È forte la tentazione di cominciare dal fondo e cioè dalle risorse economiche che importanti documenti di politica come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e il più esplicito Piano Sud 2030 assegnano alle infrastrutture sociali. E di conseguenza iniziare a stilare la lista delle tipologie di immobili riconducibili a questo raggruppamento a cui assegnare i finanziamenti trasformandoli in asset d’investimento: biblioteche, scuole, asili nido, strutture socio sanitarie, ecc. Non che questo approccio sia di per sé sbagliato, anzi è comprensibile nella misura in cui molte di queste infrastrutture si trovano in una situazione di degrado e di abbandono tale da richiedere misure immediate per il loro ripristino anche solo per garantire condizioni minime di sicurezza e agibilità.
D’altro canto sappiamo bene che la fretta di tamponare le falle di un sistema di presidio territoriale che la pandemia ha allargato rischia di degradare a dato per scontato il fatto che l’infrastruttura sociale non rimanda all’ennesima categoria di beni immobili ma piuttosto a un processo. A testimoniare la rilevanza di questo dettaglio ci sono immobili vuoti in termini di contenuti, significati e proposte. Quel che più manca sono processi che connettono persone e organizzazioni in comunità che contribuiscono a definire la destinazione d’uso di spazi fisici per finalità di autentico interesse generale. Lo ricordava un articolo cofirmato da medici e operatori sociali impegnati all'Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo: a mancare non erano solo tecnologie specialistiche, ma anche presidi socio assistenziali a livello territoriale capaci di gestire la componente hard del welfare. Va comunque notato che negli ultimi anni buona parte della fenomenologia dell’innovazione sociale fa riferimento proprio ai processi di infrastrutturazione sociale sostenuti da bandi di soggetti filantropici come la call Culturability di Fondazione Unipolis.
"L’infrastruttura sociale non rimanda all’ennesima categoria di beni immobili ma piuttosto a un processo."
L’obiettivo è comprendere come questo ecosistema sia in grado di realizzare politiche dove la rigenerazione di immobili richiama trasformazioni delle relazioni e dei modelli organizzativi. Un primo elemento riguarda l’adozione di approcci progettuali legati alle fasi generative di attivazione attraverso artifici phygital derivati dall'innovazione tecnologica, come hackathon o canvas. L’intento è creare comunità basate su un mix di capacità pratica e radicamento territoriale. In tal senso l’infrastrutturazione sociale è spesso costellata da elementi di natura performativa e workshop. Tuttavia, si corrono due rischi: il primo consiste in un’applicazione meccanica di strumenti di facilitazione che lasciano poco margine per l’indeterminato; il secondo riguarda la miccia corta degli inneschi processuali che fatica a definire una cornice di significato capace di trasformare i partecipanti in veri attivatori del cambiamento. Questa polverizzazione rischia di non sbloccare quegli investimenti necessari ad alimentare l’adesione collettiva e la massa critica ideale.
Un secondo apprendimento riguarda la sostenibilità economico-finanziaria. Le iniziative di rigenerazione attivano azioni intenzionali che ridefiniscono il modello delle piattaforme: l’infrastruttura svolge una funzione di abilitazione creando punti d’incontro, dove il soggetto animatore funge da intermediario. A differenza delle piattaforme digitali che puntano sui volumi di scambi, le piattaforme dell’infrastrutturazione sociale crescono verso il basso, radicandosi intorno a una dimensione di luogo. Per questa ragione le realtà più evolute, come i nuovi centri culturali mappati da cheFare, si dotano di sistemi gestionali in grado di tracciare apporti volontari e scambi mutualistici. La sostenibilità ha spesso bisogno di risorse ulteriori apportate da soggetti esterni, allungando la leva di mercato o cercando continuità negli apporti donativi di amministrazioni pubbliche ed enti filantropici. Gestire questa apertura verso l’esterno è una sfida che richiede capacità professionali per interfacciare la propria cultura organizzativa con flussi esogeni, evitando tendenze al ripiegamento verso assetti di nicchia incapaci di generare cambiamenti sistemici.
"Le piattaforme dell’infrastrutturazione sociale crescono, o cercano di farlo, verso il basso."
Il terzo elemento riguarda la governance come elemento processuale volto a esplicitare l’esercizio del potere. Queste iniziative enfatizzano la dimensione dialogica contro approcci basati solo sull'adesione a leggi, come l'impatto tecnocratico della riforma del terzo settore. Nell’innovazione dei luoghi le forme giuridiche dipendono dalla qualità del riconoscimento reciproco. Questa evenienza sollecita la necessità di una governance autenticamente multi-stakeholder, in grado di coinvolgere poteri forti a livello istituzionale ed economico. La pandemia ha poi accelerato tendenze esistenti, attivando nuovi processi basati sul mutuo aiuto e supporto, supportati dalla transizione digitale. Lo dimostra la cooperazione tra enti pubblici, terzo settore e maker digitali. Si assiste inoltre a una riscoperta della dimensione territoriale, dal modello della città di quindici minuti alle aree interne. Integrare strategicamente i promotori della rigenerazione, come esemplificato dalla rete Lo stato dei luoghi, è cruciale per definire modelli di crescita alternativi che superino i limiti dei modelli di scaling tradizionali e sappiano cogliere le peculiarità dell’infrastruttura sociale come processo.
Immagine di copertina: ph. Zoshua Colah da Unsplash
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