Venerdì 10 ottobre 2025
Oltre i beni comuni
 
Verso un'architettura del potere condiviso
Dal web

Da anni il lessico dei beni comuni circola con successo nei movimenti, nei dibattiti pubblici, nelle retoriche partecipative. È stato utile: ha permesso di nominare un’opposizione alla privatizzazione dei fondamentali, acqua, parchi, conoscenza, dati, evocando un “noi” generico e inclusivo, utile nella fase simbolica delle mobilitazioni. Ma oggi quello stesso lessico funziona più come copertura emotiva che come strumento operativo. Il comune, inteso come di tutti, scivola troppo facilmente verso il di nessuno: non dice chi decide, chi custodisce, chi contratta. È un concetto che aggrega consensi ma neutralizza la politica. Il rischio è quello di una fruizione indistinta, dove tutto è aperto ma nessuno ha voce. Dove il patrimonio si dissolve nella retorica dell’accesso, mentre i poteri reali,  infrastrutture, capacità di calcolo, capitali, governance, restano saldamente nelle mani di pochi.


Esiste però un’altra tradizione, concreta, giuridicamente definita, capace di attraversare i secoli: la proprietà collettiva. Non un’utopia egualitaria, ma una forma storica di titolarità che distingue tra chi partecipa e chi resta fuori, tra chi ha diritti e chi ha doveri, tra chi è legittimato a decidere e chi deve negoziare. Non dello Stato, non del privato, ma di una comunità definita, con organi deliberativi, statuti, regole d’uso, sanzioni, diritti d’esclusione e obblighi di manutenzione. È la forma giuridica dei domini collettivi, delle terre civiche, dei consorzi agrari, dei pascoli autogovernati, dei boschi in uso consuetudinario. È l’autogoverno che si fa forma, che si dà un confine, che si assume la fatica della responsabilità. Non è nostalgia, ma ingegneria istituzionale, non è romanticismo, ma architettura del potere condiviso. Certo imperfetta ma alla ricerca di un metodo che la migliori.



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