambito del bando Next Generation You 2023 (NGY) promosso da Fondazione Compagnia di San Paolo. L’obiettivo di questa rubrica è condividere criteri, modelli e prassi necessari alla sostenibilità di programmazioni ambiziose in contesti complessi e precari, focalizzandosi sulla relazione tra pratiche curatoriali, sostenibilità e modelli organizzativi.
La serie è ideata e curata da ALMARE, organizzazione di base a Torino dedicata alle pratiche contemporanee che utilizzano il suono come mezzo espressivo. ALMARE opera tra musica, arti visive, ricerca e curatela, produce contenuti editoriali e sviluppa progetti educativi.
A Ljubljana è un grigio pomeriggio di un lunedì di ottobre. Siamo qui per il concerto di Suzanne Ciani, all’interno del programma off di Sonica. A dirla tutta siamo arrivati nella capitale slovena spinti dalla volontà di conoscere meglio MoTA - Museum of Transitory Art, associazione no profit dietro al festival Sonica (e quindi a questo evento). Incontriamo Martin Bricelj Baraga (che di MoTA è il fondatore) al Kino Šiška, uno dei primi edifici modernisti della Slovenia, cinema convertito in centro culturale tout court nel 1994. Ci sistemiamo sui divani del foyer, e Martin non ci mette molto a riempirlo con la sua risata. È un tipo solare e se ne frega delle formalità, ma non di chi vuole imparare da lui.
Foto di Igor Bijuklić
Ne abbiamo approfittato allora per chiedergli tutto quello che riguarda le condizioni di esistenza dei suoi progetti, che nell’arco di un quarto di secolo ormai spaziano dalla musica all’architettura. Siamo partiti parlando di Sonica, il festival che lo scorso aprile è arrivato alla sua diciassettesima edizione. La storia delle sue origini risale alla fine degli anni Novanta, e ai primi interessi di Martin. “Io sono un artista visivo, vengo da quell’ambito. Avevo uno studio che si chiamava CodeSign. Ci occupavamo di arte e design, ma eravamo molto appassionati di musica elettronica. A quel tempo erano appena nati diversi festival di musica elettronica: c'era il Sonar, ma non c'era ancora il CTM [fondato nel 1999, ndA], per dire. Da queste parti c'erano solo feste commerciali, house e techno… Ecco, oggi io amo la house e la techno, ma all'epoca non mi piacevano molto. C'era anche la drum and bass, ma non ci piaceva come la facevano. Quindi abbiamo pensato che se il festival non l'avessimo organizzato noi, la città non l'avrebbe fatto di certo. Allora abbiamo iniziato con delle feste. Ma non erano solo feste, erano eventi, veri e propri eventi ognuno con la sua curatela. Da questi è nato il festival”.
Foto di Marcel Obal
Chi aveva vent’anni all’inizio di questo secolo si trovava compreso nella prima generazione di artisti dotata di un computer per esprimere i bisogni di ogni generazione di artisti: creare qualcosa di nuovo e inventarsi modi per stare insieme. Il passaggio dalle arti visive a quelle musicali è una costante di quegli anni, e l’unione e l’interazione di questi due linguaggi, oggi forse scontata e moltiplicata in centinaia di festival in giro per il mondo, nasce da un’esigenza multimediale che è insieme tipica di quegli anni e da sempre connaturata alla ricerca artistica.
“È stato tutto molto veloce. A un certo punto, come niente, facevamo 5.000 ingressi, ma non ci interessava vendere birre o fare cose del genere. Si chiamava Festival Pomladi, e andò avanti così per 8 o 9 anni. Negli anni del Pomladi abbiamo ospitato artisti interessanti come DJ Yoda, ma anche Plaid della Warp Records. A quel tempo andavano il breakbeat, il funk e tutto il resto... Era un festival più popolare, diciamo. Ma io ero interessato a forme più sperimentali, ecco, e così abbiamo iniziato ad aggiungere progressivamente forme d'arte che andassero in quella direzione. Sonica è nato da questa esigenza. Anche allora lo chiamavamo ‘festival’, ma solo per via del sistema di finanziamento. In realtà era più simile a una mostra, un laboratorio nello spazio dove avevamo, credo, dieci installazioni di media art; alcune delle installazioni venivano commissionate da noi. Abbiamo iniziato a lavorare con artisti come Tim Hecker e Byetone. Era il 2008 o il 2009, e all'epoca quella ricerca era una novità assoluta per questa zona. Era qualcosa di più astratto, di impensabile. È stato allora che l'organizzazione precedente è cambiata, abbiamo cambiato il nome, il programma e pure il team. Abbiamo anche avviato il primo programma di residenza. Insomma abbiamo iniziato ad aggiungere elementi, chiedendoci sempre: ‘Cosa manca?’”.
Abbiamo sempre avuto in mente progetti anche per l'estero. Così, da quello che potremmo definire un processo di internazionalizzazione, abbiamo ribattezzato l'organizzazione MoTA: Museum of Transitory Art
Ecco che parlando di cose che mancano portiamo Martin sulla questione fondamentale, i finanziamenti. Chi organizza un festival sa quante voci allungano il budget, dalla logistica ai mezzi tecnici alla burocrazia. Oggi MoTA è diventata sostenibile grazie alla qualità dei suoi progetti, riconosciuta dai tanti bandi a cui partecipa, ma soprattutto grazie all’energia di chi ci lavora: un team di poche persone ma dedicate, che alternano le ore dedicate al festival a tanti altri progetti. Ma una volta non era così.
