Mercoledì 17 giugno 2026
Percorsi spericolati
 
Non è nostalgia, né romanticismo

In Italia sono moltissimi i comuni dove l'ultimo bar ha chiuso dieci anni fa, dove il pullman passa una volta al giorno, dove per fare una visita medica si mettono in conto due ore di strada. Quasi la metà dei comuni italiani - le cosiddette aree interne - rientra in questa categoria e chi ci cresce lo sa bene: non è solo una questione di servizi che mancano. Quando un luogo si svuota di spazi di incontro, si impoverisce anche la capacità di aspirare (v. Appadurai; Sen). Quando smette di generare relazioni e opportunità, i giovani se ne vanno, non per mancanza di affezione al territorio, ma perché non riescono più a esprimersi dentro di esso, a sentirsi parte di una collettività che lo abita.

I numeri raccontano una parte della storia, quella di un'emorragia silenziosa: negli ultimi vent'anni le aree interne hanno perso circa 160.000 giovani laureati tra i 25 e i 39 anni (Istat, 2024). È un drenaggio di competenze che lascia dietro di sé un deserto generazionale - nei comuni più periferici si contano ormai 225 anziani ogni 100 bambini. Eppure, questa fuga spesso non nasce da un desiderio spontaneo: l'indagine Giovani Dentro dell'associazione Riabitare l'Italia rivela che oltre il 60% dei ragazzi vorrebbe in realtà rimanere nel proprio luogo d'origine. Inoltre, le ricerche ci dicono che i giovani delle aree interne non sono passivi: lavorano, molti si reinventano online, molti si autoformano. L'energia e lo spirito d'iniziativa ci sono, ma si scontrano con una profonda solitudine: a causa della deprivazione infrastrutturale e della rarefazione dei legami, manca un contenitore collettivo in cui trasformare questa intenzione in valore condiviso. Di conseguenza, le aree interne diventano luoghi dove si finisce per consumare il proprio "capitale emotivo" senza riuscire a rigenerarlo in e per una comunità, spingendo alla fine all'abbandono del territorio per non rinunciare alle proprie prospettive future.

L'isolamento geografico scivola lentamente in isolamento relazionale ed esistenziale. E quello che si perde non è solo la comodità di avere un bar aperto o una piazza popolata: è la possibilità di pensare ad alta voce con qualcuno, di far rimbalzare un'idea contro un* coetane*, di scoprire che qualcuno nella stessa valle sta coltivando lo stesso sogno. Nel frattempo, nel vuoto sociale si sviluppa una forma sottile di autocolpevolizzazione: secondo il Consiglio Nazionale Giovani (2024), il 40% dei NEET delle aree interne ritiene di essere l'unico responsabile della propria inattività. È un meccanismo insidioso: convincersi che il problema sia una mancanza individuale e non una carenza strutturale del sistema. Partire, allora, diventa un modo per proteggersi. I dati da soli non bastano a spiegare cosa significhi davvero avere vent'anni e una scintilla da alimentare in un luogo che sembra aver smesso di soffiare sul fuoco.

L'energia e lo spirito d'iniziativa ci sono, ma si scontrano con una profonda solitudine: a causa della deprivazione infrastrutturale e della rarefazione dei legami, manca un contenitore collettivo in cui trasformare questa intenzione in valore condiviso

Eppure qualcosa resiste e non è nostalgia né romanticismo. La parola "restanza" - ormai entrata nel vocabolario comune - non descrive una rassegnazione ma la scelta, spesso coraggiosa e controcorrente, di chi decide di abitare i propri luoghi con intenzione. Di chi non se ne va perché ha capito che i margini possono essere un avamposto, un presidio da cui progettare il mondo con uno sguardo che chi sta al centro non ha. Accanto a loro c'è poi chi, pur nascendo in contesti urbani, sceglie di abitare questi territori perché li riconosce come laboratori di possibilità nuove, spazi in cui immaginare e sperimentare futuri alternativi. Quello che manca, quasi sempre, non è quindi la volontà ma un luogo in cui quella volontà possa incontrarne di simili: un luogo in cui scoprire di non essere sol* a desiderare qualcosa di diverso. Percorsi Spericolati nasce anche come risposta a questo bisogno.

Promosso da Fondazione Pietro Pittini con Meraki - desideri culturali e Magma srl impresa sociale, Percorsi Spericolati è un programma rivolto a giovani dai 18 ai 30 anni da tutta Italia, giunto alla sua quinta edizione. L'idea è semplice e radicale insieme: portare nelle aree interne del Friuli Venezia Giulia uno sguardo nuovo - quello di chi arriva da altrove e porta con sé desideri, competenze e la voglia di mettersi in gioco - e metterlo in contatto con le realtà locali, ascoltarne i bisogni, e, divisi in gruppi, costruire insieme progetti di valorizzazione del territorio. Come dicono i partecipanti, qui si scopre che "non si è pazz* a tornare nei piccoli paesi, ma Spericolat*".

