Parole di partecipazione attiva Una pubblicazione digitale con Fondazione Compagnia di San Paolo
Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFare, Parole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.
La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.
In parallelo ai lemmi curati da diversi autori, pubblichiamo le introduzioni a cura di Bertram Niessen. Questa serie affianca il percorso principale con uno sguardo complementare, capace di ampliare e precisare la costellazione concettuale della partecipazione attiva. Leggi il commento al lemma a cura di Chiara Faggiolani.
“Un progetto fa evolvere non solo i luoghi, ma anche le persone coinvolte”
La diversità e la frammentazione delle politiche, degli strumenti, delle provenienze culturali e delle nature istituzionali dei soggetti che si occupano di partecipazione ha costruito nel tempo una grande ricchezza di esperienze situate e di pratiche relative a gruppi sociali di età diverse.
I partecipanti al percorso hanno evidenziato che la Partecipazione attiva è un campo promettente per costruire programmi quadro di ampio respiro, in grado di costruire sinergie impreviste tra gruppi di età diverse. La domanda è quella di trovare forme di azione che vadano oltre i limiti imposti – necessariamente – dalla stratificazione tradizionale delle politiche pubbliche. Questo anche attraverso l’adozione di prospettive “a cascata”, che permettano cioè di pensare, progettare e gestire percorsi che lavorano con determinati gruppi di età per coinvolgerne contemporaneamente anche altri.
Ci sono processi di Partecipazione attiva che lavorano con la prima infanzia, e quindi anche con i genitori e gli altri membri della famiglia. Così come ci sono percorsi indirizzati prevalentemente alla terza età che possono innescare meccanismi generativi che interessino anche le generazioni più giovani. O progetti rivolti prevalentemente agli studenti universitari che costruiscono invece relazioni con figure più mature che ricoprono posizioni apicali nei mondi del lavoro, della ricerca e della cultura.
È una logica che, da un lato, può rivelarsi efficace per intercettare soggetti in condizioni di marginalità, per i quali la categorizzazione in “target” secondo l’età rischia di costruire delle barriere che riducono le traiettorie di cambiamento possibili. E che, dall’altro, può innescare la sperimentazione di forme di coesione sociale inedite e alleanze impreviste tra organizzazioni e tra organizzazioni e istituzioni.
Forse più di ogni altra categoria, quella dell’intergenerazionalità vede la centralità dei terzi luoghi, degli spazi di prossimità sociale e culturale, delle istituzioni culturali e degli spazi pubblici come abilitatori territoriali di nuove forme di capitale sociale.
Foto di Alex jiang su Unsplash