Mercoledì 05 novembre 2025
La conquista dell’infelicità
 
Come siamo diventati classe disagiata
Scritto da: Tiziano Bonini

In questa recensione, Tiziano Bonini affronta La conquista dell’infelicità. Come siamo diventati classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura (Einaudi, 2023), un saggio che amplia e approfondisce l’analisi già avviata dall'autore con Teoria della classe disagiata.


Alla fine mi sono deciso a leggere questo libro di Ventura, perché volevo capire dove avrebbe portato la sua analisi della “classe disagiata”.  Teoria della classe disagiata era stato un libro di successo, aveva messo il dito in un nodo dolente del lavoro creativo e culturale e aveva avuto la capacità di dare un nome a un sentimento di crisi comune a tutto il ceto medio intellettuale europeo, ma soprattutto italiano.

Questa classe è il risultato di un regresso sociale: un tempo "agiata" (secondo la definizione di Thorstein Veblen), essa è ora "troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per poterle realizzare".

Il libro del 2017 partiva dall'osservazione amara che una generazione è stata preparata "per un’altra meravigliosa" vita che non esiste, abituata a uno stile di vita e a "lussi dello spirito" che non può permettersi, alimentando un risentimento pericoloso nei confronti della società.

Il sistema educativo, in particolare, secondo Ventura, sarebbe un esempio lampante della competizione per i beni posizionali. L'aumento della domanda di istruzione ha causato l'inflazione dei titoli di studio, condannando gli individui a una "competizione fratricida" che brucia risorse. Questo fenomeno è il "dilemma del vitellone", dove i giovani investono risorse enormi per ottenere posizioni sempre più scarse.

Culturalmente, la classe disagiata è afflitta dal bovarismo, una patologia sociale che consiste nel rappresentarsi in modo diverso da ciò che si è, nutrendo un'identità borghese con una realtà materiale che si avvicina alla povertà. L'industria culturale è un fattore chiave in ciò, trasformando i consumatori in prosumer (produttori/consumatori di contenuti) che consumano l'illusione di essere artisti o creatori. La classe disagiata, pur essendo destinataria di una parte importante del plusvalore mondiale, si ritrova vittima delle proprie ambizioni smisurate.


Il nuovo libro in apparenza non fa che ribadire i concetti cardine del precedente saggio, fin dal sottotitolo: Come siamo diventati classe disagiata — ma qui Ventura amplia il quadro, sostenendo che non è più soltanto un gruppo specifico a essere colpito, bensì la condizione della borghesia e della classe media stessa, non solo quella intellettuale, e non solo quella attuale: gli “spostati” e i “disagiati” sono esistiti in ogni epoca.

Il libro esplora come la modernità, dopo aver liberato l’individuo dalle gerarchie tradizionali, abbia innalzato l’ideale della realizzazione individuale come orizzonte centrale. Ma questo “ascensore sociale” si è inceppato: la promessa moderna di “diventare se stessi” — di realizzare il proprio progetto di vita, attraverso istruzione, lavoro, mobilità sociale — oggi appare infranta.

Ventura è convincente nel ricostruire la genealogia e delineare le caratteristiche di questa crisi della realizzazione individuale, ed è forse uno dei saggisti italiani più capaci a tenere insieme uno stile di scrittura pop con la profondità dell’analisi sociale. Inoltre, il saggio è una specie di sussidiario del pensiero filosofico e sociologico novecentesco, chiaro e accessibile: Avessi avuto al liceo (scientifico) un professore di filosofia come Ventura! Ho letto il libro in due notti e due viaggi aerei continentali, e l’ho fatto con gusto, perché i riferimenti alla cultura popolare (da Amleto e Metropolis a Dostoevskij e Gotham city, da Piccole Donne a Fight Club e a tonnellate di molti altri) erano sempre ben orchestrati e al posto giusto. In particolare, il libro analizza come la cultura popolare e la letteratura specchino questa frattura nel sogno della classe media: da Amleto a Fantozzi, si rintracciano figure “disagiate” che aspirano, cercano e non trovano la realizzazione promessa. Ventura riprende queste tracce per dimostrare che l’infelicità non è solo psichica ma sociale, strutturale: è l’effetto collaterale della modernizzazione fallita, del modello liberale prospero che ha promesso di elevarci tutti ma che ha creato più incertezza, competizione, precarietà. Anche le metafore funzionano, come quella del monte Everest e della sua commercializzazione: “l’Everest è diventato la metafora perfetta di una società in cui tutti cercano la realizzazione personale nello stesso luogo e nello stesso modo”.

