«Social è una parola che consola. Ma se il design non ridistribuisce potere, è solo estetica con buone intenzioni». L'intervento di Paolo Venturi, direttore di Aiccon.
Ogni anno, per una settimana, Milano si trasforma. Centinaia di migliaia di visitatori, flussi finanziari, aperitivi e networking globale. Il Fuorisalone è una macchina straordinariamente efficiente di produzione di valore. La domanda che pochi si fanno, e che Bertram Niessen di cheFare ha avuto il merito di sollevare su VITA è semplice: valore per chi?
La risposta non è banale ed politica ancor prima di essere economica. Milano, a partire da Expo 2015, è diventata una città globale nel senso più letterale: attrattiva, connessa, visibile. Nello stesso tempo ha accelerato la rendita immobiliare, espulso intere generazioni dai quartieri che abitavano, trasformato il “creativo” in sinonimo di esclusione. Il design spettacolare ha accompagnato questa traiettoria senza interrogarla, non per malafede ma per indifferenza strutturale. Il problema non è se il design si occupa di città: il problema è come lo fa, e a vantaggio di chi. Da qualche anno circola l’etichetta “social design” ossia oggetti o progetti pensati per persone fragili, servizi per le periferie, installazioni che raccontano le disuguaglianze, cose spesso utili, e molto belle.
Foto di copertina di Camilla Morino
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