Pubblichiamo un estratto di NEET. I 7 volti di una generazione in attesa, di Federico Capeci, Valentina Meli e Endri Basha, edito da FrancoAngeli. Il testo offre un contributo originale per fotografare il fenomeno dei NEET, individuare le chiavi interpretative per comprenderlo e suggerire azioni possibili. Ringraziamo l'editore per la gentile concessione.
Le giovani generazioni non vivono più la linearità che in passato caratterizzava il passaggio dalla scuola al lavoro e all’età adulta. Questo cambiamento riflette un mondo in trasformazione, dove le certezze si sono frammentate e il percorso di vita appare più fluido, ma anche più incerto. I NEET sono l’espressione più evidente di questa discontinuità: giovani che non studiano, non lavorano e non si formano, ma che soprattutto sembrano bloccati in un limbo: sospesi tra il desiderio di progettare il futuro e l’impossibilità di realizzarlo. Il fenomeno dei NEET è complesso e non può essere compreso appieno con una lettura esclusivamente statistica o focalizzata su singoli fattori. Le analisi quantitative e le ricerche sul tema hanno offerto contributi essenziali, ma per cogliere la portata di questa condizione è necessario andare oltre i numeri e i tradizionali strumenti di indagine. Serve uno sguardo che abbracci la dimensione sociale, culturale e psicologica di questi giovani, mettendo in luce i significati che attribuiscono alla loro condizione e il modo in cui si relazionano al mondo che li circonda.
Si può sostenere che i NEET incarnino una deriva generazionale perché rappresentano una crisi non solo individuale, ma anche collettiva: sono il risultato di un sistema che fatica a garantire opportunità, equità e senso di appartenenza. Le loro storie, troppo spesso oscurate dalle percentuali, parlano di una generazione che si confronta con disuguaglianze, precarietà e un profondo senso di disorientamento.
Serve uno sguardo che abbracci la dimensione sociale, culturale e psicologica di questi giovani, mettendo in luce i significati che attribuiscono alla loro condizione e il modo in cui si relazionano al mondo che li circonda
Comprendere i NEET significa dunque comprendere la vulnerabilità di una generazione e il rischio di lasciare indietro il loro potenziale. Per affrontare questa sfida, è fondamentale adottare un approccio che tenga conto della complessità delle loro esperienze, valorizzando le loro prospettive e riconoscendo che, dietro ogni dato, ci sono vite e percorsi unici. Solo così sarà possibile immaginare risposte che non si limitino a colmare le lacune del presente, ma che costruiscano un futuro in cui ogni giovane possa sentirsi parte integrante della società.
Le 5 tensioni scatenanti: MADEI (Marginalizzazione, Ansia, Disillusione, Entitlement, Idea di lavoro)
Da quando è stato coniato il termine “NEET”, il fenomeno ha attirato l’attenzione di studiosi, politici e istituzioni, dando vita a un’ampia gamma di ricerche e analisi. Eppure, nonostante l’abbondanza di studi, il fenomeno continua a sfuggire a una comprensione piena e definitiva. Questo accade perché i NEET non rappresentano un gruppo omogeneo, né statico nel tempo. Cambiano i contesti storici, economici e sociali, così come cambiano i valori e le aspettative delle generazioni che ne sono coinvolte. La nostra esperienza, insieme alla conoscenza accumulata nel corso degli anni, ci ha insegnato a mettere al centro la voce di questi giovani, ascoltandoli come protagonisti di un fenomeno complesso e in continua evoluzione. Le nuove generazioni, in particolare i Millennials e la Generazione Z, vivono il lavoro, l’istruzione e il loro ruolo nella società in modo profondamente diverso rispetto alle generazioni precedenti. Per questo, è essenziale studiare il fenomeno NEET con una prospettiva generazionale: i giovani che oggi si trovano in questa condizione non sono gli stessi di 20 o 30 anni fa, né lo saranno quelli di domani.