Il libro è pieno di frasi ben riuscite, di affermazioni lapidarie che catturano l’attenzione e fanno anche sorridere, spesso amaramente. Il genere letterario in cui si cimenta Ventura è quello del pamphlet polemico, al quale si richiede acutezza, sagacia, ironia. Come in tutti i pamphlet, spesso manca però un ancoraggio solido, logico ed empirico alle tesi affermate. Ma accettiamo i limiti di questo genere letterario per poter godere degli stimoli al ragionamento. Anche questo libro di Ventura non è da meno: è una maratona di stilettate, di colpi scenografici di sciabola. È anche un libro molto denso che spazia costantemente lungo diversi secoli e autori, quindi la mia lettura si soffermerà solo sugli aspetti che più mi interessano, ovvero quelli relativi all’analisi dell’industria culturale.


Una parte significativa del libro, e, devo dire, quella meglio riuscita, sono i capitoli centrali – il terzo - il capitale culturale nel XXI secolo – e il quarto – L’economia vocazionale. Perché siamo complici del nostro sfruttamento -.  L’“economia vocazionale”, ossia il modello economico nel quale si scommette sull’avvenire, sulla passione, sul “fare ciò che ami”, nella convinzione (ideologica) che questo permetterà la realizzazione personale e il successo, si è trasformata in una trappola: la promessa di convertirsi in sé stessi si infrange contro il mercato del lavoro, contro le condizioni materiali del vivere, e genera una tristezza sistemica. Ma in questo capitolo sull’economia vocazionale, oltre ad una spiegazione molto chiara dei tratti distintivi di questo modello, si trovano anche un paio di affermazioni, che per quanto apparentemente condivisibili, sono abbastanza problematiche.

L’“economia vocazionale” si è trasformata in una trappola: la promessa di convertirsi in sé stessi si infrange contro il mercato del lavoro, contro le condizioni materiali del vivere e genera una tristezza sistemica

La prima è che il “prezzo del lavoro culturale è basso perché è spesso molto piacevole”. Questa affermazione la sentiamo dire spesso. Eppure è solo uno stereotipo.

La ragione dei salari da fame nelle industrie culturali (IC) non sta, come sostiene Ventura, nel fatto che facciamo lavori belli e siamo quindi disposti ad accettare qualsiasi condizione pur di continuare a farli. Ventura ha in parte ragione quando sostiene che la colpa è di chi accetta lavoro nelle IC a salari bassi perché se lo può permettere (perché vive di rendita o sulla pensione dei nonni). In effetti, le IC riescono ad imporre senza grandi scontri di piazza questi salari da fame perché esiste un enorme esercito di lavoratori di riserva: se tu non accetti la paga da fame, dietro di te ce n’è subito un altro a farsi avanti, come in Fronte del Porto.


Ma se anche tutti i lavoratori culturali smettessero di accettare paghe da fame, un primo passo sicuramente necessario verso la costituzione di una solidarietà di classe (creativa) oggi semi-inesistente, sarebbe lo stesso difficile per le IC italiane alzare i salari. Le IC italiane (case editrici, giornali e riviste, radio commerciali nazionali, canali televisivi…) stanno faticosamente in piedi grazie alle entrate pubblicitarie (o, nel caso dell’editoria, grazie ai lettori o ancor di più, grazie alle economie di scala dei conglomerati che ne detengono la proprietà). Le entrate pubblicitarie sono però in crisi costante, più o meno lieve a seconda dei settori, ma di lunga durata. I motivi di questa crisi sono molteplici: ascesa del digitale, stagnazione economica, stagnazione/diminuzione delle audience/lettori. I conti di queste aziende sono quasi tutti in crisi, nessuno si può permettere di pagare salari più alti: funzionano e producono contenuti proprio grazie all’estrazione del massimo sforzo cognitivo possibile da una forza lavoro pagata male. Se fossero costrette ad alzare i salari, in mancanza di forza lavoro disponibile, dovrebbero tagliare altri posti di lavoro o rischierebbero il fallimento. L’industria culturale italiana si regge sullo sfruttamento (anche volontario) del lavoro creativo ma non saprebbe fare altrimenti. In questo, condivide il banco con l’economia italiana più in generale. Se così non fosse, come mai anche lavori che non sono belli e che non ci piace fare, sono pagati male? Come mai i salari italiani, non solo quelli delle IC, sono inadeguati e non crescono? Quindi i salari bassi nelle IC io li legherei di più alla questione più ampia della stagnazione dei salari più generale. In più, il problema dei salari nelle IC è aggravato dalla mancanza cronica di una domanda di prodotti culturali pari a quella europea, e alla mancanza di una politica culturale adeguata a sostenere queste industrie, come in Francia e Belgio. La mancanza di una domanda capace di sostenere economicamente gli investimenti in cinema, librerie, case editrici e giornali dipende anche dal livello generale di istruzione della popolazione italiana.


