Mercoledì 19 novembre 2025
Fondamenti di storia dell’esporre sostenibile
 
Leggere il passato per progettare il futuro
Ogni mostra è un racconto che si costruisce per dissolversi. Dietro la meraviglia degli spazi espositivi, la cultura che si offre come esperienza rigenerante produce spesso sprechi, scarti, residui invisibili. Non Si Butta Via Niente è una rubrica che indaga le contraddizioni delle esposizioni — tra effimero e permanenza, innovazione e consumo — e propone una riflessione sulla necessità di una transizione ecologica del settore.




Conoscere prima di fare

Ogni progetto nasce da un gesto che precede il fare: conoscere. Nel campo dell’allestimento, questa fase di conoscenza non è solo preparatoria, ma costitutiva. Significa interrogare la storia per capire come il mostrare — gesto apparentemente semplice — sia in realtà un sistema di relazioni, tecniche e culture che si stratificano nel tempo.

È in questa prospettiva che nasce l’idea di una controstoria dell’esporre: non un racconto alternativo, ma un modo diverso di leggere ciò che già esiste, capace di rovesciare la direzione dello sguardo. Come scriveva Bruno Zevi¹, comprendere il progetto significa leggerlo “a ritroso”, cercando nelle opere del passato le invarianti — quei principi ricorrenti che attraversano le epoche e che, se reinterpretati, possono guidare la progettazione contemporanea.

Applicata al design dell’esporre, questa visione diventa un metodo: leggere il passato per progettare il futuro, non per imitazione ma per sottrazione, per evidenziare ciò che nella storia è rimasto invisibile. In questo senso, la controstoria dell’esporre non serve a costruire un canone alternativo, ma a riconoscere nei gesti del mostrare — nei materiali, nelle relazioni, nei dispositivi — le possibilità di un progetto più consapevole e sostenibile.

Comprendere il progetto significa leggerlo “a ritroso”, cercando nelle opere del passato le invarianti — quei principi ricorrenti che attraversano le epoche e che, se reinterpretati, possono guidare la progettazione contemporanea

In un tempo in cui l’allestimento è spesso ridotto a scenografia temporanea, la controstoria diventa un atto politico: rifiuta la retorica del nuovo per restituire valore alla memoria progettuale. Conoscere prima di fare significa dunque mettere in discussione l’idea stessa di progresso lineare, e riscoprire nella storia dell’esporre una riserva di strumenti, linguaggi e intuizioni ancora capaci di parlare al presente.

Controstorie dell’esporre: leggere il passato per costruire il futuro

Dentro questo orizzonte nasce la ricerca del Cluster NSBVN, che affronta l’esporre come pratica di conoscenza prima ancora che di produzione. Il progetto si attua nel particolare contesto di Venezia, un luogo che da sempre obbliga a misurarsi con il concetto di tempo. Proprio in questa ottica, possiamo definirla “la più antica città del futuro”, in cui la cultura del riuso, dell’adattamento e della reversibilità non è un concetto contemporaneo, ma una pratica quotidiana che ha garantito la sua sopravvivenza nei secoli. Qui la sostenibilità non è un concetto recente, ma una consuetudine: ogni intervento — costruire, restaurare, esporre — avviene dentro un sistema fragile, dove la permanenza si intreccia con la provvisorietà. È in questo equilibrio che l’Università Iuav di Venezia, promotore del Cluster, ha trovato il terreno ideale per riflettere sul mostrare come gesto culturale e non solo tecnico: in una città che, più di ogni altra, insegna che ogni progetto è un atto di manutenzione del mondo.

