Come si alimenta la riproduzione sociale? Attraverso quali meccanismi è possibile garantire le condizioni di libertà e autonomia per (ri)avviare processi e non solo forme di “cooperazione sociale” dai quali scaturisce una ricchezza cognitivo – culturale oggi estratta e “capitalizzata” e invece da reinvestire secondo criteri di condivisione? Le risposte sono da ricercare soprattutto sul versante delle policy, cioè del design dei dispositivi, a fronte di politics imbrigliate in confronti veteroideologici, in particolare rispetto a rapporti di forza tra istituzioni pubbliche e private rappresentate in forma ipersemplificata come stato vs mercato e con il terzo settore in posizione residuale e transitoria.
Pubblichiamo un estratto dagli Atti della Tavola Rotonda di CommonFare. Un blocco in termini di “creatività istituzionale” che nel campo del welfare ha lasciato mano libera a interventi di natura tecnocratica e aziendalista. Negli ultimi anni, il riformismo nel welfare è stato degradato a “efficientamento”, limitando la capacità di risposta e di innovazione a fronte di una domanda che cresce in termini quantitativi. Ma emergono innovazioni sociali sempre meno puntiformi: driver di trasformazione che alimentano un nuovo ciclo di vita della riproduzione sociale. I changemakers ridefiniscono gli assetti di protezione sociale contaminandosi nei luoghi del lavoro, dell’abitare, della cultura, dello sport. L’impatto della loro attività è di natura paradigmatica perché ridefinisce il modo in cui si costruiscono e gestiscono le relazioni e le organizzazioni.
Una visione sistemica dove i meccanismi della redistribuzione pubblica, dello scambio di mercato e della reciprocità informale vengono ricombinati grazie a modelli neo mutualistici posti a governo di sistemi socio tecnici (piattaforme, monete complementari, social network). Il primo driver consiste nella disintermediazione della società civile ad opera di soggettività come i “volontari postmoderni” (si pensi a Expo Milano) o i nuovi cittadini attivi impegnati nella cura di beni comuni urbani. Il secondo percorso è la reintermediazione del consumo “buono, pulito e giusto” nei circuiti mainstream, superando la nicchia pionieristica di GAS e produttori bio. Il terzo driver vede l'affermazione di nuovi modelli imprenditoriali come piattaforme capaci di abilitare scambi decentrati e community building. Il quarto percorso è rappresentato dalla progressiva affermazione delle politiche di coesione sociale nei settori primario e secondario, coinvolgendo imprese che sperimentano nuove value chains grazie anche a strumenti come la società benefit.
In primo luogo, si evidenzia la rottura definitiva tra meccanismi di produzione del valore e modelli di organizzazione sociale. Le forme dello scambio si ibridano in sistemi relazionali interconnessi. Una soluzione risiede nell’adozione di un diverso approccio ai commons: infrastrutture la cui cura abilita la produzione di beni sussidiari alla reciprocità. In secondo luogo, il mutualismo evolve verso il design delle soluzioni per comunità composite e artificiali, misurandosi in termini d’impatto sul contesto socioeconomico. I modelli di business si focalizzano sulla sleeping asset economy, valorizzando risorse dormienti per generare inclusione. Infine, il welfare supera il trade-off tra economia e protezione sociale, assumendo il ruolo di integratore. Il commonfare rappresenta il fattore che legittima assetti di governance orientati alla condivisione di capitale cognitivo. In questo spazio operano i commoners, figure capaci di bilanciare interesse individuale e collettivo attraverso un approccio sistemico e metodologie progettuali aperte.
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