E qui arrivo alla seconda affermazione problematica di Ventura in questo capitolo: “se l’Italia di oggi è in crisi, è anche perché siamo afflitti da un relativo eccesso di cultura”. La tesi, di per sé malthusiana, sarebbe che in Italia ci sono troppi intellettuali e poca domanda per i loro servizi. Ventura riconosce che in Italia abbiamo una delle peggiori percentuali di laureati rispetto all’UE, ma poi sostiene che abbiamo anche una delle percentuali più alte di laureati in discipline umanistiche (senza aggiungere rispetto a cosa: UE? Mondo? Paesi occidentali? E senza indicare fonti di questo dato).

Ma è davvero così? Innanzitutto avere pochi laureati in generale non è un dato da sottovalutare: perché i laureati, anche in chimica, leggono più giornali e vanno più volte al cinema del resto della popolazione. Quindi, più laureati producono un’industria culturale più sostenibile per chi ci lavora. La retorica reazionaria, e qui ci metto anche quella di Luca Ricolfi (l’autore de La società signorile di massa), vuole che ci siano troppi laureati in materie umanistiche e troppo pochi nelle STEM. E in questa retorica cade anche Ventura, quando sostiene che abbiamo troppi laureati in discipline umanistiche, difficili da collocare sul mercato. Eppure, per quanto la narrazione popolare sostenga che le lauree, soprattutto quelle umanistiche, non si convertano più in capitale economico, i dati ISTAT e Almalaurea ci dicono cose un po’ più sfumate. Il titolo di laurea in generale continua a offrire un vantaggio occupazionale rispetto al diploma. Per esempio, secondo ISTAT: tra i 25-64enni, il tasso di occupazione dei laureati è dell’84,3% mentre quello dei diplomati è del 73,3%. A 5 anni dal titolo, i laureati delle aree umanistiche e delle scienze sociali hanno tassi di occupazione significativamente più alti del tasso di occupazione nazionale complessivo (che include non-laureati). Nel Gruppo “Politico-sociale e comunicazione” (scienze sociali/scienze della comunicazione) il tasso di occupazione a 5 anni oscilla tra l’83 e l’84%, mentre il gruppo “Letterario-umanistico” (umanistiche) — ha un tasso di occupazione a 5 anni intorno al 79–80%.


Tanto per avere un’idea, il tasso di occupazione in Italia (15–64 anni) è del 62,5% (valore 2024, media annua / stime ISTAT). Quindi i laureati di queste aree, a 5 anni dal titolo, presentano un tasso di occupazione nettamente superiore al tasso occupazionale nazionale complessivo.

È vero, questo tipo di lauree sono quelle più difficili da convertire in capitale economico e hanno bisogno di molto tempo per restituire un vantaggio competitivo rispetto ad altre lauree, ma anche rispetto ai diplomi. Ma nel lungo periodo il vantaggio economico è evidente.

Inoltre, Ventura dice appunto che abbiamo “una delle percentuali più alte” di laureati in materie umanistiche: la frase è plausibile se interpretata come «la quota dei laureati che scelgono discipline umanistiche/arti è tra le più alte in Europa». I dati OECD/Eurostat confermano che l’Italia ha una composizione dei laureati più orientata verso le scienze umane e sociali rispetto alla media UE/OECD. Se invece l’affermazione fosse interpretata come «l’Italia ha una delle percentuali più alte di popolazione laureata in umanistiche» (ossia share della popolazione totale con laurea in humanites), il confronto cambia e va normalizzato per età e stock di laureati; in quel senso l’Italia non è ai vertici europei per quota complessiva di popolazione laureata in materie umanistiche (anzi è sotto la media UE). Cosa cambia? Molto, perché se è vero che avremmo bisogno di più laureati STEM abbiamo bisogno di più laureati in generale, anche nelle humanities. In numeri assoluti, abbiamo meno laureati in humanities degli altri paesi europei. Se ci fossero politiche culturali adeguate, e se il tasso dei laureati aumentasse, aumenterebbe anche la domanda di “cultura” e le professioni ad essa legata. Questo approccio “keynesiano” è limitato, lo riconosco, perché il sentimento di disagio tra il ceto medio intellettuale è presente anche nei paesi europei dove la media dei laureati è più alta, dove le politiche culturali sono più strategiche e più consistenti, e dove c’è più domanda di cultura. Questa crisi ben identificata da Ventura ha radici profonde e soluzioni complesse, ma l’analisi malthusiana delle cause e delle soluzioni che propone Ventura è un po’ troppo semplicistica.

