Al termine di uno degli eventi più importanti al mondo per il design contemporaneo, ci si interroga troppo poco su che cosa resta a chi non trova casa, a chi vive nelle periferie lontane dai distretti e a chi sopravvive con lavori precari. Servono riflessioni e pratiche per le altre 53 settimane dell'anno. L'esempio di Civicity, il programma di residenze per designer che progetta a partire dai bisogni e dai desideri di chi vive i quartieri ogni giorno.
È come al solito è passata la Design Week di Milano. Come al solito è stata un’invasione di centinaia di migliaia di persone in pochissimi giorni. Come al solito è stata un turbinare di cifre da capogiro e record infranti. Come al solito è stata una successione frenetica di aperitivi, networking, code, biglietti da visita. Alcune cose, però, sono state molto diverse dal solito.
In parte perché è cambiato il rapporto tra il design e la città. Negli anni ’60 il mercato delle lampade e delle sedie si giocava al Salone del Mobile, dove in pochi padiglioni si addensavano le reti produttive della Brianza e degli altri distretti. Verso l’inizio degli anni ’80 gli studi dei designer sparsi per la città hanno iniziato a organizzare feste, piccole mostre, eventi, aperitivi: è stato l’inizio del Fuorisalone, che si è trasformato progressivamente nella Design Week: un ecosistema complesso fatto di distretti, grandi feste più o meno esclusive, mostre di scuole internazionali e networking globale dei professionisti del settore. Una traiettoria di crescita che per molti anni è sembrata abbastanza lineare.
Foto di copertina di Camilla Morino
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