Giovedì 19 febbraio 2026
Partecipazione: Tempi
 
Praticare la pazienza

Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFareParole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.


La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.


Con questo contributo proseguiamo il percorso attraverso i 12 lemmi che si sono delineati come assi generativi della partecipazione attiva e che ne tracciano la fisionomia essenziale. Leggi l'introduzione al lemma di Bertram Niessen




Da circa vent’anni sperimento metodi e strumenti per la partecipazione accompagnando processi di riflessione e di trasformazione richiesti da organizzazioni, istituzioni e comunità e analizzandone gli esiti in modo che una lettura esterna e non giudicante come quella antropologica possa restituire valore a quelle azioni e fiducia alle persone che le hanno intraprese.


Le diverse occasioni di lavoro in contesti urbani e montani, spesso connotati da marginalità sociale e geografica, hanno contribuito, ciascuna a suo modo, a dare forma a un’antropologia trasformativa, applicata e spesso implicata nei processi di cambiamento. Si è trattato perlopiù di percorsi lunghi, non lineari, i cui esiti hanno dovuto fare i conti con le resistenze che convivono con il desiderio di trasformazione, processi rimodellati dai e con i partecipanti, sorprendenti e mai banali. I tempi lunghi della partecipazione – dati dalla somma non matematica dei tempi di elaborazione di ciascun partecipante uniti a quelli del contesto – richiedono quella che l’antropologo Arjun Appadurai definisce la “pratica della pazienza” ovvero la strategia politica della condivisione, dell’ascolto e della cura dei processi come antidoto contro la retorica dell’emergenza e delle azioni imposte attraverso la violenza, compresa quella istituzionale.


I processi davvero condivisi e partecipativi sono, però, anche faticosi e richiedono un grande investimento di energie intellettuali ed emotive che hanno necessità, di tanto in tanto, di essere rigenerate anche attraverso un tempo diverso che consenta di rallentare il ritmo, di camminare sperimentando il proprio passo, di sentire e di sentirsi, di guardarsi intorno senza fretta e di riappropriarsi di un tempo per sé. Come scrive Vito Teti, infatti, restare non significa “stare fermi”, ma riscoprire il piacere della lentezza e della sosta, ritrovare il gusto dell’attesa e lo stupore per l’inatteso. 


Sperimentando questo passo lento in città, ho riconosciuto nell’ambiente urbano una serie di elementi a cui non avevo mai dato attenzione e ho iniziato a trovare dove meno me l’aspettavo, negli interstizi delle strade e nelle crepe dell’asfalto dei marciapiedi, dei piccoli oggetti con un grande potere evocativo e simbolico: le graffette.

I tempi lunghi della partecipazione richiedono quella che l’antropologo Arjun Appadurai definisce la “pratica della pazienza” come antidoto contro la retorica dell’emergenza e delle azioni imposte attraverso la violenza

Questo incontro inatteso mi ha ricordato che la città può essere vissuta con tempi e modi diversi, che anche i luoghi più familiari possono stupirci se ci prendiamo il tempo per ri-conoscerli e che le graffette possono essere un pretesto, per quanto insolito e divertente, per pensare e dire cose serie sullo spazio e sul tempo in cui viviamo. Come sostiene David Farrier, infatti, stiamo lasciando le nostre tracce dappertutto, una pesante eredità che durerà centinaia di migliaia di anni. Vedere e riflettere sulle tracce che stiamo lasciando è un compito comune che ci lega e ci riconnette alla nostra comune sorte umana e planetaria. 

Le graffette connettono cose, persone, luoghi, ma anche pensieri: sono un vero e proprio “apriscatole mentale” che, concatenando i pensieri, danno nuova forma al reale e consentono di guardare ciò che ci circonda, ma anche noi stessi in maniera inedita. Il groviglio inestricabile delle graffette che ho raccolto nel tempo mi ha riportato agli studi sulla complessità, alle riflessioni di Edgar Morin, ma anche alla sociologia degli interstizi di Giovanni Gasparini che propone di provare a mettere in valore le piccole cose, ciò che solitamente viene trascurato rispetto a ciò che è ritenuto importante. Gli interstizi ci invitano, come fa l’antropologia che è la scienza interstiziale per eccellenza, a rivedere le nostre idee e categorie consolidate, aprendoci alla possibilità dell’alternativa.


L’insieme di graffette, inoltre, richiama la forza della concatenazione e rende visibile il paradigma della complessità per cui l’insieme è più della somma delle singole parti. Ed è proprio questa diversità a creare la bellezza di questo insieme che rimanda al senso dei progetti e dei laboratori partecipativi in cui la creatività e la capacità di cambiare punto di vista, sguardo, postura lavorando insieme sta alla base dell’agire politico, inteso come prendersi cura di persone, relazioni, spazi. Quelle graffette, una diversa dall’altra per forma, dimensione, colore, stato di conservazione – che per molti sono scarti, rifiuti o comunque oggetti dimenticati – sono la metafora di persone di diversa età, provenienza, stato sociale, ruolo, genere che cercano una connessione nella creazione, nel fare insieme, anziché nell’indifferenza reciproca o, peggio, nello scontro tra diversi. Le connessioni tra le graffette, il fatto che siano legate una all’altra richiama un tema centrale della vita umana: l’interdipendenza. Miguel Benasayag ci mette in guardia all’ideologia dell’autonomia che vede nei legami soltanto un sintomo di debolezza suggerendo, al contrario, di pensare e costruire legami solidali creativi.


Il groviglio di graffette che si è creato causalmente nella mia tasca è dunque un’immagine evocativa potente di questa idea di “legami solidali creativi”, casuali e inattesi e per questo ancora più stupefacenti. L’innovazione non necessariamente travolge e stravolge, ma può partire da un modo nuovo di organizzare gli elementi che abbiamo a disposizione. È un atteggiamento ancor prima che un’azione. Io stessa, impaziente, non ho sempre accettato l’idea che il cambiamento potesse avvenire in maniera graduale, in modo incrementale anziché radicale. Invece, è proprio attraverso i piccoli gesti di cura e di attenzione che le persone si accorgono, senza spaventarsi, che le cose possono cambiare e che loro stessi possono fare ciò che non immaginavano possibile. È tutta questione di allenare la pazienza insieme all’immaginazione e alle aspirazioni. E come ci ricorda Appadurai sono le aspirazioni che nutrono la democrazia profonda, ovvero quella capacità collettiva che si esprime nelle pratiche quotidiane della condivisione delle informazioni, dei problemi ma anche delle soluzioni, del fare insieme e della fiducia: tutti processi che richiedono tempo, ma che portano a politiche condivise e a scelte sostenibili nel lungo periodo.




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