L’odore della carta e la polvere delle sedute dei teatri hanno un tratto in comune: conservano il calore di ciò che non è ancora diventato merce.
Inizio questo articolo con un’immagine che ci riporta alla Parigi del 1954, più precisamente in un caffè fumoso di Saint-Germain-des-Prés, dove Guy Debord e i suoi sodali dell’Internazionale Lettrista tracciavano mappe psicogeografiche della città.¹ Non cercavano i monumenti, ma i vicoli “inutili”, quelli che la pianificazione urbana voleva eliminare perché privi di una qualsivoglia funzione commerciale.
Quasi contemporaneamente, negli scaffali della sua biblioteca ad Amburgo, Aby Warburg teorizzava la “legge del buon vicino"²: l’idea cioè che l'informazione decisiva per la nostra ricerca non sia nel libro che stiamo cercando, ma in quello che gli sta accanto.
È in questo scarto, in questa deviazione imprevista dalla norma, che risiede la vitalità della cultura.
Questi frammenti ci dicono una cosa fondamentale: la vita accade dove il sistema non ha ancora messo ordine, ed è proprio qui che incontriamo il pensiero di Bernard Stiegler.³
Il disordine del mondo: l’Entropia
Per comprendere davvero il pensiero di Bernard Stiegler — e, più in generale, il profondo disagio che attraversa la nostra epoca — è necessario compiere un passo indietro e chiarire un concetto che, pur provenendo dalla fisica, ha ormai invaso il lessico delle scienze umane: l’entropia.
In origine, essa non è altro che una misura tecnica, apparentemente neutra, della tendenza dei sistemi chiusi a perdere energia disponibile, a scivolare lentamente verso uno stato di equilibrio indistinto, dove nulla accade più perché nulla può più differenziarsi. È la legge silenziosa che governa il raffreddarsi dei corpi, il decadimento delle strutture, la dissoluzione delle forme.
Stiegler compie però un’operazione decisiva: sottrae l’entropia al suo recinto scientifico⁴ e la utilizza come lente interpretativa del nostro tempo. Non per abuso metaforico, ma per necessità teorica. Se le società sono sistemi complessi, anch’esse possono consumare la propria energia vitale, anch’esse possono smarrire le differenze che le tengono in vita. L’entropia, in questo senso, non riguarda più soltanto la materia, ma investe la cultura, il linguaggio, l’immaginazione, persino il desiderio.
È qui che la diagnosi del filosofo francese si fa inquietante. L’epoca contemporanea — segnata dalla digitalizzazione integrale dell’esperienza, dalla standardizzazione dei comportamenti e dalla delega sistematica delle scelte agli algoritmi — appare come un gigantesco acceleratore entropico⁵. Non perché produca caos, ma perché produce l’esatto opposto: un ordine eccessivo, ripetitivo, prevedibile. Quando le stesse canzoni, le stesse serie TV, le stesse immagini, le stesse opinioni si ripresentano ovunque, quando la sorpresa diventa un’anomalia e l’errore un difetto da correggere, il mondo invece di frammentarsi si appiattisce.
Se le società sono sistemi complessi, anch’esse possono consumare la propria energia vitale, smarrire le differenze che le tengono in vita. L’entropia, in questo senso, investe la cultura, il linguaggio, l’immaginazione, persino il desiderio
Stiegler chiama questa condizione Entropocene, per distinguerla dall’Antropocene. Non è soltanto l’ambiente naturale a essere compromesso, ma l’ecosistema mentale e simbolico dell’umanità. L’entropia del presente non si manifesta come distruzione spettacolare, bensì come lenta anestesia del pensiero, come perdita di singolarità. È un mondo che funziona sempre meglio, ma significa sempre meno, ed è precisamente contro questa forma sottile di impoverimento — invisibile, ma pervasivo — che si rende necessaria una teoria e una pratica della resistenza.
