Mercoledì 20 maggio 2026
Su due lati del confine
 
Cronache di un popolo perseguitato

Myanmar e Bangladesh sono divisi da un confine di poco più di 250 chilometri, segnati per buona parte da un fiume e da una piccola catena montuosa. Argine al mescolamento e allo stesso tempo membrana porosa tra i due Paesi, la frontiera è teatro di conflitti e stravolgimenti politici che riguardano soprattutto la minoranza etnica dei rohingya, perseguitata sistematicamente da anni e priva di cittadinanza.

Pubblichiamo l'introduzione del libro Su due lati del confine. Rohingya, cronache di un popolo perseguitato, scritto da Giuliano Battiston e Emanuele Giordana e edito da ADD. Ringraziamo gli autori e l'editore per la gentile concessione.



È la fine di maggio del 2012, quando una donna buddhista di nome Ma Thida Htwe viene trovata morta nel villaggio di Kyauk Ni Maw, municipalità di Ramree, Stato birmano del Rakhine. I media locali raccontano che la donna è stata anche stuprata e che gli esecutori sarebbero tre uomini identificati come «bengalesi» e «islamici», etichette spesso usate per indicare la comunità dei rohingya o per altre comunità musulmane del Rakhine. Questo Stato occidentale dell’Unione birmana è un’area del Paese che contava allora circa 3 milioni di abitanti, di cui poco meno della metà di religione musulmana: tra 700.000 e un 1.000.000 di persone fra loro si autoidentificavano come rohingya, comunità al tempo non riconosciuta tra le 135 nazionalità del Myanmar, un Paese a larghissima maggioranza buddhista. 

Le reazioni al presunto stupro e all’omicidio di Ma Thida Htwe non si fanno attendere e, nemmeno una settimana dopo, una folla inferocita ferma un autobus a Taungup, sempre nel Rakhine, e fa scendere i passeggeri per individuarne l’origine, procedendo poi all’esecuzione sommaria di una decina di musulmani. Seguono scontri in varie zone del Rakhine e, in seguito, in altre aree del Paese. Il presidente dell’Unione birmana, il cui esecutivo è ancora in mano ai militari che solo qualche anno dopo cederanno il potere a un governo civile, decreta lo stato di emergenza e dà carta bianca al Tatmadaw, l’esercito nazionale, che per reprimere gli incidenti avalla di fatto un’operazione di espulsione ai danni soprattutto dei musulmani rohingya. In decine di migliaia, prendono la via del mare o tentano di attraversare il confine verso il Bangladesh. Le vicende hanno una coda lunga e, nel 2017 – quando a Naypyidaw governa ormai la Lega Nazionale per la Democrazia (lnd) di Aung San Suu Kyi – parte una nuova operazione che ha tutti i connotati della pulizia etnica. A farne le spese sono oltre 700.000 uomini, donne, bambini che, nel giro di qualche settimana, varcano il confine con il Bangladesh arrivando a formare la più numerosa diaspora rohingya fuori dal Paese.

Questa pulizia etnica trova le sue basi normative in una legge del 1982, che ha escluso i rohingya dalle 135 nazionalità birmane riconosciute, e nella dichiarazione dello stato di emergenza. Purtroppo, politiche di questo segno godono di un ampio consenso di massa, costruito in primo luogo – tra il 2012 e il 2017 – da un folto numero di monaci buddhisti e di orientamento nazionalista, contro quelli che il governo considera semplicemente immigrati clandestini bangladesi. Nei sermoni infuocati di gruppi oltranzisti come Ma Ba Tha e il movimento 969, i rohingya sono dipinti come il male assoluto, la contaminazione dei valori nazionali e il pericolo di un attacco al buddhismo. Tanto che la «Via di liberazione» indicata da Siddhartha Gautama, anziché propugnare la compassione, diventa la leva per favorire l’espulsione dell’islam dal Myanmar. A questo proposito, esercito e gruppi religiosi sembrano operare a braccetto, anche dopo il colpo di Stato militare del 2021, con l’appoggio di segmenti del clero golpista, minoritari ma influenti, contro la neonata resistenza alla giunta che è tornata al potere.