E quello che succede quando persone così diverse e così simili si incontrano, ha una forza che abbiamo imparato a riconoscere. Diciamo, tra noi, che qualcosa si accende. A volte scatta già nelle prime ore, durante una formazione o una presentazione, quando qualcuno dice una cosa e un'altra persona dall'altra parte della stanza capisce esattamente cosa intende - perché l'ha vissuta nello stesso modo, perché se la porta dentro da anni. E spesso succede tra i bordi: durante un gioco serale, in una conversazione che inizia per caso e finisce tardi.

Nel nostro lavoro - come team che progetta e conduce le formazioni, costruisce il gruppo, cura gli spazi tra i contenuti - abbiamo imparato che questo accendersi non va aspettato: va preparato. Significa progettare le formazioni non solo come trasmissione di strumenti (la progettazione, il fundraising, l'animazione territoriale…) ma come occasioni in cui le persone scoprono se stesse e i propri sogni, spesso sogni di resistenza, lontani dai luoghi tipici del consumo e dell'innovazione. Significa che il metodo e la relazione non sono separati, ma diventano in qualche modo la stessa cosa.

Per questo poniamo particolare cura nella selezione degli Spericolat* con una scelta politica e metodologica precisa: il gruppo viene creato con attenzione alla diversità di genere, competenze, provenienze geografiche e vissuti personali, integrando all’interno storie di vita e biografie differenti - perché l'ambiente che si crea non sia competitivo o performativo, ma capace di prendersi cura, imparare a conoscersi e a supportarsi, con attenzione al singolo e alla collettività. La settimana residenziale di formazione nelle valli del FVG, le giornate di immersione presso imprese e realtà locali, lo sviluppo dei progetti da remoto per queste realtà fino alla restituzione finale alla comunità locale: ogni fase di Percorsi Spericolati è pensata perché il riconoscimento tra le persone che vi partecipano non sia un effetto collaterale, ma il cuore del metodo.

L'idea è semplice e radicale insieme: portare nelle aree interne del Friuli Venezia Giulia uno sguardo nuovo e metterlo in contatto con le realtà locali, ascoltarne i bisogni, e costruire insieme progetti di valorizzazione del territorio

Questo riconoscimento ha una natura erotica, nel senso più profondo del termine. L'eros - e non serve chiamare a raccolta tutti i filosofi che nella storia ne hanno parlato - è la forza che spinge verso ciò che non si ha ancora, che ancora non esiste. Nelle aree interne, luoghi spesso raccontati come vuoti, silenziosi, inerti, l'eros è una risorsa rivoluzionaria. E nei giovani che arrivano a Percorsi Spericolati, quella forza c'è già - a volte confusa e impaurita, spesso solitaria: il nostro compito è fare da miccia.

Quando accade, non basta più il progetto assegnato: i ragazz* iniziano a immaginare oltre il mandato, a tirare fili che nessuno aveva tracciato, a chiedersi cosa potrebbero fare insieme, dopo, altrove. L'eros genera immaginazione, progettualità e attrae altri giovani, perché l'entusiasmo è contagioso (quasi la metà di chi si iscrive arriva per passaparola, consigliat* da qualcuno che c'è stato). E chi torna da Percorsi torna cambiat*: in molti, anche a distanza di anni, riconoscono in questa esperienza un momento trasformativo nella propria biografia personale e professionale. Quella differenza si vede e fa venire voglia agli altri di capire cos'è successo. Siamo arrivate a credere che l'eros - quello che si sprigiona tra persone che si riconoscono - sia una forza politica, capace di generare cambiamento territoriale tanto quanto qualsiasi piano o risorsa. Lo abbiamo imparato guardando quello che si produce negli anni: i progetti che nascono, le collaborazioni che continuano, gli Spericolat* che si ritrovano anche dopo, quasi a formare una rete informale che nessuno ha disegnato ma che esiste e costruisce.

In cinque edizioni: oltre 930 candidature da tutta Italia, 129 partecipanti selezionati da 19 regioni, 35 realtà ospitanti, 4 startup già avviate — oggi attive tra Friuli, Toscana e Veneto. Numeri che raccontano qualcosa di più di un programma: una rete viva, che continua a crescere, sia in modo informale e spontaneo sia attraverso Imprese Spericolate, lo spin off che supporta la nascita di nuove imprese giovanili nelle aree interne, attualmente aperto fino al 20/7/2026. Le aree interne, allora, forse non si riattivano solo con politiche o infrastrutture decise dall'alto - fondamentali e necessarie. Ma qualcosa di vitale succede anche tra le soglie, attraverso qualche fuoco inatteso. Il nostro lavoro è tenerlo vivo nel momento in cui si sprigiona e dare agli Spericolat* gli strumenti per farlo ardere gioiosamente quando tornano a casa.

Percorsi Spericolati è co-ideato e realizzato dalla Fondazione Pietro Pittini con Meraki - desideri culturali e Magma srl Impresa Sociale. Contribuiscono inoltre al progetto: Rifai ETS, Avanzi, Vita, Università degli studi di Udine.

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