Parole di partecipazione attiva Una pubblicazione digitale con Fondazione Compagnia di San Paolo
Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFare, Parole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.
La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.
Con questo contributo proseguiamo il percorso attraverso i 12 lemmi che si sono delineati come assi generativi della partecipazione attiva e che ne tracciano la fisionomia essenziale. Leggi l'introduzione al lemma di Bertram Niessen.
Accessibilità è una parola bellissima, magnete. È poetica, muove all’azione. Ma è anche il pilastro per il vero obiettivo, la partecipazione sulla base dell’uguaglianza. La possibilità di ognuno, nella sua unicità, di sentirsi ed essere parte, di esprimere il proprio potenziale, realizzare felicità. Nello spirito dei tempi è polisemica, chiama a raccolta diverse discipline. La riteniamo fisica, sensoriale, cognitiva, culturale, economica, digitale e, nella trasformazione sociale, generazionale. È molto più dell’adozione di una somma di strumenti, è uno stato della mente. Per le organizzazioni culturali è un principio guida, costitutivo delle missioni e delle istituzioni, le permea a tutti i livelli. Ne è un esempio Icom che, dopo un percorso internazionale, nel 2022 ha varato una nuova definizione di museo che incorpora il concetto di accessibilità e di inclusione, in linea con il manifesto IFLA Unesco per le biblioteche come infrastrutture sociali.
Se è vero che molto è già stato realizzato, lo scenario della contemporaneità ci propone un salto di scala. Esploriamolo in tre passi. La Cultura risorsa per il benessere individuale e collettivo. Nel buio della pandemia abbiamo compreso che la Salute è un fenomeno complesso, multidimensionale, multifattoriale, dinamico. La influenzano condizioni socio-economiche e i fattori che la determinano sono fortemente legati ai contesti nei quali le persone sono nate, crescono, lavorano, invecchiano. E le diseguaglianze d’opportunità si riflettono sulle diseguaglianze di salute. Già dai primi mille giorni, che impattano sulla qualità della vita e sulla longevità. Sappiamo, fin dall’inizio della storia dell’uomo, che la partecipazione e l’espressione culturale contribuiscono alla fioritura umana. Sono correlate positivamente al ben-essere, favoriscono l’autodeterminazione, i processi di cura, di gestione delle patologie. Oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità è alleata del mondo della Cultura: acclara e sostiene un corpus crescente di evidenze scientifiche. Ma se la partecipazione migliora la qualità della vita, è fondamentale garantire che questi effetti siano perduranti, a beneficio della società nel modo più ampio e trasversale possibile. Da questa visione nasce il neologismo del welfare culturale e l’inserimento da parte dell’Europa nel Work Plan 23-26 del pilastro Cultura e Salute.
Una catena è tanto forte quanto il suo anello più debole. La faglia delle diseguaglianze si è spalancata nell’ultima decade in modo strutturale. L’ultimo rapporto Caritas ha un titolo molto eloquente: “Tutto da perdere”. Il 9,7% della popolazione italiana è in povertà assoluta, il 30% di questi ha background migratorio e l’Italia è il paese che più di ogni altro porta in eredità la povertà.
Accessibilità è una parola bellissima, magnete. Nello spirito dei tempi è polisemica, chiama a raccolta diverse discipline. La riteniamo fisica, sensoriale, cognitiva, culturale, economica, digitale e, nella trasformazione sociale, generazionale.
Le diseguaglianze di opportunità che partono dalle povertà esperienziali ed educative sono le radici di quelle economiche e sociali. Se la Cultura è una risorsa, bisogna far partecipare soprattutto chi non c’è. Il trend delle indagini Istat sulla partecipazione culturale ci manda dei segnali molto forti. L’ultimo rapporto BES evidenzia due fenomeni. L’anoressia culturale, persone che non partecipano, non leggono un giornale, un libro, non svolgono attività culturali fuori casa. Un terzo della popolazione. La siccità culturale che attraversa la penisola, con delle punte nel centro-sud, ma che riguarda le aree marginali, le periferie urbane, luoghi in cui non piove cultura. Questi elementi sono connessi a un’altra espressione di Censis: il sonnambulismo sociale, che riguarda molti di noi.
La Cultura di per sé non è inclusiva se il sistema complessivo di progetti, programmi, politiche è diseguale, alimenta le diseguaglianze, Serie A, Serie B, Serie C. Prima le famiglie dalla banda larga, abbonamento Netflix, corsi di danza, letture precoci; poi tutti gli altri. Accessibilità è sinonimo di prossimità, significa anche vicinanza ai luoghi della vita. Presidi civili diffusi. Non è sufficiente consegnare biglietti d’ingresso o tessere gratuite per facilitarla. È premiante costruire percorsi collettivi di comunità per accedere insieme alle esperienze che da sporadiche possono trasformarsi in una condizione quotidiana, in piacere per la vita, benessere tangibile. Ed è anche responsabilità dell’azione culturale contribuire a rendere più equa una società fratturata e plurale. Arrivare a tutti, e non solo come eco, riverbero sbiadito. Farlo senza l’atteggiamento da crociati, l’approccio missionario di convertire tutti sulla strada della cultura, la propria. Accessibilità fa rima con attrattività, che è coinvolgimento.
Lo straordinario documento della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità ci ha indicato una strada, un cambio di paradigma che ha spostato l’attenzione da un approccio riparativo alla costruzione di condizioni abilitanti che creano Salute, salutogeniche. E ha puntato l’attenzione sul coinvolgimento, per rendere tutte le persone protagoniste, creativamente e intellettualmente. Da destinatari ad autori dell’esperienza culturale, dell’esperienza sociale. Questa visione non riguarda poche persone con disabilità, riguarda tutta la società, che è sempre più plurale, riguarda ognuno di noi: la disabilità è un fatto sociale, è frutto dell’interazione con i contesti che non comprendiamo, che ci limita. Che fare? La domanda novecentesca. Mai come oggi abbiamo avuto la grande possibilità collettiva, anche spinta dai fenomeni di innovazione digitale, di incidere in termini di cambiamento culturale profondo. Possiamo, e lo stiamo facendo, ridisegnare tutti i sistemi. Le nostre città. È passata l’era dei pionieri. La portata delle sfide sociali lo impone. Pensiamo alla fragilità diffusa, alla salute mentale di tutta la popolazione e in particolare delle nuove generazioni, all’invecchiamento della popolazione.
Come possiamo farlo? Unendo ricerche e competenze. Passando dalla somma dei progetti e delle pratiche a interazioni sistematiche e sistemiche tra settori e policy. L’Agenda 2030 della Cultura ci offre una metafora straordinaria, quella dei crossover culturali, mutuata dalla biologia: il valore delle differenze che si incontrano, con alleanze strutturali fuori da ogni retorica e autoreferenzialità, fuori dal social washing. Per costruire ecosistemi in grado di aiutarci a leggere le fragilità e il disagio come occasione di crescita, per costruire insieme una società aperta. È una lettera d’amore per il futuro, un futuro desiderabile.
Foto di Darwin Vegher su Unsplash