“Sai, le prime edizioni di Sonica si affidavano a un budget di soli 1500 euro! Molte persone erano locali che suonavano gratis, alcune band venivano anche per poco… ricordo che un amico ci aveva dato un enorme sound system per 250 euro. Poi qualche anno dopo abbiamo installato un impianto pazzesco, e il festival ha iniziato a ingranare: sul più bello, abbiamo perso il sostegno del Comune. E stavamo organizzando un festival gratuito per la città! Solo dopo qualche anno, quando abbiamo cominciato a portare artisti come Clark e i Nôze, un duo francese, abbiamo dovuto chiedere un biglietto d’ingresso”. Sonica è stato il primo festival, in Slovenia, capace di unire una proposta alta sul piano musicale, di ricerca. È stato anche tra i primi in Europa, e tra i più interessanti. “Già, ma la città di Ljubljana non era interessata a un festival gratuito... Mi ha colpito. Sai come funziona, no? Lo fai perché lo vuoi, non per soldi. Lo fai per la città, per i tuoi amici”.
Foto di Katja Goljat
Martin e gli altri lo fanno per la città, ma hanno da sempre cercato di ampliare i confini dei loro progetti, consapevoli che l’iper-localizzazione non facesse per loro. Forse è da questa necessità che è nata T.R.I.B.E., una piattaforma creata per mettere in contatto i media lab e gli spazi di residenza per artisti dell’Europa orientale e dei Balcani. Si tratta di una rete che incoraggia lo scambio tra paesi, ma anche la produzione e la diffusione di “international transitory artworks”. Anche Nonument, un altro progetto in orbita MoTA, si affida a “una sorta di rete, ma perché si tratta di un progetto speciale dedicato al patrimonio edilizio in rovina, dimenticato, distrutto o abbandonato”. Un network che unisce Europa centrale e orientale, e che si occupa di questioni relative al patrimonio architettonico e agli spazi pubblici. Anche in questo caso, “i risultati sono artistici”, un aggettivo che, per ovvi motivi, ci incuriosisce.
“Senti, sono un artista, l’arte è un linguaggio internazionale e Ljubljana è una piccola città. Ho sempre viaggiato all’estero, anche per portare in giro i miei progetti, e T.R.I.B.E. è nata proprio così. Abbiamo sempre avuto in mente progetti anche per l'estero. Così, da quello che potremmo definire un processo di internazionalizzazione, abbiamo ribattezzato l'organizzazione MoTA: Museum of Transitory Art”. Quindi, ricapitolando: dal design alla musica di ricerca, al museo come formato d’elezione. Senza perdere di vista la voglia di condividere progetti sulla base di bisogni comuni e affinità elettive, aspetto che accompagna Martin e le sue associazioni dagli esordi fino ad oggi, dove MoTA è coinvolta in reti europee come SHAPE e ICAS (International Cities for Advanced Sound).
Foto di Katja Goljat
Prima di passare all’ultima parte della chiacchiera, iniziamo a tagliare una torta che abbiamo preso in un ristorante hare krishna poco lontano dal MoTA Lab, l’infopoint/mediateca/spazio per residenze aperta da Martin e soci. Gli chiediamo quali sono oggi i rapporti tra la Città e MoTA, e quali siano le nuove difficoltà che devono affrontare, sul piano economico e burocratico. Martin è convinto ci sia un problema sottovalutato, o almeno sottorappresentato: la sovrapproduzione.
“Allora, vediamo… tra pochi giorni avremo i risultati della nostra richiesta al Ministero della Cultura per il nuovo programma quadriennale. È buona sai, la torta? Comunque: la sfida più grande in realtà, come ti dicevo, è la sovrapproduzione. Non importa se stai portando avanti produzioni attente al discorso ecologico, o all’inclusione, eccetera: l'intero sistema è progettato in modo tale che ogni progetto venga valutato attraverso un proprio sistema di punteggio, una checklist, come se fossimo a scuola, capito? Deve rispondere a tanti, tantissimi criteri. Capisco che siano necessarie misure qualitative e quantitative, ma è davvero troppo. A livello nazionale, a livello cittadino, le cose avrebbero potuto essere semplificate dal punto di vista burocratico (in realtà sia a livello europeo che a livello statale). Sia chiaro, siamo comunque fortunati. Qui da noi c’è ancora questa eredità socialista di sostegno pubblico alle arti. In questo edificio ci sono 20 organizzatori, 130 organizzazioni che sono effettivamente sostenute dal Comune, dallo Stato e così via. È fantastico, ma penso che l'intero sistema sia progettato in modo tale che il settore culturale indipendente debba lavorare attraverso un quadro sovrapproduttivo. Se lavori a un festival su scala più ampia, devi avere un certo numero di persone coinvolte: una persona a tempo pieno, almeno cinque serie di concerti, due nuove produzioni, un public program e così via... Ogni organizzazione deve diventare un piccolo centro culturale. E tutto questo è molto impegnativo, ci vuole del fanatismo. Intendo: la voglia di creare, la voglia di fare è una cosa bella, ma le persone rischiano di stancarsi. Per quanto artisti, siamo esseri umani”.
Foto di copertina di Katja Goljat