Questo testo è un estratto da Che cos’è l’ecosofia (Ortothes, 2025), di Félix Guattari.
Gli articoli di questa rubrica sono una serie di estratti da volumi della collana Ecologia Politica di Orthotes Editrice, casa editrice che si occupa prevalentemente di saggistica filosofica. La collana nasce dalla volontà di pensare la crisi ecologica in termini politico-filosofici: crisi della natura, quindi, come interna all’economia, alla società, alla politica. Ecologia politica indaga tutti quei conflitti che parlano una lingua diversa dalla crescita come obiettivo indiscutibile: i conflitti che investono i rapporti socio-ecologici e la resistenza alle strategie politiche neocoloniali di appropriazione e spoliazione, ma anche tutte quelle pratiche sociali che sperimentano forme di riappropriazione della ricchezza sociale e comune. Dalle resistenze contadine e bracciantili a quelle ispirate alle relazioni socio-ecologiche pensate all’interno del pensiero e delle pratiche decoloniali e femministe.
L’essere umano contemporaneo è fondamentalmente deterritorializzato. I suoi territori esistenziali originari – corpo, spazio domestico, clan, culto – non sono più ancorati a un suolo immutabile, ma si aggrappano ormai a un mondo di rappresentazioni precarie e in perenne movimento. I giovani che camminano con i walkman attaccati alle orecchie sono abitati da ritornelli prodotti lontano, molto lontano dalla loro terra natale.
La loro terra natale, d’altronde, cosa potrebbe mai significare per loro? Di certo il luogo in cui riposano i loro antenati, in cui hanno visto la luce e in cui dovranno morire! Non hanno più antenati, sono caduti lì senza sapere perché e scompariranno allo stesso modo! Un codice informatico li “assegna alla residenza” su una traiettoria socio-professionale che programma alcuni per una posizione relativamente privilegiata, altri per una posizione di assistenza. Tutto circola oggi, le musiche, le mode, gli slogan pubblicitari, i gadget, le filiali industriali – eppure tutto sembra rimanere al suo posto, tanto le differenze si sfumano tra gli stati di cose fabbricati e all’interno di spazi standardizzati dove tutto è diventato intercambiabile.
I turisti compiono viaggi quasi immobili trasportati negli stessi pullman, nelle stesse cabine d’aereo, nelle stesse camere d’albergo climatizzate, passando davanti a monumenti e paesaggi che hanno già visto centinaia di volte su volantini e schermi televisivi. La soggettività si trova così minacciata di pietrificarsi, perde il gusto della differenza, dell’imprevisto, dell’evento singolare. I game shows televisivi, lo star system nello sport, i varietà e la vita politica agiscono come delle droghe neurolettiche che prevengono l’angoscia al prezzo della sua infantilizzazione, della sua deresponsabilizzazione.
Dobbiamo rimpiangere la perdita dei punti di riferimento stabili di un tempo? Dovremmo augurarci un brusco colpo di arresto della storia, dovremmo accettare come una fatalità il ritorno al nazionalismo, al conservatorismo, alla xenofobia, al razzismo e all’integralismo? Il fatto che settori significativi dell’opinione pubblica siano oggi inghiottiti in queste tentazioni non li rende meno illusori o pericolosi. È solo alla condizione che siano forgiare nuove terre transculturali, transnazionali, trasversaliste, e di universi di valori liberati dal fascino del potere territorializzato, che potranno essere liberati degli esiti dall’attuale impasse planetaria.
Non si può sperare di ricomporre una Terra umanamente abitabile senza la reinvenzione delle finalità economiche e produttive
L’umanità e la biosfera hanno parti legate e il futuro dell’una e dell’altra è dipendente dalla meccanosfera che le circonda. Ciò significa che non si può sperare di ricomporre una Terra umanamente abitabile senza la reinvenzione delle finalità economiche e produttive, dei concatenamenti urbani, delle pratiche sociali, culturali, artistiche e mentali. La macchina infernale della crescita economica ciecamente quantitativa, senza alcuna preoccupazione per il suo impatto umano ed ecologico e posta sotto l’egida esclusiva dell’economia del profitto e del neoliberismo, deve lasciare il posto a un nuovo tipo di sviluppo qualitativo, che riabiliti la singolarità e la complessità degli oggetti del desiderio umano. Una tale concatenazione dell’ecologia ambientale, dell’ecologia scientifica, dell’ecologia economica, dell’ecologia urbana e delle ecologie sociale e mentale la chiamo ecosofia, non per inglobare tutti questi approcci ecologici eterogenei in una stessa ideologia totalizzante o totalitaria, ma per indicare, al contrario, la prospettiva di una scelta etico-politica della diversità, del dissenso creativo, della responsabilità verso la differenza e l’alterità.
Ogni segmento di vita, pur rimanendo inserito i phyla transindividuali che lo eccedono, è fondamentalmente colto nella sua unicità. La nascita, la morte, il desiderio, l’amore, il rapporto con il tempo, con il corpo, con le forme viventi e inanimate, richiedono uno sguardo nuovo, pulito, disponibile. Questa soggettività, che lo psicoanalista ed etologo infantile Daniel Stern chiama il “sé emergente”, è qualcosa che dobbiamo rigenerare costantemente. Riconquistare lo sguardo dell’infanzia e della poesia invece dell’ottica arida, cieca della vita, dell’esperto e del tecnocrate.
Non è questione di opporre qui l’utopia di una nuova “Gerusalemme celeste”, come quella dell’Apocalisse, alle dure necessità della nostra epoca, ma instaurare una “Città soggettiva” nel cuore stesso di queste necessità, riorientandone le finalità tecnologiche, scientifiche, economiche, le relazioni internazionali (in particolare tra il Nord e il Sud) e le grandi macchine massmediatiche. Liberarsi dunque da un falso nomadismo che ci lascia sul posto, nel vuoto di una modernità esangue, per accedere alle linee di fuga del desiderio le deterritorializzazioni macchiniche, comunicazionali, estetiche, che ci soddisfano. Creare le condizioni dell’emergenza, in occasione delle istanze del nostro mondo, di un nomadismo esistenziale anche intenso come quello degli indiani dell’America precolombiana o degli aborigeni d’Australia.