Venerdì 01 dicembre 2017
Borgata, periferia. Roma ha troppe case
 
Scritto da: Christian Raimo
Perché esplodono le strade, perché si graffiano? La periferia non è più solo l'ammasso di borgate, quelle studiate, o ricordate, Pasolini, Ferrarotti, studi di settore, divisione in lotti, l'edilizia popolare; c'è invece una guardiola con passaggio a livello, polizia condominiale, ringhiere di ferro, l'intera vita sociale con regolamento interno, nessun esercizio commerciale, l'olgiatizzazione dello spazio, le villettopoli, le gated communities: cosa resta dello sprawl urbano? Il modello Roma veltroniano è la piazza vuota la domenica: scorgi dietro i cancelli la gente morta o viva come tre milioni di gatti di schroedinger, cavie di Petroselli sottoposte a esperimenti medici.   L'unificazione urbana è avvenuta nel frattempo, come un tumore che si associa alle metastasi, i borgatari che si avvicinano ai borghesi, le borgate al centro: il risultato degli eredi del Pci negli anni del duemila è la città del consumo, totale, definitiva. Trentasei centri commerciali in diciannove centralità: i palazzinari hanno comprato gli spazi e i giorni, i palazzinari sono ora i santi dei nuovi calendari, come le famiglie dei papi nel barocco, Torlonia, Barberini: gli Scarpellini, i Toti, i Parnasi, i Caltagirone, l'amichevole segregazione di Ponte di Nona, la città regalata ai costruttori e al “pianificar facendo”: appartamenti a Porta di Roma che erano uffici cambiati di destinazione d'uso perché Mezzaroma previdente aveva fatto i tetti troppo bassi, la speculazione immobiliare come vocazione per chi esce dall'istruzione superiore. Costruisci o muori. Milleduecento zingari a via di Salone. I campi rom come modello di integrazione. Parco Leonardo come idea di città. Caltagirone lo presenta così: «un articolato intervento di sviluppo edilizio riconducibile a un sistema integrato che comprende le funzioni residenziale, commerciale, direzionale e di intrattenimento. Il concetto di città del futuro inteso come premessa di uno stile di vita atto a superare le molte contraddizioni di una metropoli come Roma, che si è evoluta senza risolvere i problemi». Le vie del Signore sono piccole, strette, senza manutenzione, e accanto alla “città del futuro”, il Cie: la reclusione in gabbie nascoste, recintate e tenute tra loro da una tessitura di ferro saldata a pezzi di caserme che galleggiano sulla Portuense: il centro commerciale più grande d'Europa e il centro di identificazione ed espulsione più grande del pianeta. Dal 1999 tutto in funzione, senza scale mobili, con le colonne di ferro che arrivano a sei metri d'altezza, ogni tanto un migrante si cuce la bocca, come fosse un rito antico da tramandare a una nuova comunità.   Se fuori c'è la guerra, immaginata o vera, la città diventerà la patria dei campi e dei divieti, parcheggi a pagamento, zone transennate, telecamere a circuito chiuso: nel medioevo prossimo venturo, un nuovo incastellamento, consorzi, condomìni, Marco Simone, Torre Gaia, tessere elettroniche per entrare e uscire, codici al citofono: la postmetropoli è fatta di appartenenze, se l'ordine è per il nichilismo un terreno fertile che esso rimodella per i propri fini.   E il centro è un centro commerciale solo più distante, impossibile arrivarci, alieno, remoto, stancante, scomodo rispetto ai competitori periferici pieni di sterminati parcheggi multipiano, ikee platoniche, meraviglie postumane. Il modello Roma trova nel campo culturale la sua espressione pura per la gestione del potere, nel quindicennio bettinian-lettiano, la pax veltroniana ha una faccia doppia: quella dura addomestica il conflitto sociale, quella liquida confonde la città, in un vortice di fondali che cambiano a tutta velocità, notte bianche, Nuvole, feste del cinema, tappeti rossi con le gomme appiccicate. Smaltito l'incantesimo, a terra resta una colata di cemento di settanta milioni di metri cubi, il potere dell'inferno, una foresta di soli lupi che hanno finito le prede e sono pronti per sbranarsi. E intorno, lontano dalle strisce blu, la colonia che la città fa di se stessa, la guerra civile permanente, desocializzazione, enclavi, consumo come unica chance dell'esistente, e il territorio come pratica di libertà estrema: cittadini che non chiedono diritti, ma anomia, pura libertà senza impedimenti: sterminata, hobbesiana, inguarita, periferia urbana.   Il sistema politico, centrosinistra in testa, l'ha pensata sempre come un problema di ordine economico (disoccupazione) o pubblico (devianza) o assistenziale (marginalità), gli ha dato questo nome orwelliano: nuove centralità. Eppure in questi agglomerati, che deridono l'idea di novità, come edere che strisciano sui roveri millenari, singoli individui di classi eterogenee hanno preso l'unico pezzo rimasto; il diritto alla città come la fame. Perché lo spazio è cibo, è un mezzo di produzione, e la gerarchia degli spazi corrisponde a quella dei rapporti di produzione. Lo spazio crea plusvalore: l'aria il suolo anche la luce o la monnezza sono forze produttive e prodotti. Tutto fa, tutto produce, persino la distanza tra i luoghi, i rapporti tra centro e periferia studiati nei convegni di urbanistica sono un prodotto da piazzare quando hai finito di smerciare i loft riattati del centro, le case popolari riscattate, il rendering della riqualificazione, l'urbanistica ancella del formalismo degli architetti, che si vendono a chi li chiama a ratificare scelte più grandi prese in altre sedi: quest'urbanistica, espropriata – come una terra dell'Inghilterra del settecento dai levellers – del suo carattere riformista: diventata pura tecnica gestita dagli esperti; il dieci per cento di diritti di agenzia come professione politica, un marchio per garantire la riuscita dell'evento.   Si sa, Roma è una città con troppe case, palazzi e palazzine, condomìni ripittati, rigriffati dalla street art, ristrutturati, raccolti in un dossier di qualche ex addetto all'edilizia sociale che si è riconvertito alla negoziazione immobiliare, investimenti per le banche, in crisi creativa da finanza creativa, appartamenti e stanze mantenute vuote per pompare la domanda e tenere la città eterna in eterna emergenza abitativa. Sfrattati in auto da fè o nude proprietà e airbnb: speculazione su di sé, la propria vita messa a valore, il proprio spazio, la speculazione degli affitti dei lumpenproletari che si credono ceto medio impoverito; dato che i vecchi ammontano a un terzo della popolazione, va elemosinata una stanza a casa dei nonni, scommettendo su una morte da infarto per potersi permettere un morbido ritorno dall'Erasmus.   Oppure, puoi sperare che nelle strisce delle terre di nessuno, fra due posti di controllo, ci sia sempre una zona di promesse, desideri che non somigliano a se stessi ma a progetti: sulla direttrice Tiburtina, prima di Guidonia, le occupazioni dei movimenti che non dicono soltanto diritto alla casa e all'abitare, ma santa pace, sò stanco, do cazzo annamo, prenni na birretta al bengalino all'angolo, la vita nella forma che ora non c'è ma verrà; insieme ad altro, i movimenti, quelli dei sindacati sicobas, ubs, indipendenti: il territorio che ritorna un luogo, un posto del calore. Riempire lo spazio urbano, colmare il vuoto con le lotte, lotte per la casa e lotte per le condizioni di lavoro: relazione tra persone, legame con il territorio, Roma.
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