Giovedì 22 gennaio 2026
Partecipazione: Intelligenza collettiva e impatti
 
Immaginare i caratteri speciali del lavoro culturale

Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFareParole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.


La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.


Con questo contributo proseguiamo il percorso attraverso i 12 lemmi che si sono delineati come assi generativi della partecipazione attiva e che ne tracciano la fisionomia essenziale. Leggi l'introduzione al lemma di Bertram Niessen.




Fino a un centinaio d’anni fa la lingua turca si scriveva con i caratteri dell’arabo, e non con l’alfabeto latino con cui si scrive oggi. La scelta di adottare un nuovo alfabeto si portava dietro, oltre a una serie di questioni politiche in cui non ci addentriamo in questa sede, un problema fonologico: bisognava adattare una lingua a un alfabeto che non era nato per servirla. È come indossare un vestito tagliato sulle misure di qualcun altro: c’è da fare un po’ di taglia e cuci. Alcuni suoni della lingua turca non si riuscivano a esprimere efficacemente con il sistema segnico dell’alfabeto latino, e c’è stato quindi bisogno di sviluppare alcuni caratteri speciali: una Ğ, una Ş, una “i” senza puntino per indicare una vocale chiusa che le lingue neolatine non hanno: “ı”.


Anche noi lavoratrici e lavoratori della cultura e del Terzo Settore, quando adottiamo il metodo e l’alfabeto della valutazione d’impatto, scegliamo di operare nel perimetro di un sistema segnico che non è stato disegnato su misura per il nostro lavoro. Perché lo facciamo? Perché adottare questo alfabeto, metricizzando e quantificando tutta una serie di parametri, ci permette di farci leggere con più chiarezza da altri mondi che parlano altre lingue: la finanza, le imprese, la pubblica amministrazione. 


Se vogliamo però che l’alfabeto della valutazione d’impatto esprima con efficacia le complessità e le sfumature del lavoro culturale, dobbiamo inventare i nostri caratteri speciali, dei segni che restituiscano la specificità delle nostre pratiche. Questi caratteri speciali, questi parametri, sono ancora tutti da decidere e discutere e studiare. Il bicchiere mezzo pieno: immaginare i caratteri speciali del lavoro culturale nella valutazione d’impatto non è solo una fatica, è anche l’opportunità di problematizzare un metodo, tagliando e cucendo fino a che non ci calza a pennello. Se immaginiamo nuovi parametri di impatto, se allarghiamo l’orizzonte di cosa si può valutare, l’adozione del nuovo alfabeto può diventare per noi uno strumento di empowerment. Certo, non è un lavoro facile e ci vorrà del tempo. E nel tempo in cui quei caratteri speciali non li abbiamo ancora, siamo esposti ad alcuni rischi.


Uno su tutti: valutare la pratica del lavoro culturale usando “l’alfabeto standard” della valutazione d’impatto significa, banalmente, promuovere la produzione di arte che serve a generare impatto. Sembra una cosa da niente, invece è una potenziale ingerenza nei linguaggi, nella produzione, persino nella poetica della produzione culturale perché, senza caratteri speciali che definiscono cos’è il nostro impatto, i progetti culturali vincenti diventano quelli più efficienti da un punto di vista economico o turistico.

Se vogliamo che l’alfabeto della valutazione d’impatto esprima con efficacia le complessità e le sfumature del lavoro culturale, dobbiamo inventare i nostri caratteri speciali, dei segni che restituiscano la specificità delle nostre pratiche.

Favorire la partecipazione attiva è un lavoro che, se fatto bene, comprende una parte di pratiche che sono necessariamente antieconomiche, perché espongono la collettività all’inatteso. Per la legge della domanda e dell’offerta, l’inatteso è antieconomico: nessuno lo ha chiesto ed è logico che pochi lo comprino. 


L’equazione per cui una cosa è tanto più utile quanto più produce è radicata nella nostra forma mentis: non è un caso se la differenza positiva tra costi e ricavi la chiamiamo “utile”. L’inatteso è allora un inutile, un passivo a bilancio che non ci si può permettere. Ma se nessuno può permettersi di proporre l’inatteso, il tessuto civico delle nostre comunità si disfa: è l’incessante proposta del già-atteso degli algoritmi a causare le echo chambers, il confirmation bias, e alcune delle più preoccupanti minacce ai sistemi democratici. Una produzione culturale che rincorre questa logica dà vita a progetti sterili, incapaci di incidere sul dibattito pubblico e di farsi strumenti di emancipazione civica: in una parola, ornamentali.


E non è solo ciò che non produce a essere considerato inutile: è anche ciò che produce risultati che non sono (ancora) misurabili. Penso, a questo proposito, a un parametro immisurabile che è anche uno dei più urgenti caratteri speciali di cui dobbiamo dotarci: l’intelligenza collettiva. Nei Grundrisse, Marx la chiamava “general intellect”: è la quantità di sapere che si accumula su un territorio e che, un po’ sottotraccia, ne diventa un fattore produttivo. Un ecosistema di competenze comunitarie e territoriali che non sono facilmente formalizzabili, perché il processo avviene senza che nessuno se lo sia dato come obiettivo programmatico. Il Pentagono e l’Università di Stanford stavano solo cercando di sviluppare dei sistemi di sicurezza, non avevano previsto che le competenze generate sul territorio avrebbero dato vita alla Silicon Valley. Il Verrocchio stava solo formando i suoi allievi in bottega, e caso vuole che i suoi allievi fossero un certo Leonardo e un certo Botticelli senza i quali, forse, non ricorderemmo la Firenze del Rinascimento come un miracolo di intelligenza collettiva.


Noi non possiamo permetterci il lusso di lasciare che processi come questi avvengano per caso: ci servono, ne hanno bisogno i nostri territori, e per questo dobbiamo tenerne conto nell’equazione del nostro lavoro. Se l’intelligenza collettiva non viene identificata, valorizzata, riconosciuta come un patrimonio, il più delle volte finisce dispersa. Come possiamo quindi tutelare e nutrire questi legami che, come evidenzia il nostro precedente report, sono caratterizzati “da un basso grado di formalizzazione”? Come mettere a sistema questo capitale “sorprendentemente volatile”, questo fattore informale che produce risultati silenziosi e che nessuno può intestarsi? La questione resta aperta. Non c’è dubbio però che il primo passo sia riconoscere che la questione esiste, darle un nome, assegnarle un carattere speciale: la nostra “i” senza puntino.


Quella “i” senza puntino è la “i” dell’inatteso, uno spazio che la progettazione lascia all’imprevisto. È accettare che, quando si tratta di lavoro culturale, la valutazione d’impatto non dà un risultato esatto, lascia sempre un resto: in quel resto c’è l’intelligenza collettiva, insieme a tante altre cose a cui ancora dobbiamo dare un nome. Di più: dobbiamo affermare che il risultato è esatto solo se lascia un residuo inatteso: una divisione in colonna col resto di due. A volte, quei due sono Leonardo e Botticelli.




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