Il 25 maggio 2026, nell'Aula del Sinodo in Vaticano, Christopher Olah era seduto non lontano da Papa Leone XIV. Olah è uno dei cofondatori di Anthropic, l'azienda che produce alcuni dei sistemi di intelligenza artificiale generativa più potenti al mondo; è anche, per chiunque abbia seguito gli ultimi anni della politica dell'IA, uno degli architetti di quella concentrazione oligopolistica del potere tecnologico che quella stessa mattina il Papa aveva appena finito di denunciare nella sua prima enciclica. Leone XIV lo ha ringraziato pubblicamente, dicendo che la Chiesa accetta "il vostro invito a camminare insieme" verso "un nuovo percorso per l'umanità". La fotografia di quel tavolo è, a mio avviso, il documento più importante prodotto quella mattina. L'enciclica è il secondo.
Ho letto la Magnifica Humanitas — tutti i 245 paragrafi — con la stessa diffidenza con cui leggo qualunque documento istituzionale che affronta la tecnologia. E devo ammettere che questo documento è, in larga parte, migliore di quanto il mio pregiudizio laico si aspettasse. Migliore di molti report parlamentari europei sull'IA. Migliore della maggior parte dei documenti prodotti dalla sinistra politica italiana sull'argomento. Migliore, sicuramente, di quella letteratura critica sull'intelligenza artificiale che si preoccupa soprattutto che ChatGPT ci renda pigri, superficiali, o minacci la nostra autenticità espressiva.
La potenza e la forza di questa enciclica sta nell’aver giocato di anticipo, sta nella sua urgenza. Sebbene molte delle critiche articolate nell’enciclica fossero già presenti nella letteratura scientifica, che probabilmente ha fornito basi solide per la sua scrittura, e quindi l’enciclica non dica cose “nuove”, è sicuramente un testo potente e lungimirante e incredibilmente “umanista”, che anticipa per spessore e profondità di analisi, la critica laica, civica e di sinistra dell’IA. In sostanza, si è persa un’occasione e la Chiesa si è dimostrata all’avanguardia.
La critica culturale dell'IA che domina il dibattito pubblico italiano — e non solo — è fondamentalmente francofortista: ci rende stupidi, atrofizza il pensiero critico, minaccia la creatività. È una critica che ha i suoi meriti e le sue radici nobili, ma che manca sistematicamente il nodo strutturale del problema. L'IA non è pericolosa perché produce testi mediocri o immagini plastificate. È pericolosa perché è un apparato socio-tecnico costruito, finanziato e controllato da sei o sette aziende private — tutte con sede negli Stati Uniti o in Cina — che attraverso di essa esercitano un potere inedito sulla produzione della conoscenza, sull'organizzazione del lavoro, sui processi democratici e sull'immaginario collettivo globale. Questa distinzione — tra critica culturale e critica dell'economia politica — è la linea di faglia più cruciale.
Ho letto la Magnifica Humanitas con la stessa diffidenza con cui leggo qualunque documento istituzionale che affronta la tecnologia. E devo ammettere che questo documento è, in larga parte, migliore di quanto il mio pregiudizio laico si aspettasse
Leone XIV l'ha capita. O meglio: l'ha fatta propria in un linguaggio teologico che non cambia la sostanza dell'analisi. La tecnologia, scrive nell'enciclica, non è mai neutrale, "perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa". Questa frase potrebbe stare in qualunque manuale di Science and Technology Studies. Sembra di sentire Langdon Winner, nel suo celebre saggio del 1980 sugli artefatti che incorporano la politica. Ed è probabile che a scriverla abbia preso parte il filosofo cattolico Paolo Benanti, che spesso sui giornali ha citato Langdon Winner mentre parlava di etica dell’IA. Il Papa non cita Winner, ovviamente — cita il Vangelo di Neemia e la torre di Babele — ma il punto è lo stesso: gli strumenti tecnici non sono mai semplicemente strumenti. Incorporano relazioni di potere, interessi economici, visioni del mondo. Un algoritmo che decide chi ottiene un prestito, chi viene assunto, chi riceve cure sanitarie prioritarie è una politica travestita da calcolo.
