Lunedì 22 giugno 2026
Oggi è tutta rigenerazione urbana
 
La fine della città pubblica
Scritto da: Gabriele Bollini

Pubblichiamo una versione scritta dell'intervento di Gabriele Bollini in apertura al panel "La città che vogliamo: nuovi immaginari per nuovi paradigmi" della Terza Assemblea Nazionale del Social Forum dell’Abitare “Non c’è più spazio da perdere: convivere, progettare, agire”, Roma, 4-6 giugno 2026.



Oggi è tutto un "fare rigenerazione urbana": dalle grandi città ai piccoli centri, ogni intervento urbanistico o immobiliare oggi è definito come un intervento di rigenerazione¹.

Posto che ri-generare vuol dire generare di nuovo, dare nuova vita. Rigenerazione urbana richiama l’idea di ri-portare in vita un pezzo della città (assumendo che prima fosse morto o moribondo; il che peraltro è spesso tutt’altro che dimostrato). Quindi, la rigenerazione dovrebbe essere un esito, un obiettivo e, in quanto tale, incerto nel suo raggiungimento. Quello che dovrebbe caratterizzare un intervento come “di rigenerazione” dovrebbe essere quindi il processo che lo contraddistingue e lo rende diverso da un intervento “normale” di ristrutturazione; nel senso che viene progettato, gestito e valutato per il raggiungimento di outcome e impact “intenzionali”, cioè condivisi e decisi ex-ante tramite un’analisi approfondita di interessi e bisogni collettivi della comunità e degli altri stakeholders che abitano, vivono, agiscono nei luoghi interessati. Di sicuro, non è certo una caratteristica che si può dare a priori. Ma oggi è l’operatore immobiliare che decide se un intervento è rigenerante: può auspicarlo, non può garantirlo, però. È l’amministrazione comunale invece che, teoricamente, dovrebbe averne maggior consapevolezza e controllo!!! Soprattutto la rigenerazione ha a che fare con entità vive, cioè le persone, le comunità che abitano (o abiteranno) uno spazio; non solo, quindi, gli edifici. 

La rigenerazione dovrebbe lavorare soprattutto sui contenuti e non solo sui contenitori. Il cambiamento del modo di fruire gli spazi urbani (pubblici o privati che siano) e del loro livello di accessibilità, passa dalla presa in carico sia della dimensione hardware (quella architettonico-urbanistica) sia di quella software (quella sociale e culturale). Se da un lato all’interno dell’hardware non possono solo essere considerati gli “edifici” ma anche i luoghi del quotidiano (strade, verde urbano, piazze, corsi d’acqua, ecc... la città pubblica!!!), dall’altro lato il software fa riferimento alle iniziative di coinvolgimento delle parti interessate, di attivazione sociale e culturale, di comunicazione delle attività e dei loro risultati, di sensibilizzazione sui temi di interesse collettivo, di mediazione fra i differenti interessi particolari a favore dell’interesse collettivo o pubblico: di partecipazione della popolazione, in sostanza.

Soprattutto la rigenerazione ha a che fare con entità vive, cioè le persone, le comunità che abitano (o abiteranno) uno spazio; non solo, quindi, gli edifici

La rigenerazione, quindi, è un processo dagli esiti non completamente prevedibili. I cambiamenti attesi vanno circostanziati: Quale rigenerazione si punta a realizzare? Per chi? Come? Quando? Ecco quindi che l’esplicitazione di una teoria del cambiamento sollecita il riconoscimento dei trade off (scambi) e smaschera la retorica delle operazioni in cui tutti vincono.


Perché non c’è un’unica strada per governare le trasformazioni urbane

La capacità del capitale finanziario di plasmare i processi sociali e organizzativi, a partire da quelli istituzionali, è stato forse il principale fattore di cambiamento della politica delle città degli ultimi decenni. Il capitale finanziario-immobiliare implica rapidità, tempestività, capacità di adattamento; e più questo si fa tendenzialmente transnazionale e più, naturalmente, è definito dalla sua mobilità, o ancora più precisamente, dalla propaganda della sua mobilità e dalla conseguente minaccia di andare altrove. Di fronte a questa situazione (di fatto da sempre) (sebbene in un quadro assai costretto e con capacità d’azione assai limitata) chi “controlla” le amministrazioni locali (chi governa) può percorrere però strade diverse.

