La crisi dell’arte e la concomitante crisi della città non sono eventi fortuiti, o congiunturali, ma l’inevitabile esito di una più generale crisi di cultura che tocca la nostra società. Sono entrambe figlie legittime di quell’immaginario colonizzato dagli imperativi economici che ha portato al disincanto del mondo e che ci ha fatto perdere non solo il senso del bello ma la stessa capacità di fare città e di fare arte, compresa l’arte di vivere. In questa riflessione a tutto campo che riprende le considerazioni su arte e società di molti precursori della decrescita come Baudrillard o Castoriadis, Latouche analizza in parallelo il disastro urbano e l’insignificanza dell’arte, ripercorrendo le tappe di un declino che ha le medesime origini.
Pubblichiamo un estratto di Il disastro urbano e la crisi dell'arte contemporanea di Serge Latouche, edito per Elèuthera. Ringraziamo la casa editrice per la gentile concessione.
Platone affermava che le mura stesse della città educano il cittadino. Nella sua utopia, La città del Sole, Tommaso Campanella aveva ripreso in modo sistematico questa forma di educazione: tutta la storia delle scienze era rappresentata sulle mura delle sette cinte della città... A cosa possono ben educare, invece, le mura delle nostre città e delle nostre periferie, con la loro urbanistica fatta di palazzoni a torre o spianate di edifici orizzontali, perlopiù brutti e senz’anima, con una pubblicità aggressiva e onnipresente¹? Non sono palesemente destinate a modellare personalità forti e indipendenti, capaci di resistere alla manipolazione mediatica e alla propaganda politica che ne è il sottoprodotto. Più che cittadini, puntano a formare consumatori e utenti passivi. Certo, gli esclusi e i frustrati della festa consumista possono diventare dei «giovani selvaggi», dei ribelli che tentano di opporre una controcultura, attraverso le tag e i graffiti, per marcare il loro territorio nella guerriglia urbana e preparare il terreno a un’autentica rivoluzione². È così in certe città, come Valparaíso in Cile, o in certi quartieri, ma malgrado tutto, nell’insieme, le periferie delle metropoli del Nord trasudano noia, bruttezza, sporcizia e barbarie.
Ne consegue che il paesaggio, ovvero l’altra faccia della civiltà urbana, è a sua volta degradato. Scrivono Barbara Catalani e Marco Del Francia nel loro libro su Capalbio: «Da sempre la qualità complessa di un territorio dipende dal rapporto duraturo ed equilibrato tra le due forme della manifestazione antropica: il paesaggio e la città». La città fa parte del paesaggio e il paesaggio può essere urbano³. Soprattutto, la città contribuisce a creare, ma ancor più a distruggere, il paesaggio: direttamente, con le periferie e le torri, o indirettamente, con le autostrade, le gallerie, l’abitato sparpagliato ecc. Se la città è in crisi, come Detroit, il paesaggio è a sua volta, inevitabilmente, in crisi. Alla stessa maniera, la crisi dell’agricoltura ha un impatto sulla città come sulla campagna. Già nel 1972 Bernard Charbonneau, ecologista francese e precursore della decrescita, denunciava in La Fin du paysage (titolo del suo libro illustrato) le ricadute negative del produttivismo sul paesaggio e sull’ambiente⁴.
Con la globalizzazione, che si può datare approssimativamente dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989, si assiste a una vera e propria «esplosione dell’urbano», secondo l’espressione di Tiziana Villani⁵. Si tratta di un processo generalizzato di artificializzazione della vita. L’uomo pretende di ricreare il mondo meglio di Dio e della natura. Gli ogm, le nanotecnologie, la clonazione, l’allevamento industriale dei pesci ecc. ne sono un esempio, ma anche la smart city, la domotica e via discorrendo. Il coronamento di tutto ciò sarà il cyberman, l’uomo artificiale verso il quale ci stiamo dirigendo. Per ora il risultato più evidente è la trasformazione disastrosa del mondo reale, quello in cui siamo condannati a vivere, tra discariche e inceneritori. Il fallimento di Dubai e della sua torre da 800 metri vuota nel 2009 costituisce un segno premonitore del fallimento del sogno americano e della sua urbanistica. La città produttivista appartiene già al passato, ma la distruzione del mondo che ha generato viene perseguita implacabilmente.
Con la globalizzazione, che si può datare approssimativamente dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989, si assiste a una vera e propria «esplosione dell’urbano», secondo l’espressione di Tiziana Villani. Si tratta di un processo generalizzato di artificializzazione della vita
La saggezza che esortava a non ricostruire le Torri Gemelle di Manhattan non è stata ascoltata...