A farne le spese sono oltre 700.000 uomini, donne, bambini che, nel giro di qualche settimana, varcano il confine con il Bangladesh arrivando a formare la più numerosa diaspora rohingya fuori dal Paese

È cominciata dunque nel 2012 l’espulsione sistematica di una comunità che si autodefinisce rohingya e che rivendica la sua appartenenza alla terra birmana? Sì, ma solo per la comunità internazionale e soprattutto per europei e americani, che improvvisamente si accorgono – politici, media, opinione pubblica – di una persecuzione sfacciata ma in realtà più o meno strisciante e continua da decenni. Nel 2017 si scatena l’indignazione generale, che accusa il premio Nobel per la Pace Aung Suu Kyi e il suo governo di non essere affatto democratici e di aver tollerato, se non addirittura facilitato, l’espulsione di una comunità percepita come simbolo dell’immigrazione clandestina dal Bengala e come un pericolo per l’unità religiosa e culturale del Paese. Districandoci in questa storia che ha radici antiche, proveremo a comprendere – senza dimenticarne le responsabilità – le difficoltà incontrate dalla Nobel (oggi nuovamente agli arresti domiciliari), i suoi tentativi, falliti, di contenere le pressioni antirohingya provenienti dall’esercito, dal nazionalismo buddhista e dagli appetiti economici sulle terre del Rakhine.

Il libro cercherà di illuminare la condizione in cui vive oggi una comunità sostanzialmente apolide, perseguitata, senza documenti e dunque senza diritti. Una comunità costretta a fuggire e a perdere il diritto consuetudinario che le garantiva la sopravvivenza su terre poi evacuate e consegnate a nuovi padroni. Cercheremo di restituire l’atmosfera attorno ai fatti del 2012 e del 2017, ma anche di far luce sul passato di una popolazione che calca le terre birmane sin dal XVI secolo. E cercheremo di dar conto delle responsabilità dirette del Tatmadaw, dei governi ai cui ordini obbediva, di monaci buddhisti che anziché di compassione si sono occupati di costruire una campagna d’odio verso chi non seguiva gli insegnamenti dell’Illuminato. Nel descrivere le vicende legate ai rohingya cercheremo anche di raccontare, seppure sommariamente, alcuni aspetti della guerra civile birmana e gli interessi dei protagonisti e degli attori internazionali che la circondano. Una guerra civile spesso sotterranea, che dura da decenni e risponde a una miriade di logiche sia etniche sia politiche, nutrita da un consenso nascosto ma radicato, che alimenta la speranza di una pace che non arriva mai. Le tante resistenze birmane assomigliano alle radici del taro, una pianta con larghe foglie verdi e bellissimi fiori bianchi e oblunghi. Della Colocasia esculenta si possono recidere i fiori e strappare foglie e fusto, ma il suo segreto è sottoterra. Questo tubero simile alla patata, diffuso in tutto il Sudest asiatico e che produce una farina commestibile, butterà nuovi getti anche quando crediamo di averlo estirpato e ucciso. Non è un caso che il popolo rohingya abbia scelto una foglia di taro per simboleggiare la propria battaglia per la sopravvivenza. Quanto agli attori esterni partiremo dal ruolo chiave della Repubblica popolare cinese che nel 2026 ha riconosciuto, tra i pochi Paesi del pianeta, le elezioni farsa tenute dalla giunta birmana tra dicembre 2025 e gennaio 2026. 

Ricorderemo infine quanto avvenuto alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia dove, l’11 novembre 2019, il Gambia ha presentato una denuncia formale contro il Myanmar, accusato di aver violato, a danno della comunità rohingya, la Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del genocidio. Le ultime udienze della Corte si sono concluse il 29 gennaio 2026, e la previsione è che, già nel corso dell’anno, si arrivi a sentenza. Una sentenza che potrebbe almeno ribadire i diritti di questa comunità perseguitata restituendole ruolo e dignità, confermando che il diritto internazionale, pur con tutti i suoi limiti, è ancora un pilastro cui spetta il compito di ristabilire corrette regole di convivenza tra i popoli.