La resistenza: la Neghentropia
Se l’entropia descrive il lento e apparentemente inevitabile appiattimento del mondo, la risposta che Stiegler individua non assume la forma della rivolta, né quella della nostalgia. È invece qualcosa di più discreto e, proprio per questo, ben più radicale: una pratica quotidiana che lui chiama Neghentropia.⁶
Il termine, mutuato anch’esso dalla fisica e dalla biologia, indica la capacità propria di ogni sistema vivente di opporsi al decadimento strutturale attraverso la produzione di differenza e complessità. In questo contesto, la neghentropia non deve essere confusa con un ordine statico o disciplinare, che sarebbe esso stesso una forma di appiattimento; al contrario, essa è la forza che genera laddove tutto si fa inerzia e uniformità.
Mentre l'entropia trascina il mondo verso un equilibrio indistinto in cui “nulla accade più”, la neghentropia agisce come una “biforcazione”, un atto di resistenza che crea nuove singolarità e impedisce al sistema di scivolare verso la morte termica o, nel caso delle società umane, verso la standardizzazione algoritmica. Un’attitudine che si muove in direzione contraria a ciò che Hito Steyerl nel suo ultimo Medium Hot definisce la “stasi della cultura".⁷ Trasposto sul piano umano, esso smette di essere una nozione teorica per diventare un modo di stare al mondo, un’etica dell’attenzione e della cura.
Neghentropico è tutto ciò che interrompe l’automatismo, che spezza la catena delle decisioni delegate, che restituisce tempo al pensiero e spessore all’esperienza. Per Stiegler, infatti, la minaccia più profonda del nostro tempo non è soltanto ecologica o economica, ma cognitiva: è la perdita dei saperi, della memoria, della capacità di fare esperienza diretta delle cose. È ciò che lui definisce “proletarizzazione"⁸, ovvero la rinuncia progressiva alle competenze in favore di apparati tecnici sempre più opachi, che funzionano al nostro posto ma, così facendo, pensano anche al nostro posto.
La neghentropia si presenta allora come un gesto di riappropriazione. Resistere non significa rifiutare la tecnica, ma reinscriverla in una relazione viva, concreta, direi imperfetta. Significa tornare a usare gli strumenti invece di limitarsi a consumarne gli effetti; accettare l’errore, la lentezza, la deviazione come parti costitutive del processo. È qui che la teoria di Stiegler smette di essere un’astrazione filosofica e incontra una costellazione di pratiche reali, spesso marginali, spesso invisibili, che da decenni abitano i sottosuoli della cultura.
In questi territori nascosti — che chiamiamo, non a caso, underground⁹ — la neghentropia assume una forma tangibile. L’autoproduzione, il riuso, l’imparare facendo, il riparare invece di sostituire non sono soltanto scelte estetiche o economiche, ma atti cognitivi e politici insieme. Il Do It Yourself non è l’elogio dell’isolamento individuale¹⁰, bensì la difesa di un sapere incarnato, condiviso e trasmissibile. È il rifiuto dell’utente passivo a favore di una soggettività che sperimenta, sbaglia, devia. In questo senso, l’underground non rappresenta una fuga dal sistema, ma la sua riserva neghentropica: il luogo in cui la complessità continua a rigenerarsi, sottraendosi — almeno temporaneamente — alla logica dell’omologazione.
L'Underground, il DIY e l'elogio dell'errore
Se esiste un luogo — non geografico, ma culturale — in cui la neghentropia descritta da Stiegler ha trovato storicamente rifugio e continuità, questo è proprio l’underground. Non come moda, non come stile riconoscibile, ma come atteggiamento persistente: una postura mentale che attraversa il Novecento e arriva fino a noi sotto forme sempre diverse, accomunate da un rifiuto profondo dell’efficienza come valore supremo. L’underground nasce ogni volta che una cultura decide di sottrarsi alla chiarezza ritenuta necessaria, alla leggibilità immediata, alla semplificazione che rende tutto immediatamente consumabile.
