Questo articolo è parte del secondo numero de LaRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione.
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Ci conosciamo tutti. O quasi. Ci diamo degli appuntamenti senza darceli. Sappiamo che ci troveremo lì. Nel foyer di uno Stabile, sulle scalinate di un grande teatro, sulle panche di legno di uno spazio underground. Seduti per terra. Da qualche parte. A un festival, una conferenza. Al compleanno di qualcuno. Auguri. Ci conosciamo tutti. O quasi. Attori e attrici. Registe e registi. Drammaturghi e drammaturghe. Musiciste, musicisti, performer, ma anche fotografi e fotografe, videomaker, sound designer, scenografe e scenografi. Teatranti. Abbiamo fatto le stesse scuole, seguito (e poi ucciso?) gli stessi maestri e maestre, abbiamo partecipato insieme a qualche workshop, a qualche laboratorio in giro per l’Italia o per l’Europa. Ci siamo trovati – e ci troviamo ogni santo giorno – a competere per un bando, per un concorso, per un incarico, una collaborazione, per un posto nella programmazione di qualche stagione teatrale.
Ci accomuna un fattore indubbiamente temporaneo e precario: l’età. Più o meno tutti tra i 25 e i 35 anni. E sarebbe più semplice poter dire che siamo questa o quella generazione. Sarebbe davvero molto pratico. Motivo per cui non lo faremo. Lo eviteremo. Da un lato perché si sa che chi sceglie l’arte del teatro ha come primo e unico scopo quello di complicarsi la vita e vede nelle semplificazioni una trappola da rifuggire con ostinazione, e dall’altro perché il problema del Contemporaneo è proprio il fatto di essere contemporaneo e dunque presente, vivo e totalmente inafferrabile. Lasciamo perdere.
Non c’è nessuna generazione a cui fare riferimento. Ci sono delle persone, i loro sguardi, i loro sforzi. Diffusi e diversi. Individuali e collettivi. E nessuno ci vieta di proseguire quest’analisi, evitando di raccogliere questo gruppo aperto di artiste e artisti emergenti sotto qualche etichetta che riesca a sintetizzarli. Non lo faremo. Lasciamo aperti i confini e le possibilità, prendiamoci il rischio di fare un resoconto confuso e parziale. Provvisorio. Precario. Incerto. Sinonimi che tanto hanno da dire a proposito della condizione di questo universo e dei suoi piccoli abitanti.
Che il teatro italiano non se la passi bene viene detto di continuo, soprattutto da parte di chi lo fa o lo mette in discussione per mestiere. Accade a margine di uno spettacolo o di un festival, in un convegno, alla presentazione di un libro o di questa rivista, che più volte ha sottolineato criticità eccezionali o di sistema. La riduzione dei fondi, gli interlocutori istituzionali incompetenti, i progetti di riforma diventati una spinta commerciale; le rendite di posizione, la stanchezza creativa, la frammentarietà salariale e un ricambio portato avanti per episodi.
Inizia così un recente numero speciale della rivista La Falena, dedicato a giovani artisti e artiste, raccontati e raccontate in potenti ritratti sotto il titolo de I Novissimi.
Che il teatro non se la passi bene viene detto di continuo, dunque. Non serve studiare troppo per rendersi conto che questa considerazione è valida da qualche secolo prima della nascita di Gesù Cristo. E non siamo capaci di rilevare in modo puntuale la condizione del teatro nelle ere precedenti solo per mancanza di sufficienti informazioni. Ciononostante, io un’idea me la sono fatta. Un’epoca d’oro, a opinione di chi scrive, non c’è mai stata. E viene da dire che a questa situazione di crisi perenne – che quindi possiamo smettere di chiamare crisi? – si risponde abitualmente con una postura che ben racconta il mondo attuale degli under (o se vi piace di più, dei giovani e delle giovani). La seguente.
Siamo in emergenza. Siamo emergenti. Ci muoviamo in disequilibrio, come il funambolo tanto caro a Genet, sospesi tra l’urgenza di superare le contingenze strutturali e la forza vitale di chi non sa smettere di lavorare, di chi non rinuncia a costruire quello che verrà. In qualche modo, potremmo dire: accettiamo il rischio perché – in fondo – siamo già caduti. Non conosciamo altra condizione. Non ci interessa più di tanto l’eroismo (tantomeno se personale) quanto il fare, il vedere nascere, il condividere, l’occupare e l’occuparsi. Ma restiamo pur sempre figli e figlie di quest’epoca ansiogena.