La prima è quella di lasciare che la logica di tale capitale sia fattore egemonico di governo sgombrando il campo da quasi qualsiasi mediazione, se non quelle rimovibili solo a condizione di un deciso e risolutivo cambiamento dell’ordine politico (è il motivo per cui le petro-monarchie costituiscono il contesto ideale per il grande capitale finanziario immobiliare).

La seconda, al contrario, è mobilitare le istituzioni locali per fare l’opposto di quanto la mobilità del capitale richiederebbe, ovvero rallentare, selezionare e diversificare. Che significa, essenzialmente, condizionarne e quindi contenderne, l’egemonia: promuovendo discussioni pubbliche al fine di imporre criteri di selezione degli investimenti privati; istituendo contro-poteri istituzionali che possano contrastarne il monopolio dei processi di trasformazione urbana; imponendo forme di forte prelievo pubblico sul valore generato dalle trasformazioni urbanistiche per impiegarlo in investimenti che vadano in direzioni opposte a quelle che la sua logica di accumulazione inevitabilmente preferisce.

La terza e ultima strada consiste nell’impedire loro l’accesso, preservando il monopolio di attori immobiliari di vecchio tipo (quelli che potremmo definire palazzinari, relativamente localizzati e non molto finanziarizzati), o percorrendo strade molto radicali, quali quelle del congelamento di qualsiasi attività edilizia. Questa terza strada può rivelarsi problematica, perché in quanto meramente difensiva può avere effetti distributivi paradossali: avere un sistema immobiliare dominato da palazzinari tradizionali, come è il caso di tante città italiane, non è garanzia di maggiore equità distributiva; e le politiche di decrescita attraverso il congelamento dell’attività edilizia si sono spesso rivelate funzionali alle strategie di preservazione del valore immobiliare e dell’esclusività sociale di città e territori.

La capacità del capitale finanziario di plasmare i processi sociali e organizzativi, a partire da quelli istituzionali, è stato forse il principale fattore di cambiamento della politica delle città degli ultimi decenni

Per questa ragione, storicamente, quando le forze progressiste hanno ottenuto il controllo di amministrazioni locali (il governo della città), hanno solitamente battuto la seconda strada, diversificando il campo degli attori immobiliari in direzione del rafforzamento di attori pubblici e cooperativi, e contrastando i comportamenti speculativi sul mercato attraverso nuove regolazioni. E, attraverso tutto questo, rendendo visibili all’opinione urbana i processi dell’economia immobiliare e quindi i processi di pianificazione, al fine di renderli contendibili. Come si vede, sono queste, strategie eminentemente politiche in quanto “istituenti”, nel senso che intendono modificare il campo degli attori e trasformare gli istituti e le logiche attraverso le quali si realizzano le trasformazioni urbane. Sono quindi strategie che affermano anche un determinato modello di governo, contestualmente a un diverso modello di accumulazione. In altri tempi, questo tipo di strategia sarebbe stata definita riformista, ma oggi sarebbe definita (specie in Italia) con pseudo-concetti quali ideologica o massimalista, circostanza che dà la misura di come si sia ristretto il campo delle opzioni politiche percepite come politicamente accettabili. Mentre, a essere definito riformista, è bizzarramente la scelta della passività politica di fronte al dispiegarsi delle logiche del capitale, piccolo, medio e grande che sia.


È oramai evidente la crisi della città pubblica

È all'inizio degli anni Settanta che l'equilibrio si incrina. Le città crescono, ma crescono anche le disuguaglianze. Il welfare entra in crisi sotto pressioni diverse: economiche, demografiche, culturali. Le ideologie neoliberali ridisegnano il ruolo dello Stato, riducendolo a regolatore del mercato. La città comincia a diventare merce, e non piú diritto. La città pubblica lascia progressivamente spazio alla città mercato. Il cittadino si trasforma via via in consumatore, lo spazio pubblico comincia a diventare una vetrina. Inizia la stagione delle privatizzazioni, della svendita del patrimonio pubblico, della sfiducia nelle istituzioni. La città perde la sua tensione morale: non educa più, non accoglie, non redistribuisce. Diventa la città di chi ha piú soldi, competitiva, scintillante, ma diseguale.