Secondo Alberto Magnaghi, teorico della rilocalizzazione, «la via della deterritorializzazione senza ritorno è stata aperta dalle enclosures dei commons, dalle progressive privatizzazioni e mercificazioni dei beni comuni naturali (la terra, innanzitutto, e poi l’acqua, l’aria, le fonti naturali di energia, le foreste, i corsi d’acqua, i laghi, i mari ecc.) e dei beni comuni territoriali (le città e le infrastrutture storiche, i sistemi agroforestali, i paesaggi, le opere idrauliche, i depuratori, i porti, gli impianti per la produzione di energia)». E aggiunge: «La nostra civiltà non produce paesaggio, e ancora meno luoghi, di cui il paesaggio sarebbe l’espressione. Si occupa di altre cose e concorre a distruggere l’eredità storica. [...] La civiltà contemporanea con i suoi paradigmi economici di sviluppo ha prodotto sulla struttura territoriale effetti principalmente distruttori del paesaggio e dell’ambiente circostante, una distruzione dei luoghi, un’aggressione di lungo termine contro gli elementi strutturali dell’identità territoriale, e l’attuale degradazione della nostra sparpagliata urbanizzazione posturbana. [...] Insieme al territorio sono stati sepolti: il paesaggio, il luogo, la città, la campagna. E al loro posto si hanno nonluoghi, discariche e bidonville»⁶. L’architetto statunitense Charles Jencks concludeva già nel 1977 (forse un uso stampa po’ prematuramente): «L’architettura moderna è morta a Saint Louis, Missouri, il 15 luglio 1972 alle 15.32 (circa), quando il progetto Pruitt-Igoe, tristemente famoso, e più esattamente diversi edifici che ne facevano parte sono stati fatti saltare con la dinamite, ricevendo il colpo di grazia»⁷. Questo evento è stato salutato come l’ingresso in una presunta «postmodernità» che, nonostante qualche successo, sfortunatamente non ha cambiato granché rispetto alla modernità che l’ha preceduta. Ben prima della crisi economico-finanziaria del 2008 avevamo già una crisi sistemica del complesso territoriale-urbano-paesaggistico.
«Disastro urbano» è la constatazione del grande architetto portoghese Álvaro Siza: «La cosa più grave è la devastazione del territorio, il fallimento di questa disciplina che è lo sfruttamento della terra...». Secondo Dominique Machabert, docente di architettura e fine conoscitore della scuola di Porto e dell’opera di Siza, «assistiamo alla fine di un ordine di cose che probabilmente prefigura altro, un qualcosa che ancora non conosciamo. Senza dubbio era inevitabile. Ma nell’immediato la qualità è marginale e noi siamo davanti a un disastro»⁸. Questo disastro urbano e paesaggistico che chiunque può constatare è il risultato di logiche che evidentemente sfuggono agli architetti e agli urbanisti. Ma ripetiamolo: in alcuni casi essi ne sono i complici involontari proprio mentre cercano di porvi rimedio. Siamo di fronte a una sorta di schizofrenia. Viviamo ancora nella città produttivista e consumista, pensata e strutturata in funzione dell’automobile sotto forme apparentemente razionali (basti pensare alla cité radieuse di Le Corbusier), con la sua separazione degli spazi, le sue zone industriali, i suoi centri commerciali, i suoi quartieri residenziali senza vita e senza anima⁹. Nel Manifesto del Futurismo del 1909, Marinetti, anticipando il progetto di Le Corbusier di radere al suolo Parigi, vuole distruggere Venezia in nome del progresso: «Deviate il corso dei canali per inondare i musei! [...] A voi i picconi e i martelli! Minate le fondamenta delle città venerabili!». Ceaușescu ha realizzato questo programma a Bucarest; Pompidou è morto troppo presto per completare il progetto di un’autostrada che attraversasse la capitale, ma Bruxelles è diventata l’esempio del massacro operato congiuntamente da speculazione e modernizzazione – è stato persino inventato il verbo «bruxellizzare» per designare «la distruzione delle città in tempo di pace»¹⁰. Tale distruzione, apertamente o subdolamente, viene perseguita in modo incessante – con l’esplosione dei centri storici e la speculazione immobiliare sfrenata che respinge i ceti inferiori e medi nelle periferie, la proliferazione dei centri commerciali, l’espansione dei quartieri di villette, la comparsa di torri, lo sventramento causato dalle autostrade, la moltiplicazione dei «nonluoghi» (stazioni, aeroporti, ipermercati) e l’asfissia provocata dal traffico automobilistico (secondo le analisi di Marc Augé e di Marco Revelli)¹¹. È questo il sintomo di una crisi più vasta generata dalla sur- o iper-modernità, o «tarda modernità» (termini più corretti, a mio avviso, rispetto a «post-modernità», dal momento che i fondamentali della modernità sono sempre presenti).