Già nelle avanguardie storiche del primo Novecento — dal Dadaismo al Situazionismo¹¹ — l’errore, il caso, l’inutile, diventano strumenti di sabotaggio contro un’idea di razionalità totalizzante. Tristan Tzara che propone di comporre poesie estraendo parole a caso¹² da un sacchetto non sta semplicemente giocando con la lingua, sta smontando l’idea che il senso debba essere prodotto secondo una catena lineare, controllabile, procedurale. È un gesto neghentropico ante litteram, una difesa della complessità contro l’ordine imposto.
Questa linea sotterranea prosegue nel Secondo Dopoguerra, quando le culture underground si organizzano non più soltanto come movimenti artistici, ma come ecosistemi di pratiche. La Beat Generation, il Fluxus, le prime comunità psichedeliche, i circuiti della Mail Art, del punk e post-punk¹³ fino all’etica hacker e alla Glitch Art, condividono una stessa intuizione: la creatività non nasce dalla perfezione tecnica, ma dall’uso errato degli strumenti. Non a caso il termine stesso errore non rimanda ad aspetti qualitativi, ma deriva dal latino error, sostantivo formato dal verbo errare, che significa “vagare, deviare, smarrirsi”. Ecco che torna quel lasciarsi andare alla deriva promosso dai Situazionisti.
Non è soltanto l’ambiente naturale a essere compromesso, ma l’ecosistema mentale e simbolico dell’umanità. L’entropia del presente non si manifesta come distruzione spettacolare, bensì come lenta anestesia del pensiero, come perdita di singolarità
Stampare e suonare in bassa qualità, fotocopiare fino a distruggere l’immagine originale — tutto ciò non è più dovuto ad una mancanza di mezzi, ma ad una chiara dichiarazione di indipendenza.
È qui che il do it yourself assume il suo significato più profondo. Non è l’ideologia dell’autosufficienza, né una forma di artigianato romantico, ma una pratica di resistenza cognitiva. Fare da sé significa mantenere un rapporto diretto con la tecnica, non delegare completamente il sapere agli apparati industriali e, oggi sempre più, digitali. Chi costruisce, ripara, modifica, riusa, mantiene aperto il circuito tra mano, mente e macchina. Questa riappropriazione del fare si scontra con la natura stessa dei mass media contemporanei, che tendono a configurarsi come apparati di condizionamento totale. Come ho evidenziato nel mio Estetica e potere nei media digitali¹⁴ , il medium non è mai un contenitore neutro, ma un dispositivo che riorganizza il nostro sistema sensorio e le nostre facoltà cognitive. Se la tecnica mediale viene subita passivamente, essa accelera quel processo di “sincronizzazione” delle coscienze che Stiegler associa all’entropia. Se invece viene indagata nei suoi meccanismi — smontata e rimontata secondo una prospettiva teorica e metodologica critica — essa può tornare a essere un supporto della memoria collettiva. In questo senso, lo studio del metodo diventa un’arma neghentropica: permette cioè di passare dal ruolo di spettatore a quello di osservatore attivo, capace di scorgere la struttura dietro l’immagine. In termini stiegleriani, interrompe la proletarizzazione dei saperi.
L’estetica underground – oltre che della causalità – ha sempre fatto dell’errore il proprio linguaggio¹⁵ . L’errore tipografico dei manifesti punk, il rumore nei dischi lo-fi, la sovraesposizione nelle fotografie, il montaggio grezzo nei film sperimentali, fino alla Glitch Art contemporanea¹⁶ il malfunzionamento diventa segno visibile di una frizione, prova che il sistema non è chiuso, che qualcosa sfugge al controllo. Dove l’entropia tende alla levigatura e all’omogeneità, l’underground risponde con l’attrito.
Nel mondo digitale, questa eredità si rinnova ancora una volta e lo fa anche – ma non solo – attraverso quella pratica che Valentina Tanni ha definito nel suo Antimacchine come misuse: l’uso improprio delle tecnologie¹⁷. Utilizzare software per fini non previsti, piegare le piattaforme a logiche divergenti, forzare i limiti dei dispositivi significa trasformare la macchina in un’antimacchina. Non più strumento di ottimizzazione, ma spazio di sperimentazione. Ancora una volta, non si tratta di rifiutare la tecnica, bensì di sottrarla alla sua vocazione entropica, restituendole complessità.