Da un lato, infatti, la condizione d’emergenza del settore, del sistema: budget ridotti, strutture poco accessibili e una costante lotta per la sopravvivenza. Dall’altro, l’emergere di nuovi linguaggi, nuovi temi che a volte ci scappano di mano, le sperimentazioni e i tentativi – non sempre compresi e non sempre riusciti – che cercano di dare voce a istanze e prospettive poco rappresentate nel teatro dei cosiddetti adulti. Da una parte, il mondo delle grandi istituzioni che non prendono quasi mai sul serio le istanze nascenti e rimangono barricate dietro vecchie e incrostate abitudini – usi e prassi tristemente insostenibili – dall’altro, quello dei piccoli contesti che sanno creare maggiori opportunità, aprire degli spazi, ma che raramente riescono a garantire prospettive solide e durevoli, giacché il più delle volte non riescono a garantire un futuro nemmeno a se stessi.
Non sarà certo una sorpresa, ma essere artisti oggi significa anche non esserlo, significa anche saper essere altro. Inventare altre competenze, esperire altre traiettorie, crearsi nuovi mestieri, sacrificare la ricerca e il pensiero per cogliere occasioni. Ognuna di queste da attraversare (con gioia?) cercando di imparare, fare esperienza, incontrare nuove persone, farsi dare dei soldi, sì, anche farsi dare dei soldi. Allargare il tempo (che diventa notturno per motivi sempre più pratici e sempre meno romantici), fabbricarci altre vite che stanno sopra, sotto, accanto alla vita artistica, che finisce per essere soffocata dal quotidiano. A che prezzo? Forse non lo sapremo mai. E forse non ci importa nemmeno. Vivere, sì, e farlo in costante emergenza.
Emergenza come urgenza di risolvere le difficoltà economiche e organizzative. Emergenza come rifiuto di farsi condizionare troppo da queste mancanze strutturali. Emergenza – soprattutto – come necessità espressiva, come urlo che cerca di sopravvivere dentro al rumore – o al vergognoso silenzio – di una società polverizzata e inconsistente, sempre più incapace di far fronte alle sfide dell’odierno (le guerre, le disparità, il cambiamento climatico, le politiche sui corpi, la precarietà dei diritti, l’assenza di opportunità e prospettive). Emergenza, in definitiva, come risposta a un mondo che verso il teatro ha sempre avuto questo atteggiamento scontroso, indisponente e vigile. Come se il teatro rappresentasse un pericolo. Ma quale pericolo, mi chiedo io?
Nel 2023, a La Spezia, c’è stata la prima edizione del festival Tutta la vita davanti – Festival di Teatro per vecchi del futuro con la direzione artistica della regista Alice Sinigaglia. In programma, oltre a spettacoli e performance di giovani artisti e artiste under 30, si è tenuta un’importante tavola rotonda a cui sono stati invitati anche giovani critici e operatori culturali di varie generazioni. La tavola rotonda partiva da qui:
Come vivere il presente senza farsi schiacciare dal peso della storia?
Quali dinamiche sistemiche subiamo come incoscienti neofiti dello spettacolo dal vivo?
Può davvero esistere un teatro giovane?
Come possiamo davvero rinnovare il microcosmo teatrale?
E ancora, l’innovazione è davvero una prerogativa della nostra generazione, oppure l’ennesimo mito assimilato dal mondo produttivo?
C’ero. Nonostante l’ampiezza delle domande di partenza, il dibattito si era arenato sui soliti problemi di sostenibilità. Forse era inevitabile. La platea lamentava (a ragione, ovviamente) la presenza di pochi spazi dove poter lavorare e fare ricerca, l’assenza di risorse per produrre e garantire la realizzazione dei progetti, la mancanza patologica di opportunità di circuitazione che destina – di fatto – ogni spettacolo nato da anni di sforzo a scomparire nel nulla dopo qualche replica isolata. Un destino di autoproduzione, sfinimento ed entusiasmo disperato, che però presentava – e anche adesso che scrivo presenta – un aspetto positivo, almeno uno: una quasi religiosa indipendenza. Per qualcuno questa rimaneva il grande valore del proprio operato, altri l’avrebbero barattata senza nemmeno pensarci, pur di poter lavorare senza l’angoscia imperante del precariato o ancora peggio della rinuncia.