Il libro cercherà di illuminare la condizione in cui vive oggi una comunità sostanzialmente apolide, perseguitata, senza documenti e dunque senza diritti

La storia dei rohingya si sposta però anche più in là: finisce per coincidere con quella, enciclopedica, della formazione dei confini, illuminando non solo le nostre responsabilità odierne – come occidentali e noti fautori del rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani –, ma anche quelle passate: come colonizzatori o mercanti di schiavi. È una storia che si interseca da millenni con quella del Bengala e da decenni con quella del Bangladesh, l’ex Pakistan orientale diventato indipendente nel 1971. Sul Paese, già sovrappopolato, grava il peso dell’accoglienza ai rohingya costretti alla fuga nell’estate del 2017 e nelle precedenti ondate migratorie forzate. Da allora sono passati diversi anni. Si tratta di un tempo sufficiente per trarre un bilancio e valutare le dinamiche di lungo corso. Partiremo da Cox’s Bazar e dintorni, a ridosso di quella frontiera tra Bangladesh e Myanmar che è segnata dal fiume Naf, là dove sono sorti gli insediamenti dei rohingya. Oggi costituiscono una vera e propria cittadina informale con più di un milione di abitanti, che però è governata attraverso un rigido protocollo burocratico. È lì che opera la «mega-macchina umanitaria», sempre più a corto di soldi e incapace di superare i limiti imposti dal governo bangladese, che nega ai rohingya la libertà di movimento e il diritto al lavoro, privandoli perfino dello status ufficiale di «rifugiati» e dei diritti che ne conseguirebbero. Abbiamo raccolto il loro punto di vista e le loro aspettative; a condizionarli, oltre che l’evoluzione del conflitto in Myanmar, sono le relazioni con la comunità bangladese ospitante, le politiche governative adottate nei campi e il rapporto tra la macchina umanitaria e il governo di Dacca, dentro il contesto regionale e internazionale. 

Quanto al governo – o, meglio, ai governi – di Dacca e alla radicale trasformazione politica e sociale del Bangladesh, ancora in corso, ci concentriamo in particolare su una donna che, fino all’estate del 2024, sembrava godere di un potere assoluto e la cui parabola politica è rappresentativa di una tendenza autocratica ben più ampia dei confini bangladesi: Sheikh Hasina. Leader della Lega Awami, figlia di uno dei padri della patria e protagonista della lotta per l’indipendenza, Sheikh Mujibur Rahman, la Lady di ferro asiatica ha capitalizzato a lungo l’ospitalità riservata ai profughi del Rakhine, facendosi paladina dei loro diritti, almeno sulla carta, per guadagnare consenso nella diplomazia internazionale, dove in molti hanno preferito chiudere un occhio sulle gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dal suo governo pur di assicurarsi che il Bangladesh continuasse a occuparsi del dossier rohingya. Non hanno però voluto chiudere gli occhi gli studenti del «movimento antidiscriminazione», le cui manifestazioni, represse brutalmente nel sangue, hanno causato nell’estate del 2024 la caduta del regime autoritario di Sheikh Hasina, al potere ininterrottamente dal 2009, favorendo la nascita di un governo di transizione guidato dal premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus. Salito al potere, impegnato su molti e difficili fronti, tra le altre cose Yunus ha cercato di alimentare un rinnovato interesse della comunità internazionale per la situazione dei rohingya, ma non è riuscito a cambiarne le sorti in modo significativo. E ha mantenuto alcune delle poco virtuose politiche già adottate dal governo precedente. 

Chiudiamo il libro con due avventurose visite in un lembo di terra instabile e molto insolito, dove pochi sono riusciti a mettere piede prima che diventasse una cittadella al largo delle coste bangladesi. Qualcuno la chiama Thengar Char, qualcun altro Bhasan Char, che in lingua bengali significa «isola galleggiante». Nomi diversi, tutti recenti. Perché Bhasan Char venticinque anni fa non esisteva. Si è infatti formata lentamente con l’accumulo dei detriti del Meghna, un fiume che nasce sull’Himalaya e finisce nel golfo del Bengala. è lì, in una delle aree ecologicamente più fragili del pianeta, che il governo bangladese ha deciso di trasferire migliaia di rohingya, così da «decongestionare» i campi di Cox’s Bazar. Secondo i dati dell’Onu, oggi a Bhasan Char vivono circa 8200 famiglie, 36.000 persone. L’unica azione di Yunus a questo proposito è stata interrompere ogni nuovo trasferimento. Ma l’isola-confino resta aperta. Bhasan Char è la più insicura, per chi è costretto ad abitarci, ma non è l’unica isola per migranti al mondo. La sua storia rimanda dunque ad altre coordinate geografiche, ad altri governi, tutti ossessionati dall’«altro», dal diverso, da chi è portatore di una differenza, rinchiuso in centri di rimpatrio, isolato per evitare ogni contagio, defraudato di diritti che ritenevamo inalienabili. È una delle ragioni per cui le sorti dei rohingya ci riguardano da vicino.

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