Da qui il passaggio naturale all’analisi storica: la stessa etica della durata orienta una lettura contro-storica delle mostre. L’indagine dei ricercatori del Cluster — su oltre cento casi tra modernità e contemporaneo — non è una rassegna di virtuosismi, ma un modo per mettere a fuoco ciò che ancora serve oggi. Analizzare il Novecento significa scoprire che la sostenibilità, anche prima di essere nominata, affiora nella leggerezza dei materiali, nella modularità dei sistemi, nella capacità di adattarsi ai contesti. Guardare alla storia dell’esporre con gli occhi del presente vuol dire capovolgere la prospettiva: non cercare i capolavori, ma le crepe, quei momenti in cui il progetto rivela intuizioni che oggi riconosciamo come segnali di sostenibilità.

Un caso emblematico è la mostra Architettura: misura dell’uomo, curata da Ernesto Nathan Rogers alla IX Triennale di Milano nel 1951. In un’epoca ancora dominata dall’estetica della macchina, Rogers propone un’idea opposta: l’architettura come estensione dell’uomo, misura fisica e spirituale delle sue esigenze. La sala espositiva, alta quasi sette metri, è costruita come uno spazio immersivo dove le opere, disposte a varie altezze, circondano il visitatore e ne modificano continuamente il punto di vista. Il pavimento di ciottoli, che simula un suolo naturale, trasforma il visitatore in parte attiva dell’allestimento: non più osservatore esterno, ma corpo dentro l’architettura.

In questo dispositivo, il messaggio teorico di Rogers — uomo, architettura, uomo — diventa esperienza. L’allestimento semplice ed essenziale, quasi invisibile, non rappresenta un concetto, lo fa vivere. È un gesto che anticipa molti temi del design contemporaneo: l’attenzione alla percezione, la partecipazione del pubblico, la costruzione di ambienti che generano significato più che forma.

Analizzare il Novecento significa scoprire che la sostenibilità, anche prima di essere nominata, affiora nella leggerezza dei materiali, nella modularità dei sistemi, nella capacità di adattarsi ai contesti

Un’altra lezione arriva da Achille e Pier Giacomo Castiglioni, maestri nel concepire l’allestimento come dispositivo intelligente più che come costruzione effimera. Nel Padiglione RAI del 1956, i fratelli Castiglioni elaborano un sistema di pannelli sagomati, modulari e riconfigurabili, basato su un semplice giunto che consente infinite combinazioni. È un progetto che potremmo definire di eco-design ante litteram: meno materia, più intelligenza.

Lo stesso approccio, però, si ribalta nel caso de La Chimica Domani e Oggi (1967), dove la densità scenografica e la complessità strutturale mostrano il lato oscuro del “malcostume progettuale”: un capolavoro visivo che, se giudicato con i parametri della sostenibilità, diventa fragile, destinato a un solo ciclo di vita.

Queste letture “al contrario” rivelano come la controstoria dell’esporre non sia un esercizio storiografico, ma un vero strumento di progetto. Analizzare il passato con il filtro della sostenibilità permette di riscrivere le gerarchie di valore: non più l’estetica come misura, ma la capacità di durare, adattarsi, rigenerarsi. È in questa rilettura critica che la disciplina dell’exhibit design trova una nuova linfa: conoscere prima di fare, per progettare meglio.


Castiglioni RAI 1956
Castiglioni RAI 1956
Nathan Rogers Arch-uomo

Castiglioni RAI 1956 — Castiglioni RAI 1956 — Nathan Rogers Arch-uomo

Formazione e conoscenza condivisa

 Perché la controstoria dell’esporre non resti un esercizio di analisi, serve che diventi strumento condiviso. È in questa direzione che si muove la piattaforma nonsibuttavianiente.it, sviluppata nell’ambito del progetto Exhibit 2.0: La svolta ecologica, finanziato dal bando TOCC – Capacity Building per la Transizione Ecologica. Il suo obiettivo è semplice ma ambizioso: tradurre la ricerca in conoscenza pubblica, rendendo accessibili strumenti, riflessioni e metodologie che possano guidare una transizione reale nel modo di progettare mostre e allestimenti.