Proseguendo nella lettura, ho apprezzato anche il quinto capitolo, soprattutto quando verso la fine affronta l’impronta ecologica delle aspirazioni alla realizzazione di sé della classe media.

Per tutta la durata della lettura però, finché non sono arrivato all’ultimo capitolo, cercavo di capire dove l’autore sarebbe andato a parare: perché la dissezione del cadavere del ceto medio occidentale e delle sue aspirazioni è stata fin qui brillante e convincente, ma le conclusioni che possiamo tirare da questa analisi possono finire facilmente in territori reazionari. Eppure, fino alla fine, Ventura non svela, mi sembra, la sua posizione, o non mostra di averne una. E anche questo è un elemento che mi ha appassionato nella lettura, come se stessi leggendo un giallo.

Bisogna attendere l’ultimo capitolo per comprendere quali sono secondo lui le conseguenze e le vie d’uscita da questa crisi che ha fotografato così bene. Ventura propone con ironia un “downshifting” delle aspettative, una specie di “decrescita infelice” che però sfugge a facili critiche di conservatorismo. Infatti sostiene che “il downshifting di cui abbiamo bisogno non significa promuovere il ritorno alla scarsità premoderna o a una presunta società tradizionale con tutte le sue ingiustizie e le sue disfunzioni, ma idealmente progettare forme nuove, non esclusive, adattive, fondate sulla cooperazione invece che sulla competizione”, oltre che ad avere bisogno di “restituire dignità ai lavori manuali e di cura, che restano fondamentali in ogni società”. Ventura riconosce anche che una società più “giusta” alla Piketty permetterebbe una maggiore democratizzazione dell’autonomia progettuale, ma la proposta di un’agenda, diciamo, vagamente progressista per uscire da quella che definisce la miseria dell’abbondanza, finisce qui, in queste poche parole che vi ho citato.


L’ultimo capitolo, per me, rappresenta una delusione rilevante e un’occasione persa per provare anche solo a immaginare difficili scenari di cambiamento di questo squilibrio delle aspettative di realizzazione di sé. La risposta di Ventura a questa crisi è di tipo crepuscolare, e in fondo in fondo conservatrice. Perché crepuscolare? Perché Ventura non riesce ad immaginare nient’altro che un lento ed inesorabile declino della classe media, costretta a sopportare con eleganza la propria infelicità. Anzi, verso la fine sostiene che l’unica strategia possibile è quella di accettare la “livslogn” parola nordica che significa “menzogna vitale” e che Ibsen usa per indicare il “mito, illusione, religione…”

Una società più “giusta” alla Piketty permetterebbe una maggiore democratizzazione dell’autonomia progettuale, ma la proposta di un’agenda, diciamo, vagamente progressista per uscire da quella che definisce la miseria dell’abbondanza, finisce qui

Sostanzialmente, Ventura ci invita ad ingoiare la nostra infelicità con l’eleganza dei nobili decaduti, trovando una menzogna, un’illusione qualsiasi che possa renderci sostenibile la frustrazione della vita quotidiana. Questa scelta è sicuramente più sana per il pianeta, rispetto all’incessante rincorsa alla realizzazione delle nostre turbo-aspirazioni, ma è una scelta crepuscolare appunto, che accetta lo status quo come inevitabile. Alla narcosi delle nostre aspirazioni, preferisco immaginare prassi che possano cambiare lo stato delle cose. Cambiare non per tornare a un mitico passato social-democratico Keynesiano, dove gli investimenti statali stimolano la domanda di consumo e alimentano il modello produttivista della società, ma cambiare per redistribuire la ricchezza tenendo conto dei limiti ambientali.