Dalla tavola rotonda eravamo usciti vagamente scoraggiati (come forse eravamo entrati), ma l’atmosfera di libertà dei giorni passati assieme, la sensazione di essere tanti, la possibilità di abitare un ambiente realmente informale che ci ha permesso di non passare il tempo solo a parlarci addosso l’un l’altro, esponendo le liste dei nostri prossimi impegni per soffocare quella sensazione eterna di non essere abbastanza (attitudine comune a chi vive nel deserto culturale di molte nostre città), ci ha fatto bene. Un momento prezioso di partecipazione. Anche se forse il dibattito costruito insieme ha coperto l’orizzonte con un manto di cinismo. Ma come diceva il già citato Genet: il cinismo è il tentativo riuscito di vedere il mondo come realmente è. E forse è quello che ci è toccato fare. La promessa fatta: non vivere quel cinismo come una paralisi ma come uno strumento.
A quella prima edizione del festival sono seguite due pubblicazioni che vorrei portare all’attenzione di chi legge. In prima istanza il bell’articolo del drammaturgo Stefano Fortin, Qui non è Hollywood. Autopsia della nuova drammaturgia italiana e, in secondo luogo, la Mappatura Amleta sulla (dis)parità di genere. Due letture che consiglio vivamente e che provocano – in modi molto diversi – un certo moto rabbioso. Emergono da un lato la bassissima presenza delle nuove drammaturgie nei teatri istituzionali (circa il 7% sul totale delle produzioni), dall’altra la disparità nell’accesso ai ruoli, che vede lo 0% delle donne alla direzione dei teatri nazionali. Sì. Lo 0%.
Il panorama è sconfortante, no?
Eppure.
Nel 2024, Tutta la vita davanti arriva alla seconda edizione.
Nella premessa al festival, Alice Sinigaglia scrive: Il tentativo di rimescolamento ha portato Tutta la vita davanti a un’edizione popolata di artisti che in qualche modo fanno un passo di lato rispetto all’arte teatrale. Teatro-canzone, performance, video-performance, percorsi sonori, linguaggi fra stand up, rap e poesia, mai solo teatro. Forse anche questo è il problema. Tutto ciò che incontreremo durante i tre giorni di festival cerca di scartare il presente e scavare una strada che passa da sotto. Dove sono finite le scene, i sipari, dov’è finito il teatro? Sul palco prendono vita creature ibride che nell’ombra preparano ordigni e attendono detonazioni. A questi nuovi mostri, ai miei colleghi vorrei chiedere se nell’epoca in cui tutto è già stato pensato la stranezza è un obbligo o solo una tendenza. Se non rischiamo di dimenticarci degli altri, mentre solitari insistiamo in un mestiere dimenticato. Se nel nostro piccolo non sia arrivato il momento di immaginare, anche goffamente, un altro cammino. Mi piacerebbe che il punto non fosse nemmeno il teatro, perché forse non lo è mai stato e abbiamo troppo a lungo indugiato in questo pezzo di terra lasciando fuori un mondo intero che in qualche modo un giorno andrà cambiato.
Si sta sviluppando un approccio più dinamico e inclusivo
nel comparto dell’arte teatrale
C’ero anche questa volta. Partivamo da premesse di sconforto, ma abbiamo iniziato a capire che il teatro degli under è anche e soprattutto un laboratorio di innovazione che premia il processo più che l’esito, che reinventa se stesso al di fuori delle istituzioni, accogliendo le sfide del contemporaneo con delle capacità di adattamento e resilienza straordinarie. La tavola rotonda della seconda edizione si è data il compito fermo di non farsi paralizzare dalla retorica delle mancanze. Intonando un collettivo rifiuto di concentrarci su quello che non c’è, abbiamo preferito parlare di quello che abbiamo, di quello che siamo, di quello che vorremmo essere e dire, dei temi che ci interessano, di battaglie vecchie e nuove che sono le nostre, di che cosa con le nostre rispettive esplorazioni speriamo di consegnare agli altri e al futuro. Di che cosa chiediamo a noi stessi e al teatro. Di quale limite ci pone lavorare in questa cornice e di come ci piace sconfinare. Non è stato un modo per rimuovere i problemi dal panorama, ma un passaggio importante per riconoscere anche altre qualità al lavoro che facciamo. Non solo la fatica e la demoralizzazione, ma anche la gioia di esserci, di aver avuto l’opportunità e le forze per resistere e arrivare a sederci tutti vicini per parlare e raccontarci come dovrebbe essere questo mondo, quello che in fondo – senza peccare di arroganza o peccando di arroganza ma facendocene una ragione – stiamo cercando di cambiare.