Quello che la sinistra italiana ha prodotto in questi anni sull'IA è, con poche eccezioni, o una difesa d'ufficio dell'innovazione ("dobbiamo cavalcare la transizione digitale", sinistra riformista) o una critica umanistica dei suoi effetti culturali (sinistra “critica”). La questione del potere — chi lo detiene, chi ne beneficia, chi ne paga il costo — è rimasta ai margini. Il Papa invece non l'ha lasciata ai margini. Ha scritto esplicitamente di "controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici", capace di "orientare sottilmente i comportamenti" e di "riscrivere la storia umana". Ha applicato il principio cattolico della "destinazione universale dei beni" — uno dei cardini della dottrina sociale della Chiesa — a dati, algoritmi e piattaforme, sostenendo che anche le nuove ricchezze digitali non possono restare concentrate nelle mani di pochi. Ha denunciato un'economia digitale che si regge "sullo sfruttamento silenzioso di milioni di esseri umani", con una citazione esplicita dei lavoratori che etichettano dati e moderano contenuti in condizioni precarie, spesso nei paesi del Sud globale, per salari minimi. Ha nominato l'estrazione di materie prime che rende possibile l'hardware. Ha menzionato l'impatto ambientale — energia, acqua, emissioni di CO₂ — dei sistemi digitali e dell'IA.
È un'agenda critica che copre esattamente i punti ciechi della sinistra laica.
Detto questo, torniamo alla fotografia di Olah al tavolo con il Papa.
Il problema non è che Leone XIV abbia invitato un cofondatore di Anthropic alla presentazione del documento. Il dialogo con chi costruisce queste tecnologie è necessario, e sarebbe ingenuo pensare il contrario. Il problema è cosa quella presenza performativamente comunica, e cosa strutturalmente produce. La Rerum novarum del 1891 — il documento a cui questa enciclica si richiama esplicitamente, firmata nel giorno del suo 135° anniversario — non fu presentata con i padroni delle manifatture tessili al tavolo. Fu scritta contro una configurazione di potere, non con essa. Quando Leone XIV dice a Olah che la Chiesa accetta il suo "invito a camminare insieme", consegna involontariamente al cofondatore di Anthropic una legittimazione che nessun documento di etica aziendale potrebbe acquistare. Anthropic, ricordiamolo, è l'azienda che ha ricevuto miliardi di investimenti da Google e da Amazon; è quotata per decine di miliardi di dollari; è al centro di quella concentrazione oligopolistica che il Papa denuncia nei paragrafi precedenti alla conferenza stampa in cui ringrazia il suo fondatore.
Il Papa ha scritto esplicitamente di "controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici", capace di "orientare sottilmente i comportamenti" e di "riscrivere la storia umana"
Questo non invalida l'analisi dell'enciclica, ma ne segnala il limite politico: Leone XIV vede il problema, lo nomina con precisione sorprendente, e poi non trae le conseguenze strutturali che quella visione richiederebbe. Il documento chiede regolazione, trasparenza, governance pubblica più forte, regole internazionali. Sono obiettivi condivisibili. Ma la regolazione non è la stessa cosa della trasformazione. Regolare un oligopolio lascia intatto l'oligopolio o al massimo lo rende un po’ più umano. E tutta la storia della regolazione delle piattaforme digitali — dal GDPR all'AI Act europeo — ci dice che le grandi aziende tecnologiche sono straordinariamente capaci di assorbire la regolazione, trasformarla in costo fisso e proseguire indisturbate. Questo è il limite che un'analisi di economia politica non può eludere: se il problema è strutturale — se è il modello capitalista di sviluppo dell'IA a generare concentrazione di potere, sfruttamento della forza lavoro, estrattivismo ambientale — allora la soluzione non può essere solo etica o regolatoria. Deve essere strutturale.
Qui l'enciclica si ferma. E qui, paradossalmente, un laico ha qualcosa da aggiungere.
La Magnifica Humanitas menziona l'impatto ambientale dell'IA, ma lo fa di passaggio, senza farne un argomento centrale. Eppure i numeri sono di una gravità tale che nessuna riflessione seria sull'IA può permettersi di accantonarli. I data center che fanno girare i modelli linguistici di ultima generazione consumano quantità di energia e acqua che le proiezioni indicano come incompatibili con qualunque obiettivo serio di riduzione delle emissioni. L'addestramento di un singolo modello di grandi dimensioni può produrre emissioni di CO₂ comparabili a quelle generate da cinque automobili nel corso della loro intera vita utile. Il boom dell'IA generativa coincide, non casualmente, con un rallentamento nelle traiettorie di decarbonizzazione di aziende come Microsoft e Google, che hanno rivisto al rialzo i propri obiettivi di emissione dopo l'esplosione della domanda computazionale. Leone XIV è il papa che ha ereditato la Laudato si' di Francesco — il documento che ha introdotto il concetto di "ecologia integrale", la crisi ambientale come dimensione interna alla crisi socio-economica contemporanea. Nella Magnifica Humanitas, quell'eredità è presente ma non sviluppata. L'enciclica torna a un orizzonte antropocentrico — la "custodia della persona umana" — che la Laudato si' aveva cominciato a superare. Questa è una regressione, non rispetto al Vangelo, ma rispetto alla migliore tradizione del magistero recente.