Non c’è niente di inevitabile in questa infelicità o nell’arresto dei motori di mobilità sociale. So che anche solo dirlo in questo attuale contesto politico suona utopico, ma una politica che investa in sostenibilità ambientale e culturale, invece che in riarmo, nel lungo periodo sposterebbe gli equilibri. Avremmo bisogno di un vero Green new deal e di una green new deal per la cultura. Al malinconico crepuscolo del ceto medio hipster (in quanto storicamente “wannabe”) descritto da Ventura preferisco la visione di decrescita sistemica proposta da Saito Kohei in Il Capitale nell’Antropocene, generativa di un futuro più equamente “felice”.

Inoltre, l’infelicità generata dal fallimento degli smisurati progetti esistenziali del ceto medio si combatte anche e prima di tutto attaccando le diseguaglianze economiche, riducendo prima di tutto lo smisurato stile di vita dei super ricchi e redistribuendo questa ricchezza verso il basso. Non credo alla retorica pseudo-malthusiana che serpeggia tra le righe di Ventura, perché le risorse per creare lavoro buono, anche nelle industrie culturali, ci sarebbero, solo che non sono equamente distribuite. Più redistribuzione, uguale più investimenti nei servizi e una platea più ampia di persone che può permettersi consumi (e aspirazioni) culturali. Non c’è un eccesso di cultura, come sostiene Ventura, anzi, non ce ne è ancora abbastanza.


E poi passiamo al ruolo della “cultura” e del capitale culturale. Qui dovremmo abbracciare le proposte di Justin O’Connor, sulla ridefinizione di cosa sia la cultura: è (anche) un’industria, ma è prima di tutto una infrastruttura di base che tiene insieme la società. Se si investisse pesantemente in questa infrastruttura, non solo nella conversione di ex fabbriche in mega spazi espositivi, si genererebbero posti di lavoro di qualità. Ma l’invito di O’Connor è di considerare la cultura oltre il suo valore economico. E lo stesso dovremmo fare per il capitale culturale: serve solo ad essere convertito in capitale economico e reputazionale? Se è così, è ovvio che non saremo mai felici, anche se laureati e addottorati. Eppure, andare all’università significa costruire una rete sociale di amici e conoscenti che ci spinge fuori dalla nostra zona di comfort, significa acquisire (non sempre) un pensiero critico che fa bene alla tenuta democratica della società, e, se vogliamo guardare alle statistiche, è anche correlato a maggiori aspettative di vita e di salute. Marxianamente, qualcuno direbbe che bisogna riconsiderare il valore d’uso della cultura, e non solo il suo valore di scambio: non credo di essere mai stato così felice come quando studiavo coi miei amici nel giardino di Lettere a Siena, e lo ero perché circondato da persone che mi piacevano e perché studiavo quello che mi piaceva. Non pensavo a come convertire quelle ore spese sui libri in stipendio e reputazione. Certo, ero privilegiato perché potevo studiare. Ma non venivo da una classe media intellettuale urbana e sapevo che avrei dovuto subito trovarmi un lavoro dopo la laurea per mantenermi da solo. Di sicuro si vive più felici quando si apprezza il valore d’uso delle cose, piuttosto che il suo valore di scambio. Ma questa rivoluzione di prospettiva non può essere scaricata solo sull’individuo: devi imparare a farti piacere quello che fai.


Qui ha ragione Ventura quando dice che dovremmo riconsiderare il valore delle professioni di cura, o di altre professioni intellettuali oggi deprezzate, come l’insegnante di scuola. Andare ad insegnare a scuola con un dottorato non è una sconfitta e un declassamento, ma un bellissimo lavoro, umanamente molto più soddisfacente del creare slogan per agenzie di comunicazione. Il problema di questo ragionamento è che, spesso, questi lavori sono davvero maltrattati, pagati male e offrono condizioni materiali di vita davvero frustranti. È per questo che alla crisi evidenziata da Ventura non si può rispondere con una semplice rivoluzione individuale nella ricerca di ciò che davvero conta nella vita, ma servono svolte sistemiche, che rendano più apprezzabili e sopportabili professioni oggi ingiustamente svalutate.

Insomma, alla fine, dall’orizzonte di Ventura sembra mancare una politica delle classi disagiate. C’è la teoria, ma non c’è la prassi. Forse anche la prassi che qui ho superficialmente abbozzato è un’ulteriore forma di nobile menzogna, ma almeno tiene viva l’ipotesi e la speranza del cambiamento sociale per i più, unico tratto distintivo di una politica realmente progressista.

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