Le città crescono, ma crescono anche le disuguaglianze. Il welfare entra in crisi sotto pressioni diverse: economiche, demografiche, culturali. Le ideologie neoliberali ridisegnano il ruolo dello Stato, riducendolo a regolatore del mercato. La città comincia a diventare merce

Le città si trasformano secondo logiche di competizione globale: attrarre capitali, turisti, eventi. Nasce il marketing urbano, i grandi progetti privati, i partenariati pubblico-privato. Gli spazi pubblici si fanno ibridi: vere e proprie cittadelle commerciali, le piazze privatizzate. Tutto ciò con grande sollievo da parte delle pubbliche amministrazioni, in perenne affanno finanziario, affrancate con gioia dagli oneri relativi alla gestione del decoro e della sicurezza. Che qualcosa sia cambiato nello spazio urbano non è difficile osservarlo. Il pubblico non scompare del tutto, certo, ma si impoverisce: perde autorevolezza, risorse, fiducia. Le idee che muovono la città contemporanea oggi nascono da una logica di rendita e competizione. La città si è sostanzialmente trasformata in una macchina per attrarre capitali, la casa in un prodotto finanziario. Il linguaggio cambia di conseguenza: "valorizzare", "rigenerare", "rendere attrattivo". Parole che suonano seduttive, ma che disvelano un'idea pericolosa, quella che misura il valore solo in termini di profitto. Dietro questa trasformazione si consuma anche una crisi di fiducia nel pubblico. Lo Stato, i Comuni, le istituzioni che un tempo garantivano diritti e servizi oggi appaiono svuotati, deboli, spesso complici delle logiche di mercato. Si è dissolto quel legame invisibile che faceva sentire quell'edificio «la nostra scuola», quel parchetto «di tutti». E con esso si è affermata un'altra cultura urbana: quella del rifugio privato, della sicurezza individuale, del quartiere chiuso. La città finisce cosí per perdere la sua dimensione educativa e democratica per diventare una somma di recinti, chiusi.

Negli ultimi trent'anni, la svendita del patrimonio pubblico (case popolari, scali ferroviari, edifici comunali, ex caserme, giardini) è diventata una pratica ordinaria, salutata come necessaria per dare ossigeno alle casse locali. Questi beni, costruiti con la fiscalità di generazioni, vengono trattati come peso economico invece che capitale civico. Stiamo di fatto svendendo il patrimonio dei nostri padri e delle nostre madri. Dimentichiamo troppo spesso un dettaglio della nostra storia. Che stiamo vivendo ancora di rendita, godendo, oggi, della generosità delle generazioni che ci hanno preceduto: parchi e giardini storici, scuole, ospedali. Non ce ne accorgiamo, perché li diamo per scontati, come succede a molti beni di famiglia: li abbiamo trovati lì, non ne ricordiamo la genesi né la storia, e che sono il frutto delle lotte delle nostre madri e dei nostri padri; che fanno parte del nostro paesaggio quotidiano. Ho imparato dalla storia degli spazi pubblici di questi due secoli che è la forza delle idee, l'intreccio tra i saperi, la convergenza di energie e la spinta del desiderio umano ad aver generato quella forma spaziale, quei quartieri e quei progetti capaci di trasformare lo spazio urbano. 

In conclusione, si sta già chiudendo la parabola positiva che ci ha portati dalla città del potere alla città del welfare? Ci dirigiamo inesorabilmente verso la città mercato? Assistiamo davvero alla fine della città di tutti? O ci sono tracce di reinvenzione e resistenza in forme nuove, che si insinuano tra le crepe della città contemporanea? Forse qualcosa si muove, dopo cinque lustri di fascinazione per il profitto e la rendita. I segnali di stanchezza diffusa e di voglia di azione emergono. E il SFA è l’unica realtà rete di soggetti e realtà locali, che si occupa di affermare un potere di abitare, di affermare il nostro diritto alla casa, alla città, agli spazi pubblici e ai servizi. 



Note


¹ Ho tratto ispirazione da “La valutazione d’impatto delle operazioni di rigenerazione urbana”, Discussion paper, Social Value Italia, 2025, dall’articolo di Alessandro Coppola “Il modello Milano, oltre le inchieste” su Jacobin Italia, 28 luglio 2025, dagli scritti di Bertram Niessen, dal libro “La città è di tutti” di Elena Granata.

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