Un approccio generazionale ci permette di comprendere meglio chi sono i NEET oggi, aiutandoci anche a identificare quei giovani che, pur non rientrando attualmente in questa categoria, potrebbero diventarne parte in futuro. Le scelte formative e lavorative sono spesso il risultato di tensioni psicologiche e sociali che si intrecciano con il contesto economico e familiare. I valori che guidano la Generazione Z – come la ricerca di autenticità, equilibrio e significato nel lavoro – e le difficoltà incontrate nel trovare percorsi formativi e professionali coerenti con le proprie aspirazioni, diventano elementi centrali per capire le dinamiche che portano alla condizione di NEET. Proprio per analizzare questa complessità, ci affidiamo al modello interpretativo MADEI, che sintetizza le tensioni psicologiche, sociali e culturali sottostanti al fenomeno NEET. L’acronimo rappresenta cinque dimensioni critiche che contribuiscono a definire il vissuto e i blocchi motivazionali di questi giovani, evidenziando le dinamiche profonde che li allontanano dal mondo del lavoro e della formazione. Questi elementi non agiscono mai in isolamento, ma si intrecciano, creando un panorama frammentato e sfidante.
Cambiano i contesti storici, economici e sociali, così come cambiano i valori e le aspettative delle generazioni che ne sono coinvolte
Il modello MADEI non si limita a descrivere le cause del fenomeno: diventa una lente per interpretarne la complessità e, al contempo, una base per individuare percorsi di intervento mirati. L’obiettivo è quello di ricostruire il rapporto dei giovani con il lavoro e il futuro, integrando bisogni individuali e necessità sociali. Comprendere i NEET non significa soltanto analizzare dati o tracciare linee statistiche, ma anche cogliere il significato di queste esperienze attraverso le storie personali, le percezioni e le aspettative di chi vive questa condizione. Intervenire su questo fenomeno significa agire a più livelli. La famiglia rappresenta spesso il primo terreno su cui si formano le aspettative e i modelli di riferimento dei giovani; l’istruzione, con le sue rigidità e i suoi limiti, può essere tanto una leva quanto un ostacolo; il mondo del lavoro, ancora troppo spesso percepito come distante e inaccessibile, deve trovare modi più efficaci per attrarre e valorizzare i giovani. Infine, le istituzioni devono assumere un ruolo guida, accompagnando i giovani in tutte le fasi del loro percorso – dall’orientamento formativo all’ingresso nel mercato del lavoro, fino al supporto in situazioni di crisi o incertezza.
Il fenomeno NEET rappresenta, dunque, una sfida generazionale che richiede strumenti nuovi per essere compresa e affrontata. Il modello MADEI è la chiave per esplorare questi percorsi con uno sguardo che non si ferma alla superficie, ma mira a costruire ponti tra il presente e un futuro più inclusivo per le nuove generazioni.
Marginalizzazione
La marginalizzazione rappresenta una ferita silenziosa che si insinua nelle vite di molti giovani, manifestandosi sotto forma di esclusione sociale, economica e culturale. L’assenza di sistemi di supporto inclusivi, come programmi educativi accessibili o percorsi di integrazione efficaci, amplifica le disuguaglianze, relegando i giovani a una posizione periferica nella società. Questo stato di isolamento si traduce spesso in un profondo senso di disorientamento e anomia, concetti che Durkheim (1897) aveva già individuato come espressione di un sistema incapace di offrire punti di riferimento chiari.
Le disparità territoriali e sociali, particolarmente evidenti nelle aree meno sviluppate del Paese, contribuiscono ulteriormente a questa esclusione. Come sottolineano Eurofound (2012, 2016) e Decataldo (2015), la carenza di infrastrutture adeguate e la distribuzione ineguale delle risorse ostacolano l’accesso dei giovani a opportunità formative e lavorative. In questo contesto, le reti sociali e il capitale culturale, elementi essenziali per l’emancipazione, risultano spesso inaccessibili. Rosina e Impicciatore (2022) collegano questa marginalizzazione a squilibri demografici e culturali, particolarmente marcati nelle aree rurali, mentre Rosina (2020) evidenzia come la frammentazione del sistema di welfare e l’assenza di interventi locali mirati perpetuino questa condizione di esclusione.