Se il problema è strutturale — se è il modello capitalista di sviluppo dell'IA a generare concentrazione di potere, sfruttamento della forza lavoro, estrattivismo ambientale — allora la soluzione non può essere solo etica o regolatoria. Deve essere strutturale
E poi c'è la questione dei lavoratori invisibili della filiera dell'IA, che l'enciclica nomina ma non mette al centro dell'argomentazione. I data annotators nelle Filippine, in Kenya, in India che a uno o due dollari l'ora guardano contenuti violenti e traumatici per addestrare i modelli a non produrli. I minatori di cobalto e coltan in Congo, la cui estrazione rende possibile l'hardware su cui questi sistemi girano. I gig workers delle piattaforme logistiche e di delivery, il cui lavoro è ottimizzato da algoritmi che decidono percorsi, ritmi, valutazioni e licenziamenti. Sono esattamente i "milioni di esseri umani" sfruttati in silenzio di cui parla l'enciclica. Ma un'analisi che voglia essere all'altezza della struttura del problema deve mostrare come questi lavoratori siano sistemicamente invisibilizzati: non per negligenza, ma perché la loro invisibilità è funzionale al modello. L'IA generativa si presenta come prodotto dell'ingegno di pochi scienziati brillanti nelle università americane; la sua infrastruttura di lavoro vivo — il lavoro di annotazione, moderazione, etichettatura, estrazione — è geograficamente e narrativamente separata dal prodotto finale. È questa separazione che il pensiero critico deve smontare, non limitarsi a denunciare.
Arrivo, allora, alla domanda che mi sembra più urgente. Se il problema è strutturale, qual è la proposta strutturale?
La regolazione è necessaria, ma insufficiente. Quello che manca nel dibattito pubblico — e che l'enciclica, fermandosi alla soglia della regolazione, non fornisce — è una riflessione sulle forme alternative di sviluppo e proprietà dei sistemi di IA. Esistono, e vale la pena nominarle con precisione, perché il dibattito tende ad esibirle come utopie quando sono, in molti casi, pratiche già in corso.
La prima è quella dell'IA come servizio pubblico: sistemi sviluppati e mantenuti da istituzioni pubbliche, con finanziamento pubblico, accessibili a costo zero o minimo, e sottoposti a scrutinio democratico. Alcuni paesi stanno cominciando a esplorare questa strada — la Francia con il suo investimento in Mistral, seppur in forma ibrida e discutibile, segnala che la domanda esiste. Ma l'IA pubblica richiede non solo investimento, ma governance: chi decide le priorità di sviluppo, chi controlla i bias, chi ha accesso ai dati di addestramento, chi risponde quando il sistema produce danni? Queste sono domande di democrazia, non di ingegneria.
L'IA generativa si presenta come prodotto dell'ingegno di pochi scienziati brillanti nelle università americane; la sua infrastruttura di lavoro vivo — il lavoro di annotazione, moderazione, etichettatura, estrazione — è geograficamente e narrativamente separata dal prodotto finale
La seconda è quella dei dataset e delle infrastrutture come beni comuni digitali. I modelli linguistici vengono addestrati su testi, immagini, suoni prodotti da milioni di persone nel corso di decenni — scrittori, giornalisti, artisti, ricercatori, utenti ordinari — senza che questi abbiano mai acconsentito all'uso dei propri contenuti a fini commerciali e senza che ne ricevano alcuna parte del valore generato. È la più grande operazione di enclosure della storia: la privatizzazione di un commons cognitivo collettivo. Costruire dataset come beni comuni — accessibili, governati collettivamente, riusabili gratuitamente per scopi non commerciali — è una proposta concreta. Richiede strumenti giuridici e politici che esistono o possono essere costruiti.