Sulla piattaforma, la formazione non è intesa come trasmissione verticale di saperi, ma come ecosistema aperto in cui la ricerca accademica si intreccia con l’esperienza di professionisti, tecnici e istituzioni culturali. Le lezioni universitarie si trasformano in formati accessibili — video, articoli, schede, materiali di approfondimento — pensati per chi lavora nella filiera dell’exhibit e vuole acquisire un linguaggio comune sulla sostenibilità. Si presenta come una sorta di biblioteca digitale, un luogo in cui i contenuti si aggiornano e si contaminano, diventando un vero e proprio laboratorio collettivo.

La sezione della piattaforma che principalmente narra della controstoria è rinominata Imparare dai Maestri², e si compone di una serie di casi di studio che ricostruiscono la genealogia del design espositivo italiano e internazionale. Ogni contributo è dedicato a una mostra diversa — da Rogers ai Castiglioni, fino a progettisti contemporanei — e ne analizza il dispositivo espositivo, la costruzione dello spazio, le scelte materiali, ma anche le contraddizioni.

Il suo obiettivo è semplice ma ambizioso: tradurre la ricerca in conoscenza pubblica, rendendo accessibili strumenti, riflessioni e metodologie che possano guidare una transizione reale nel modo di progettare mostre e allestimenti

In continuità con questo approccio, un contenuto significativo si riscontra nel corso Fondamenti di storia dell’esporre sostenibile³, che rappresenta il punto di contatto più diretto tra ricerca contro-storica e formazione. Il corso affronta la storia dell’allestimento come un campo d’indagine operativo, dove leggere equivale a progettare. Le lezioni costruiscono una mappatura storica dell’exhibit design attraverso i suoi snodi fondamentali: dai codici dell’esporre e dal Codice Ambiente, che permettono di analizzare l’interazione tra spazio, oggetto e sistema espositivo, ai casi storici che hanno definito le regole e le eccezioni della disciplina.

 Si attraversano i lavori dei fratelli Castiglioni, le pratiche dell’esporre contemporaneo, le forme ibride del contract e dello showroom, fino al teatro degli eventi e allo stage design. Ogni modulo è un esercizio di lettura critica: capire come il progetto espositivo abbia saputo, di volta in volta, riflettere le condizioni sociali, economiche e tecnologiche del proprio tempo.

Ciò che accomuna i contenuti della piattaforma è la visione della sostenibilità come linguaggio e non come tema. Si tratta, infatti, di riformularne le basi della conoscenza progettuale: imparare a misurare il valore di un allestimento non solo in termini estetici o funzionali, ma in base alla sua capacità di durare, adattarsi, generare relazioni e conoscenza.

In questo modo, la formazione si trasforma in infrastruttura culturale: un ponte tra università e società, tra chi studia e chi lavora, tra chi pensa e chi costruisce. NSBVN diventa un sistema aperto, dove la conoscenza non si limita a circolare, ma si riutilizza — come i materiali, come gli allestimenti, come le idee. Una piattaforma in cui il “non si butta via niente” non è solo un nome, ma un principio di lavoro.



Note


¹ Cfr. Bruno Zevi, Architettura: concetti di una controstoria, Newton & Compton, Roma 1994; e Il linguaggio moderno dell’architettura. Guida al codice anticlassico, Einaudi, Torino 1997. In questi testi Zevi propone una lettura “eretica” della storia dell’architettura, capace di procedere a ritroso per individuare le invarianti del progetto e trasformare la conoscenza storica in strumento operativo.

² Oltre cento casi analizzati a partire da mostre storiche e contemporanee https://formazione.nonsibuttavianiente.it/imparare-maestri/

³ Lezioni estratte dai corsi universitari tenuti dai professori Davide Crippa e Alberto Bassi presso l’Università Iuav di Venezia https://formazione.nonsibuttavianiente.it/courses/fondamenti-di-storia-dell-esporre-sostenibile/

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