Tribolazioni digitali è una rubrica dedicata a interrogare la sovranità digitale a partire dal Sudamerica, assumendo il Brasile come laboratorio politico, tecnologico e sociale. Il percorso intreccia interviste e analisi per mettere in relazione infrastrutture, dati, lavoro, software libero, movimenti popolari e politiche pubbliche, restituendo la densità conflittuale del digitale contemporaneo. Nel confronto tra visioni istituzionali e pratiche dal basso, tra critica economica, immaginari hacker e nuovi regimi di quantificazione, la sovranità digitale emerge come una posta in gioco storicamente situata, inscritta nei rapporti di potere e nelle possibilità di trasformazione collettiva.
La nostra ossessione per la computazione ha qualcosa di ovvio. Con l’invenzione della ruota, l’uomo immagina un mondo circolare che gira e rigira, un ciclo infinito di stagioni, vite, regni. La cosmologia indiana li immagina samsara, ciclo continuo di nascita, morte e rinascita attraverso cui gli esseri viventi passano. Con l’invenzione della scrittura il mondo intero diventa un libro. Per l’ebraismo, Dio è l’Autore dell’Essere e scrive i nostri nomi nel Libro della Vita. Sant’Agostino parla del Liber mundi come incarnazione della parola divina: gli uomini sono frasi che scorrono tra margini già tracciate. Il medium pergamena diventa il messaggio della parola; in principio era il logos. Con l’invenzione del motore, ingranaggio che ruota su altri ingranaggi, il mondo intero diventa meccanico. Dio è il Divino Orologiaio, i pianeti girano seguendo traiettorie predeterminate, e l’universo si riduce a macchina di precisione. Leibniz ipotizza il cosmo come macchina di calcolo.
Dal momento che la società di oggi si fonda sulla distribuzione su scala planetaria di interfacce riprogrammabili, non è un caso se pensiamo che il mondo sia un simulacro, né se sono qui a chiedermi quali siano le conseguenze sul piano dell’organizzazione della società della computazione. A dire il vero, c’è voluto poco ad innamoraci delle tecnologie digitali in nome dell’efficienza. In America del Nord, nel 1964, durante le proteste a Berkeley, Mario Savio usava ancora la metafora della macchina burocratica e militare in senso negativo, invitando a mettere i corpi sugli ingranaggi per fermarla. Ma già pochi anni dopo il computer è utensile per l’emancipazione, costruttore di comunità, e celebrato dalla controcultura della sperimentazione. In Unione Sovietica, i computer passano da prodotto della pseudoscienza americana negli anni Cinquanta a “macchine del comunismo”. Il calcolo, snodo centrale sia per processi di pianificazione che per l’economia di mercato, ha ormai scala planetaria e il tempo dell’immediatezza elettrica.
Ma resta insuperata l’intuizione di Stafford Beer all’inizio degli anni Settanta: usare la computazione solo per ottimizzare ed efficientare le aziende è un grande spreco. Essa deve essere collettivizzata per ripensare le basi della socialità e garantire una libertà effettiva e computabile: disegnare la libertà. Progetto, beninteso, messo in atto dal genio maligno del capitale attraverso l’adverstising in un formidabile processo di autorinnovamento che ha portato alla dipendenza di utenti e forme statali ai rentiers digitali.
Dal momento che la società di oggi si fonda sulla distribuzione su scala planetaria di interfacce riprogrammabili, non è un caso se pensiamo che il mondo sia un simulacro
Personalmente, ho sempre trovato alquanto ragionevole l’idea secondo la quale l’utilizzo su larga scala di macchine tuttofare produca valore collettivo meritevole di essere più equamente distribuito. Nella mia antropologia cyborg i cittadini, organismi ormai emancipati grazie alle infrastrutture riprogrammabili che si portano sempre appresso, sono sostenuti economicamente dallo stato per contribuire alla gestione della cosa pubblica. Costantemente rieducati dal riverbero informativo di cui si nutrono, collegati, passano all’azione per realizzarsi nello spazio pubblico come aristocratici greci. Allo stesso tempo, contribuiscono all’emersione della volonté général in tempo reale, in una sintesi imperfetta tra democrazia diretta e rappresentativa.
La bella notizia è che questo reddito universale di base a scopo redistributivo in Italia già esiste. Esso assume le forme perverse di pensioni anticipate, posti fissi a bassissimo tasso produttivo, e, nel mio caso, modesti sussidi di disoccupazione a ricercatori universitari precari. Giunto ormai all’età di nostro signore e guidato da una consolidata fede antilavorista, posto di fronte all’idea devastante di passare un altro inverno nel nordest italiano, con la nebbia e il tasso di polveri sottili di molto superiori al tasso legale, mi ripeto che, nell’attesa del chômage de prospérité di cui parlava Gorz, i brandelli di questo dolce stato sociale mi suggeriscono di viaggiare all’estero verso mete economiche. Quel minimo di reddito passivo extra facilita le cose; resta solo l’organizzazione di una rete di persone in loco.