La terza è quella dei modelli cooperativi e civici, o, se volete, di sovranità digitale di tipo popolare e non “nazionalista”: organizzazioni non profit, cooperative di lavoratori, istituzioni universitarie che sviluppano sistemi di IA aperti, verificabili, modificabili. Il movimento dell'open source ha dimostrato che software di qualità professionale può essere prodotto fuori dalla logica del profitto. Non c'è ragione di principio per cui questo non valga per i sistemi di IA — ci sono ragioni politiche, economiche e di potere, che però sono esattamente il campo su cui la critica deve agire.
La quarta — la più difficile e la più necessaria — è quella di una filiera produttiva dell'IA sottoposta a scrutinio collettivo e periodico: dalle condizioni di lavoro dei data annotators alle emissioni dei data center, dall'origine delle materie prime all'impatto sui mercati del lavoro locali. Una sorta di bilancio di sostenibilità sociale e ambientale obbligatorio, non volontario, verificato da soggetti indipendenti e accessibile al pubblico.
Nessuna di queste proposte è nell'enciclica. Leone XIV chiede che i dati non restino concentrati nelle mani di pochi, che l'IA sia orientata al bene comune, che la governance sia più partecipata. Sono princìpi giusti. Ma un principio senza struttura è un augurio. E la storia della regolazione delle tecnologie digitali ci ha insegnato che gli auguri non frenano i processi di accumulazione. Come attenuante, possiamo dire che le encicliche non sono disegnidi legge, devono indirizzare il dibattito, non fornire soluzioni. Questo è pur vero, però i principi per un’IA più etica e sostenibile rischiano di perdere forza se non si indica chiaramente cosa deve materialmente cambiare per poterli implementare. E qui l’enciclica è debole: c’è un'assenza enorme nel documento che vale la pena segnalare con precisione, perché non è accidentale: la parola "capitalismo" non compare mai nella Magnifica Humanitas. Non una volta. E non compariva nemmeno nella Rerum novarum del 1891: almeno in quel caso Leone XIII usava "capitalisti" e "capitale" come fattore di produzione, ma il sistema restava innominato allora come adesso. In 135 anni di dottrina sociale, la Chiesa ha costruito una critica articolata e talvolta puntuale degli effetti del capitalismo — lo sfruttamento, la concentrazione del potere, la logica del profitto — senza mai nominare il sistema che quegli effetti produce. Non credo si tratti solo di ingenuità o paura di sembrare troppo marxisti (forse nel 1891, chissà, ma oggi? Forse chiediamo troppo a un papa che non ha niente a che fare con la teologia della liberazione?). È una scelta strutturale che consente alla Chiesa di criticare il capitalismo senza mettere in discussione il capitalismo: di denunciare i padroni senza toccare la proprietà privata dei mezzi di produzione, di invocare il bene comune senza scalfire l'ordine economico che quel bene sistematicamente produce come eccezione. È il limite che la dottrina sociale porta con sé da sempre, e che la Magnifica Humanitas eredita intatto.
I modelli linguistici vengono addestrati su testi, immagini, suoni prodotti da milioni di persone nel corso di decenni senza che questi abbiano mai acconsentito all'uso dei propri contenuti a fini commerciali e senza che ne ricevano alcuna parte del valore generato
D’altronde la fotografia di Olah al tavolo del Papa sostanzia questa contraddizione. C'è qualcosa di sinceramente commovente in quella scena, se la si guarda con una certa distanza. Un pontefice che ha capito la dimensione strutturale del problema, che ha letto gli STS, che ha applicato la dottrina sociale della Chiesa a un oggetto che avrebbe potuto liquidare in modi molto più comodi; e davanti a lui, uno degli uomini che ha contribuito a costruire l'apparato socio-tecnico che quella dottrina critica. E la domanda che quella fotografia pone è, in ultima analisi, una domanda politica: il dialogo con il potere cambia il potere, o lo legittima?
La sinistra laica e democratica — quella che avrebbe dovuto produrre questa analisi prima del Vaticano — non ha ancora battuto un colpo e si divide tra apocalittici e integrati, mentre la Chiesa ha imparato la lezione degli STS e ha adottato una visione non più determinista della tecnologia, ma socio-tecnica. C’è ancora spazio però, per affiancare a questa visione socio-tecnica, una più solida visione politico-economica che manca a questa enciclica.