L’underground nasce ogni volta che una cultura decide di sottrarsi alla chiarezza ritenuta necessaria, alla leggibilità immediata, alla semplificazione che rende tutto immediatamente consumabile
L’underground, in questa prospettiva, non è una nicchia nostalgica, né tanto meno un mero residuo romantico del passato analogico. È una funzione vitale del sistema culturale che fa dell’errore, della casualità e dell’uso improprio la sua riserva di neghentropia. È il luogo in cui il sapere non viene semplificato per essere venduto, ma complicato per poter essere tramandato.
In un’epoca che tende a eliminare ogni forma di attrito in nome dell’efficienza, l’underground continua ostinatamente a ricordarci che è proprio nella dissipazione delle energie creative che il pensiero resta vivo.
Scenari futuri: verso il Negantropocene
Se il presente è un territorio segnato da una crescente tendenza all’uniformità, il futuro non si presenta come un destino già scritto, ma come un campo di forze instabili. Stiegler insisteva su questo punto: l’Entropocene non è una condanna irreversibile, bensì una soglia da cui possono aprirsi scenari differenti, ciascuno dei quali dipende dal modo in cui la tecnica verrà abitata, governata o subita.
Un primo scenario, il più immediato e forse il più probabile, è quello di una entropia avanzata. In questa traiettoria, l’automazione cognitiva si acuisce, l’intelligenza artificiale non si limita a suggerire, ma struttura interamente l’orizzonte del possibile. I processi creativi vengono ottimizzati, resi più rapidi, più efficienti, ma anche più prevedibili. La cultura tende a trasformarsi in un flusso continuo di variazioni minime su forme già note, perfettamente adattate alla circolazione sulle piattaforme. In questo contesto, l’underground rischia di sopravvivere soltanto come stile, come estetica simulata, immediatamente assorbita e neutralizzata dal mercato. La marginalità diventa un effetto speciale, non più una posizione critica.
Un secondo scenario, meno visibile ma già in atto, è quello di una biforcazione sotterranea. Qui la cultura underground non scompare, ma si ritrae, si fa opaca, selettiva. Rinascono circuiti lenti, comunità ristrette, pratiche che privilegiano la trasmissione diretta dei saperi rispetto alla visibilità. Analogico e digitale si intrecciano in modo inatteso: ritornano la stampa “povera”, la registrazione imperfetta, la distribuzione non scalabile, ma convivono con reti criptate, archivi condivisi, piattaforme autonome. In questo scenario, l’underground diventa una forma di ecologia culturale: non compete con il sistema dominante, ma ne bilancia gli effetti, producendo complessità dove tutto tende alla semplificazione.
Vi è poi un terzo scenario, più ambizioso e certamente più fragile, che potremmo definire negantropico in senso forte. In questa ipotesi, alcune pratiche nate nei sottosuoli culturali riescono a risalire in superficie senza perdere la loro carica critica. La tecnica viene ripensata in termini di cura, educazione, sorpresa. L’intelligenza artificiale, anziché sostituire il pensiero umano, viene progettata per rallentarlo, stimolarlo, renderlo meno prevedibile. L’underground, in questo senso, si rivela come un laboratorio di forme di vita post-entropiche, i cui frutti finiscono per fecondare le stesse istituzioni che inizialmente li ignoravano. Pensiamo a come le comunità del software libero, nate in sottoscala bui e alimentate dall'etica hacker del dono, abbiano scardinato il monopolio del profitto imponendo modelli di collaborazione aperta oggi essenziali per la ricerca scientifica. O si guardi alla già citata Glitch Art in cui quello che era nato come errore di un sistema è diventato oggi un nuovo canone estetico utilizzato dal design per rompere la monotonia dei prodotti industriali. Persino nell'urbanistica, il recupero dei vuoti urbani operato da movimenti spontanei ha insegnato alle amministrazioni che il valore di una piazza non risiede nel decoro formale, ma nella sua capacità di generare incontri imprevisti. Sono questi i semi del Negantropocene: pratiche nate ai margini che, entrando nel corpo delle istituzioni educative e politiche, suggerendo un modo nuovo di abitare il mondo.