Ho scelto il continente sudamericano per ragioni linguistiche, culturali e geopolitiche. La grande domanda che l’indigeno pone a Diamond - perché’ l’Europa ha tanto cargo? – si spiega con il vantaggio competitivo di Cortés, giunto nel continente americano con armi di acciaio e immunità alle malattie grazie all’allevamento di bestiame. Affascinante determinismo geografico. Il Sudamerica, continente grande e incasinato, ad occhi europei finisce per essere sufficientemente uniforme. Vai in Sudamerica, così il mio amico Jordi, e vedrai cos’è il capitalismo senza lo stato sociale. Gli imperi in declino si sono sempre difesi con le unghie e con i denti, così Fidel Castro ad Allende che, fedele ai principi democratici, sacrifica la propria vita consegnando il Chile ai fascisti finanziati dalla CIA, mi dico seduto a pranzo da mia zia, menù ottimo e invariato da generazioni, tagliatelle, contorni in pentola, Merlot. Chatwin partiva alla ricerca di un animale estinto e probabilmente mai esistito per esplorare un continente, mentre parto con lo smartphone e la paura che me lo rubino, mi dico pedalando sopra i sampietrini della ZTL di una ex città rinascimentale. La ricerca del mio personale Milodonte digitale prende le forme dei progetti di politica industriale dei governi Sudamericani di cui ho sentito parlare vivendo a New York.
Usare la computazione solo per ottimizzare ed efficientare le aziende è un grande spreco. Essa deve essere collettivizzata per ripensare le basi della socialità e garantire una libertà effettiva e computabile: disegnare la libertà
Parto per comprendere le tribolazioni dell’America Latina, gli spazi di resistenza ed emancipazione, le storie di chi la vive. Tribolazioni, mi dico, parola speciale quando pronunciata in veneto da mia nonna creazionista con il Parkinson, non sta farme tribolar (dove a causa del tremito la frase emanava non dalla bocca ma dalle mani). Frase ripresa poi da mia madre, te ghe trent’ani e anca adesso te mantengo, par mi te sì na preocupassion, te me fa tribolar. Parola presente in Apocalisse 7:14: la Grande Tribolazione è il periodo di cui parla nostro Signore per indicare il tempo della fine, da me interpretato come la fine della sofferenza derivante dalla preoccupazione di doversi sostenere economicamente, dallo spettro di dover star soto paròn in un Veneto dove l’ipocrisia, il passaggio troppo rapido da una società contadina alla ricchezza, l’eredità cattolica e il consumo del suolo del “progresso scorsoio” hanno portato ad immani disastri. Tutte le proprietà devono essere messe a reddito. Non c’è vero lavoro senza sofferenza. È meglio pensare ad un piano b.
Scelgo di ricercare gli sviluppi della sovranità digitale in Sudamerica da una prospettiva che Bernard Stiegler chiamerebbe farmacologica, che vede cioè la tecnologia allo stesso tempo come veleno ed antidoto. In Sudamerica, alle soglie del tracollo del ciclo di accumulazione degli Stati Uniti, data l’assenza di uno stato sociale forte e vista la maggiore precarità economica delle masse rispetto all’Europa, le piattaforme che offrono servizi a costo zero, come Whatsapp, hanno una permeazione impressionante. Non solo i privati, ma anche tutte le imprese lo usano. Se ciò è in continuità con la storia di colonizzaione ed esproprio dell’America Latina, mi dico, dall’altro questo continente è anche più abituato a questa dinamica. Cosa dire invece dell’Europa, sempre più subordinata agli Stati Uniti, che è passata da colonizzatore a colonizzato?
Tutte le proprietà devono essere messe a reddito. Non c'è vero lavoro senza sofferenza. È meglio pensare a un piano b
Il primo elemento da cui partire, dunque, è che a far da contraltare alle ferite aperte dell’America Latina, così Eduardo Galeano, c’è una tradizione di lotta e di sviluppo di soluzioni creative, il sapersi arrangiare con quello che si ha a dispozione, ciò che i brasiliani chiamano gambiarra. Secondo, è proprio in Sudamerica che a volte affiora, forse per errore, una diversa visione dell’interesse pubblico e del ruolo dello stato, che ha portato allo sviluppo di interessanti progetti di infrastruttura pubblica digitale. A dire il vero non esistono molti esempi. Nel dibattito sul tema spesso si finisce citando Aaadhaar, il controverso sistema biometrico di identificazione digitale dell’India. Per il Global North, assuefatto non solo da una finta naturalità del mercato, come insegna Polany, ma anche dal fatto che la sua logica si estenda ad ogni aspetto della vita, l’infrastruttura pubblica digitale diventa qualcosa difficile da immaginare. Si avvicina la Cina, dove esistono progetti, come il Food Basket Project, dove lo stato ha deciso di demercificare parzialmente il cibo, garantendone l’accesso a prezzi stabili e di buona qualità - e lo fa, beninteso, non solo per benevolenza ma per stabilità sociale.
C’è il caso di ANTEL, la compagnia di telecomunicazioni dell’Uruguay, che rappresenta un’eccezione globale, avendo resistito alla privatizzazione grazie ad a un referendum popolare, che ha trasformato la connettività da merce estrattiva a componente del welfare nazionale. Inoltre, il Brasile ha sviluppato un’app chiamata PIX, prima e rivoluzionaria Fintech pubblica, che ha in pochissimo tempo cambiato radicalmente il rapporto dei brasiliani con il denaro e facilitato il pagamento per le classi più povere: ponendo fine alla finta competizione tra Paypal, Apple Pay and Google Pay, si può inviare denaro istantaneamente e senza commissioni. I mendicanti offrono il proprio numero di PIX o un QR code.
In questo viaggio, ricercare le tribolazioni digitali significa ricercare gli spazi di manovra generati da piattaforme il cui business è l’arbitraggio del tempo umano; i tentativi di alcuni Stati di reindirizzare la piattaformizzazione alla ricerca di una agognata sovranità digitale; e le forme di organizzazione popolare che cercano di riconquistare tempo e autonomia. In altri termini, si tratta non solo di chiedere come limitare la colonizzazione digitale e creare istituzioni capaci di produrre valore pubblico, ma anche: come dirottare la potenza del calcolo verso un'antropologia dell'emancipazione?
Illustrazione di copertina di Carlotta Artioli