«Disastro urbano» è la constatazione del grande architetto portoghese Álvaro Siza: «La cosa più grave è la devastazione del territorio, il fallimento di questa disciplina che è lo sfruttamento della terra»
La modernità, con l’industrializzazione avvenuta nel corso del XIX secolo, aveva distrutto la città medievale e barocca, causando problemi (e sofferenze enormi) testimoniati nei romanzi di Dickens e Zola; tuttavia, si era mantenuto o ricostituito un certo equilibrio attorno ai grandi viali (l’esempio della Parigi haussmanniana è emblematico). Se anche questa prima modernità non avesse avuto un rapporto rispettoso con il paesaggio (basti pensare alle miniere di carbone, di ferro e alle altre devastazioni industriali), la catastrofe sarebbe stata ancora relativamente limitata dal fatto che l’umanità non superava i due miliardi di individui e che l’industrializzazione toccava solo pochi paesi.
Questo equilibrio molto relativo traduceva nel tessuto urbano un equilibrio altrettanto relativo tra la società, con la sua morale tradizionale (etica del lavoro, senso del dovere, dell’onore, dell’onestà) e con le sue istituzioni (forze armate, giustizia, istruzione, belle arti), e l’economia capitalista dell’accumulazione illimitata, sempre intaccata dalla lotta di classe. La rottura di questo equilibrio si è consumata con quella che è stata chiamata «globalizzazione» o «mondializzazione», il cui inizio, secondo la nostra proposta, si può far simbolicamente risalire alla caduta del Muro di Berlino nel 1989. La novità non è stata l’estensione su scala planetaria degli scambi commerciali o della finanza (questa esiste almeno dal 1492, anno in cui gli amerindi stupefatti hanno scoperto un certo Cristoforo Colombo...); piuttosto, è stata la mercificazione e la finanziarizzazione del mondo intero. Con le tre d – deregolamentazione della società salariale e dello Stato sociale; disintermediazione finanziaria; disarticolazione delle barriere economiche e mercantili, tutte e tre decise nel 1986, al summit di Tokyo, da Donald Reagan e Margaret Thatcher – si assiste letteralmente all’omnimercificazione del mondo. Tutto diventa commerciabile, persino il corpo umano, il sangue, i geni. Si passa da una società che ha un mercato a una società di mercato, da una società che ha una crescita a una società di crescita, che può essere definita come una società dominata da un’economia di crescita nella quale si lascia assorbire. La crescita per la crescita diventa dunque l’obiettivo primario, se non il solo scopo di vita. Il cancro della Crescita (con la maiuscola) non distrugge solo la città, ma lacera anche il territorio, divora lo spazio con le sue metastasi, corrode il senso dei luoghi e disfa il tessuto sociale.
I rimedi proposti sinora non sono stati all’altezza della sfida. Il recupero dei centri storici, per esempio, dà buoni risultati da un punto di vista estetico, ma causa una «gentrificazione» che accresce la segregazione sociale e una «museificazione» che fa del turismo di massa un incubo urbano di cui il caso di Barcellona è diventato il modello. Già nel XiX secolo, come reazione al cancro dell’industrializzazione, avevano fatto la loro comparsa alcune utopie socialiste con implicazioni urbane. Il falansterio di Charles Fourier, per esempio, iscriveva il progetto in un contesto urbano, l’edificio sociale, che ha ispirato direttamente la realizzazione del familisterio di Guise (in Lorena) di Jean-Baptiste Godin. Nel 1834 Victor Considérant, discepolo di Fourier, scriveva: «L’architettura è l’arte centrale, è l’arte che racchiude in sé tutte le altre, e di conseguenza racchiude in sé la società stessa» ¹². Già in tempi remoti esistevano «utopie urbane» che miravano a creare città ideali – la lista è infinita: dalle Alessandrie del III secolo a.e.v. ai progetti rinascimentali. Nonostante continuassero questa tradizione, le utopie urbane moderne apparse con la rivoluzione industriale erano progetti che si proponevano di porre rimedio ai problemi sociali e ambientali grazie a una nuova organizzazione urbana. Così Ebenezer Howard (1850-1928), con il suo famoso libro Garden Cities of Tomorrow [La città giardino del domani, Asterios, Trieste, 2017], promuoveva le cosiddette città-giardino. Chi però spinse al massimo livello la sensibilità paesaggistica fu senza dubbio William Morris (1834-1896) con il suo libro News from Nowhere¹³, nel quale invocava la deindustrializzazione dell’Inghilterra e il ripristino del paesaggio, per esempio battendosi nel concreto per proteggere gli alberi sulle sponde del Tamigi. Ma i pur onorevoli tentativi degli urbanisti che, ispirandosi a queste opere, cercano di rimediare alla crisi urbana proponendo schemi ingegnosi – sistemi regionali urbani, città-giardino, città totali, reti urbane, conurbazioni (Geddes), Broadacre City (Wright) – basati su una nuova articolazione città/campagna sono destinati al fallimento se non viene compiuta un’analisi globale del fallimento della società di crescita.