Qui la cultura underground non scompare, ma si ritrae, si fa opaca, selettiva. Rinascono circuiti lenti, comunità ristrette, pratiche che privilegiano la trasmissione diretta dei saperi rispetto alla visibilità
Naturalmente, nessuno di questi scenari si realizzerà in forma pura. È più realistico immaginare una coesistenza conflittuale, fatta di avanzamenti e regressioni, di catture e fughe, ma ciò che resta decisivo – e qui il pensiero di Stiegler conserva tutta la sua urgenza – è la posta in gioco: la capacità dell’umanità di continuare a produrre differenza, desiderio e curiosità.
Se il Negantropocene¹⁸ sarà qualcosa di più di un concetto teorico, dipenderà dalla nostra capacità di difendere e moltiplicare quegli spazi in cui l’errore non viene corretto immediatamente, in cui il sapere non è ridotto a informazione, in cui la tecnica non è una scorciatoia ma una relazione. È in questi interstizi, spesso invisibili e poco spettacolari, che potrebbe maturare una nuova alleanza tra umanità e macchina. Non una riconciliazione pacifica, ma una convivenza critica, imperfetta, vitale.
In fondo, come spesso accade nella storia della cultura, il futuro non nasce nei centri di comando, ma ai margini, ed è proprio lì, nei luoghi in cui il sistema perde efficienza e il pensiero ritrova attrito, che il mondo potrebbe ancora imparare a non spegnersi del tutto.
Note
¹ Guy Debord, «Introduzione a una critica della geografia urbana» in Internazionale situazionista, n. 1, 1958. In Guy Debord, Scritti 1957–1961, trad. it., Milano, Baldini+Castoldi, 1996.
² Aby Warburg, La rinascita del paganesimo antico, trad. it. di Emma Cantimori, Firenze, La Nuova Italia, 1966; si veda anche: Aby Warburg, Mnemosyne. L’Atlante della memoria, Torino, Aragno, 2012.
³ Bernard Stiegler, La tecnica e il tempo. Il peccato di Epimeteo, vol. I, Milano, Cortina, 2002.
⁴ Bernard Stiegler, La società automatica. 1. L’avvenire del lavoro, Milano, Meltemi, 2019.
⁵ Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Milano, Nottetempo, 2012.
⁶ Bernard Stiegler, La tecnica e il tempo. La disorientazione, vol. II, trad. it., Milano, Cortina, 2004.
⁷ Hito Steyerl, Medium Hot, Roma, Timeo, 2025.
⁸ Bernard Stiegler, Prendersi cura. Della gioventù e delle generazioni, Verona, Ombre Corte, 2010.
⁹ Dick Hebdige, Sottocultura. Il significato dello stile, Milano, Costa & Nolan, 1979.
¹⁰ Colin Ward, Anarchia come organizzazione, Milano, Elèuthera, 1982.
¹¹ Peter Bürger, Teoria dell’avanguardia, Torino, Bollati Boringhieri, 1990.
¹² Tristan Tzara, Sette manifesti Dada, Milano, Abscondita, 2014.
¹³ Greil Marcus, Tracce di rossetto. Una storia segreta del Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, 1997.
¹⁴ Francesco Ciaponi, Estetica e potere nei media digitali, Pisa, EdF, 2025.
¹⁵ Umberto Eco, Opera aperta, Milano, Bompiani, 1962.
¹⁶ Rosa Menkman, The Glitch Moment(um), Amsterdam, Institute of Network Cultures, 2011.
¹⁷ Valentina Tanni, Antimacchine. Estetica e tecnologia nell’era del digitale, Roma, Nero Editions, 2018.
¹⁸ Bernard Stiegler, La società automatica. 2. L’intelligenza artificiale e il futuro dell’umano, Milano, Meltemi, 2020.