Mercoledì 24 agosto 2022
A settembre faremo i conti con il disincanto.
 
L'innovazione culturale e sociale sta segnando il passo?

Sarà che il tempo passa, sia per me che per le organizzazioni che mi capita più spesso di incontrare, ma nel grande e variegato campo del sociale, monopolizzato dal terzo settore e arricchito da un sottobosco sempre più folto di altri attori che emergono dall’informale ma che scaturiscono anche dalla sfera pubblica e dall’economia capitalistica, mi sembra di notare un crescente disincanto rispetto all’innovazione e alla dimensione più radicale del cambiamento. È una situazione un po’ paradossale perché invece la narrazione dominante, non a caso spesso sostenuta da soggetti periferici o esterni, spinge molto sulla capacità di questi attori di contribuire a cambiamenti strutturali, sistemici, profondi.


Io stesso contribuisco a questa narrazione che effettivamente funziona in contesti engagé dove pullulano innovatori e change-maker seriali spalleggiati da ecosistemi a trazione filantropico-finanziaria e attrezzati con infrastrutture di accompagnamento riviste e corrette in chiave impact. Penso che questo movimento vada ulteriormente rafforzato e controbilanciato riportando dentro quella componente disincantata composta in gran parte di organizzazioni del terzo settore, di medie dimensioni, di natura imprenditoriale e aggregate in reti locali e nazionali. Proprio lei, quella che fino a qualche anno fa era l’avanguardia che dettava l’agenda dell’innovazione sociale. Rispondere a cosa sia successo non è facile: si va dalla sottovalutazione dell’impatto dell’innovazione tecnologica nel welfare all’appiattimento delle reti sociali sugli schemi della rappresentanza d’interessi, passando per modelli di organizzazione che hanno ridimensionato gli apporti di coproduzione a favore di approcci basati più sulla compliance rispetto all'esistente, come avvenuto con la riforma del terzo settore, piuttosto che sulla dilatazione dei modelli.

"Una parabola evolutiva ormai pluridecennale che pur non essendo 'in recessione' lancia ormai da qualche tempo più di un segnale di perdita di vitalità."

Al di là dell’elenco dei limiti è forse più importante capire se è possibile recuperare capacità di proposta anche in un contesto caratterizzato da una generatività decrescente. Trovare cioè nelle ragioni di questo progressivo disincanto la messa a terra di molte istanze allo stato di advocacy e di altrettante progettualità in forma di prototipi, a fronte di una domanda di cambiamento che rischia di trasformarsi in sindrome. Perché da una parte sembra davvero arduo riuscire a incidere su cambiamenti sistemici e di medio-lungo periodo come dimostrano le fatiche nel realizzare gli obiettivi dell’Agenda 2030, mentre dall’altra il florilegio di innovazioni dal basso degli ultimi anni tende a sfuggire a quell’approccio legato alla normalità del quotidiano che ben si presta ad essere contrattualizzata attraverso patti tra cittadinanza e istituzioni. Si tratta di un’energia che scaturisce da bisogni sempre più estremi che, se non viene sbloccata, rischia di spazzar via l’infrastruttura costruita negli ultimi anni a favore di una disruption cieca, una combinazione tra realismo capitalista e leviatano tecnocratico rispetto alla quale non resterebbe che riconsegnare le chiavi dei sistemi sociali da parte dei soggetti comunitari.

"Come inaugurare una stagione di innovazione sociale che possa trovare la sua realizzazione con una più marcata dimensione di execution?"

Ecco alcune possibili declinazioni di un cambiamento per disincantati. Una prima modalità riguarda la rilevanza assegnata alla gerarchia all’interno di sistemi di governance cooperativi, con un orientamento visibile nelle imprese sociali costituite in veste di società di capitali. Una seconda declinazione consiste nella capacità di costruire sistemi di offerta di beni e servizi dove prevale lo scambio di mercato rispetto al meccanismo di condivisione tipico delle piattaforme. Le infrastrutture phygital di welfare rappresentano un tentativo pragmatico di riappropriarsi dei mezzi di produzione del capitalismo digitale da parte dell’imprenditoria sociale. Infine, una terza leva è quella della con-correnza tra proposte di intervento e visioni di società, antidoto a una coprogettazione tra attori sociali ed enti pubblici basata sul mero coordinamento dell’esistente. In sintesi, una visione disincantata passa attraverso la capacità di inoculare il giusto dosaggio di gerarchia, mercato e concorrenza per favorire una nuova convergenza tra sociale ed economico e ridefinire i tratti fondamentali del contratto sociale.


Immagine di copertina: ph. Luca Booth da Unsplash


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