Tutto diventa commerciabile, persino il corpo umano, il sangue, i geni. Si passa da una società che ha un mercato a una società di mercato, da una società che ha una crescita a una società di crescita, che può essere definita come una società dominata da un’economia di crescita nella quale si lascia assorbire
L’architettura detta ecoresponsabile e bioclimatica non è la soluzione; tutt’al più costituisce un ipotetico elemento della soluzione. La «città sostenibile» invocata dalla Carta di Aalborg (1994) è più una forma di modernizzazione ecologica del capitalismo (greenwashing) che un autentico rimedio al disastro del produttivismo. Sotto il cappello di termini come «coresidenza», «covicinato», «cohabitat», «ecoquartiere», «città ecologicamente sostenibile» sono stati realizzati vari progetti in Europa e negli Stati Uniti. Quelli più noti e di maggior successo, apparsi verso la fine degli anni Duemila, sono il quartiere Vauban a Freiburg im Breisgau (Germania), Houten (periferia di Utrecht, 40.000 abitanti) e Bedzed (Beddington Zero Energy Development) nel sobborgo di Sutton, a sud di Londra. In fin dei conti, queste sono piccole isole di sostenibilità in un mare di inquinamento urbano che non riusciranno a trasformare. Il sonoro fallimento delle «ecocittà» cinesi è emblematico. I rari progetti annunciati con tanto di fanfara, come quello nella contea di Chongming, sono bloccati. L’ecocittà di Dongtan a Chongming, di fronte a Shanghai, è stata portata avanti a tappe forzate nel 2006-2008 per fare da vetrina ecologica all’Expo, ma lo sponsor è stato esonerato nel 2008 per corruzione e il progetto, mal concepito, è stato abbandonato. Gli altri (Huangbaiyu e Tianjin) navigano in cattive acque. L’economia ha avuto la meglio sull’ecologia¹⁴. In questi progetti, l’obiettivo è avere alloggi migliori senza però cambiare il rapporto con la natura, il paesaggio e la logica consumista. Il funzionalismo formalizzato dalla Carta di Atene di Le Corbusier (1943), che aveva la pretesa di lottare contro il «disordine urbano», alla fine ha generato solo un disordine maggiore, facendo oltretutto esplodere l’impronta ecologica della città. Secondo la profezia di Lewis Mumford, la megapolis si è trasformata prima in tyrannopolis e poi in nekropolis¹⁵. Tale sembra essere il destino anche della hyperpolis virtuale, costituita dalla finanza e dai media globalizzati. Il «disastro» urbano, dunque, non è tanto il risultato di un fallimento degli architetti o degli urbanisti, quanto il risultato di una crisi di civiltà. Naturalmente esso è meno visibile nei centri delle città (anche quelle distrutte e ricostruite secondo la visione di Le Corbusier, come Stuttgart), mentre è più evidente nelle periferie e nelle villettopoli (come vengono chiamati in Italia gli agglomerati di villette), ormai abbandonate dagli urbanisti. Il tessuto locale e urbano non può essere ricomposto se non uscendo da questa società di crescita che atomizza la società e perde di vista il bene comune; o, per dirla altrimenti, può essere ricomposto solo attraverso la realizzazione di una società di decrescita.