Ansia
L’ansia, figlia di un senso di insicurezza diffuso e di un futuro percepito come incerto, emerge come uno degli ostacoli più paralizzanti per i giovani NEET. La pressione a performare in un mercato del lavoro sempre più competitivo si accompagna a un profondo timore del fallimento, generando una destabilizzazione emotiva che mina la capacità di affrontare con lucidità le sfide. Zimbardo e Boyd (2008) esplorano il ruolo della percezione del tempo, sottolineando come un’immagine ne-gativa del futuro intensifichi l’ansia e alimenti meccanismi di evitamento e ritiro sociale. Secondo Bandura (1997), il senso di autoefficacia gioca un ruolo cruciale: quando viene meno, i giovani si trovano intrappolati in una spirale di inazione e smarrimento. Parola e Felaco (2020) descrivono questa condizione come una destabilizzazione di carriera, in cui il timore di non essere all’altezza paralizza ogni possibilità di crescita e progettualità. La parola “disagio” compare frequentemente nei meme delle giovani generazioni, espressione di un’autoconsapevolezza collettiva che trova anche nell’autoironia il suo linguaggio distintivo.
Disillusione
L’ingresso nel mondo del lavoro, spesso caratterizzato da esperienze precarie, salari inadeguati e ruoli che non valorizzano le competenze acquisite, ha generato un disincanto diffuso tra i giovani. L’idea che il lavoro non garantisca più né sicurezza economica né gratificazione personale alimenta una crescente sfiducia verso il sistema. Eurofound (2016) rileva che molti giovani percepiscono il lavoro come un contesto ostile e privo di prospettive, preferendo uno stato di inattività piuttosto che affrontare ulteriori delusioni. Questa disillusione si radica nel vissuto quotidiano, trasformandosi in una barriera psicologica che dissuade dall’intraprendere percorsi formativi o lavorativi, consolidando uno stato di stagnazione.
Entitlement
Un aspetto meno visibile ma altrettanto significativo è l’entitlement, ovvero la convinzione di meritare opportunità che soddisfino appieno le proprie aspettative personali e professionali. Questo atteggiamento, spesso coltivato in contesti familiari e sociali che enfatizzano il diritto al successo senza evidenziare il valore dell’impegno e della resilienza, porta alcuni giovani a rifiutare lavori percepiti come inferiori rispetto ai propri standard. Decataldo (2015) evidenzia come il divario tra le aspettative dei giovani e le reali esigenze del mercato del lavoro alimenti questo circolo vizioso di insoddisfazione e stasi. L’entitlement non è necessariamente una forma di arroganza, ma piuttosto il risultato di un sistema che ha idealizzato il lavoro come ele-mento di autorealizzazione, rendendo difficile accettare compromessi.
Idea di lavoro
C’è infine un tema di immaginario: la concezione del lavoro tra i NEET riflette una trasformazione culturale e generazionale. Se in passato il lavoro rappresentava una pietra angolare per l’identità personale e il ruolo sociale, oggi è spesso vissuto come fonte di stress, alienazione e conflitto con la vita privata. I giovani cercano un lavoro che garantisca libertà, equilibrio e un senso di autenticità, ponendo questi valori al centro delle loro scelte professionali (Capeci, 2023). Giddens (1991) descrive la modernità riflessiva come un contesto in cui il lavoro è meno centrale nella definizione dell’identità, mentre Bauman (2000) sottolinea come l’instabilità e la temporaneità del mercato del lavoro abbiano sostituito l’immaginario tradizionale fondato sul sacrificio e la dedizione. Questo cambiamento di paradigma richiede di ripensare il lavoro non solo come necessità economica, ma anche come spazio di realizzazione personale e coerenza con i propri valori.
In questo quadro, il modello MADEI offre una chiave interpretativa per comprendere a fondo, da un punto di vista psicologico, culturale e generazionale, le radici profonde del fenomeno NEET.