Note
¹ Su questo punto la nostra posizione è vicina a quella di Castoriadis: «Si può affermare, senza rischio di essere contraddetti, che gli individui sono soggetti a una paideia diversa per effetto del solo contesto urbano, se per esempio vivono a Siena o a La Courneuve. Diverso è l’effetto esercitato da Saint-Germain-l’Auxerrois rispetto a Opéra Bastille. Nell’epoca attuale i criteri sono dovunque deturpati e distrutti dagli orrori architettonici, dagli spettacoli televisivi...»; Castoriadis, Fenêtre sur le chaos, cit., p. 124.
² Si veda Marcello Faletra, Graffiti. Poetiche della rivolta, Postmedia Books, Milano, 2015; Fabien Hein e Dom Blake, Écopunk. Les punks, de la cause animale à l’écologie radicale, Le Passager clandestin, Lorient, 2016.
³ Nel suo bel libro Poésies urbaines. De Baudelaire à Grand Corps Malade, Eterotopia France/Rhizome, Paris, 2023, p. 58, Thierry Paquot osserva che l’espressione «paesaggio urbano» è apparsa per la prima volta nel 1892 nel romanzo di Georges Rodenbach Bruges-la-Morte [Bruges la morta, Fazi, Roma, 2016].
⁴ Bernard Charbonneau, La Fin du paysage, Anthropos, Paris, 1972.
⁵ Tiziana Villani, La Décroissance à l’âge de la révolution urbaine. Écologie politique et hyperpolis, «Entropia», n. 8, primavera 2010.
⁶ Alberto Magnaghi, La Biorégion urbaine. Petit traité sur le territoire bien commun, Eterotopia/Rhizome, Paris, 2014, pp. 36-47.
⁷ Olivier Rey, Une Question de taille, Stock, Paris, 2014, p. 11 [trad. it. Dismisura. La marcia infernale del progresso, Controcorrente, Napoli, 2016]. Nel 1972 è cominciata la demolizione del complesso di edifici residenziali pubblici di Pruitt-Igoe, composto da trentatré palazzi identici di undici piani che avrebbero dovuto accogliere circa diecila abitanti. Evidentemente influenzato dalla visione urbana modellata sulle cités radieuses di Le Corbusier – con fabbricati esposti a sud per ricevere la luce del sole, contornati da spazio libero per la circolazione dell’aria e aree verdi – e per lo più abitato, a partire dal 1954, da afroamericani, il complesso fu definito dal sociologo Lee Reinwater, nel 1970, uno «slum» costruito con fondi federali. Le immagini delle cariche di dinamite che l’hanno distrutto sono entrate a far parte del film Koyaanisqatsi e secondo il critico dell’architettura Charles Jencks hanno segnato la morte dell’architettura moderna. Con questo atto morivano anche le idee che avevano spinto i progressisti (gli stessi che avevano costruito il World Trade Center) e le amministrazioni locali ad adottare tale programma modernista senza tenere conto dei bisogni della popolazione cui le costruzioni erano destinate. Così gli spazi verdi comuni sono presto divenuti una no man’s land verso la quale i residenti non nutrivano alcun senso di proprietà o di responsabilità: spazi indifendibili, marchiati dal degrado e dal crimine.
⁸ Conversazione con Dominique Machabert, in «Techniques et Architecture», 2003.
⁹ Yves Cochet, Antimanuel d’écologie, Bréal, Paris, 2009, p. 247.
¹⁰ Secondo la fortunata espressione di Jean-Claude Michéa; si veda L’Enseignement de l’ignorance et ses conditions modernes, Flammarion, Paris, 1999 [trad. it. L’insegnamento dell’ignoranza, Metauro, Pesaro, 2004].
¹¹ Marc Augé, Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, Seuil, Paris, 1992 [trad. it. Nonluoghi, elèuthera, Milano, 2024 n.e.]; Marco Revelli, Fuori luogo, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.
¹² Victor Considérant, Description du phalanstère et considérations sociales sur l’architectonique, Guy Durier, Paris, 1979, p. 34.
¹³ William Morris, Nouvelles de nulle part, Aubier, Paris, 2004 [trad. it. Notizie da nessun luogo, Ledizioni, Milano, 2020]. Si veda anche Comment nous pourrions vivre, Le Passager clandestin, Lorient, 2010 [trad. it. Come potremmo vivere, Endemunde, Milano, 2013].
¹⁴ Philippe Grangereau, Avec ses écovilles, la Chine joue aux échecs, «Libération», 17 maggio 2010.
¹⁵ Thierry Paquot, Terre urbaine. Cinq défis pour le devenir urbain de la planète, La Découverte, Paris, 2006; e Utopies et utopistes. Repères, La Découverte, Paris, 2007.