Cosa abbiamo scoperto? Che si sta sviluppando un approccio più dinamico e inclusivo nel comparto dell’arte teatrale. Che i linguaggi si sono fatti multidisciplinari e mescolano teatro tradizionale, danza, musica, video-installazioni, arte digitale e tecnologia per rendere le opere più accessibili e coinvolgenti per un pubblico sempre più ampio e diversificato. Che è importante il pubblico, non tanto come soggetto abilitatore o come gruppo che legittima un’esistenza, ma come rappresentante della società e dunque fondamentale interlocutore per gli artisti e le artiste e per le loro voci. In questo senso, il teatro diventa non solo uno spazio di intrattenimento (sebbene intrattenere non rappresenti per nessuno di noi un esercizio di disonore), ma anche e soprattutto uno strumento di riflessione collettiva e uno specchio delle sfide sociali contemporanee. Nel nostro lavoro si parla di diritti, di precarietà lavorativa, di diversità, di cambiamento climatico, di parità di genere. Si parla di guerra, di solitudine, di problemi mentali, ma si parla anche di stanchezza, di furibonda stanchezza, di mancanza di strumenti per leggere il presente, di carenza di luoghi dove le intelligenze possano essere valorizzate e non solo bollate come inutili e risibili date la superficialità e la fretta dell’epoca in corso. Si parla nelle nostre opere, infine, di noi; poco importa se il punto di vista proposto tenta l’universale o guarda al particolare. L’arte del teatro – da sempre – cerca il piccolo nel grande e il grande nel piccolo e forse ci siamo stancati di dover rendere conto della dignità della scala che scegliamo. Anzi, togliamo il forse.
Il festival Tutta la vita davanti è solo uno dei luoghi del teatro emergente italiano. Negli ultimi anni ne sono nati tanti. Dominio Pubblico a Roma, Direction Under 30 del Teatro Gualtieri di Reggio Emilia, il Festival Hystrio a Milano. Senza dimenticare realtà che esistono da molto più tempo, come il Premio Scenario o esperimenti di natura diversa come Network Risonanze, una rete nazionale che tutela e valorizza le nuove generazioni di spettatori e artisti o il BTTF - Back To The Future di Ecate al Quartiere Adriano di Milano, dove sono i ragazzi e le ragazze – il giovanissimo pubblico – a selezionare gli spettacoli della programmazione del festival. Tutte queste iniziative (unitamente a bandi e concorsi dedicati come il Premio Tondelli, il Premio Hystrio Scritture di Scena, i bandi di Biennale Teatro) hanno assunto un ruolo cruciale nel sostenere gli artisti emergenti, offrendo loro visibilità e occasioni di confronto con professionisti e pubblico. E l’aspetto rilevante di queste progettualità si amplifica quando all’evidente impatto culturale, si somma un importante ruolo sociale. Aprire ai giovani e alle giovani è spesso la premessa per abbattere più ostiche barriere di accesso alla cultura, portando il teatro in spazi non convenzionali e aprendolo a nuove possibilità di fruizione. La scelta di luoghi imprevisti come piazze, chiese sconsacrate o capannoni industriali in aree periferiche non solo aumenta la visibilità del teatro emergente, ma contribuisce anche alla riqualificazione urbana, dimostrando come la cultura possa integrarsi con il tessuto sociale ed economico di un territorio, (ri)animando le comunità locali.
Il teatro under è un germoglio ma già anche un patrimonio ricchissimo e in continua evoluzione, che merita di essere guardato e valorizzato non solo per la sua capacità di raccontare storie potenti e contemporanee, ma anche per la sua volontà di esercitare un ruolo sociale e politico, sebbene talvolta esercitato in modo appartato e taciturno. Questa giovane non-generazione sta portando alla luce un teatro che è allo stesso tempo arte, testimonianza e partecipazione. Un laboratorio per affrontare i cambiamenti, un luogo dove prendono forma nuove idee, nuove parole, nuovi mondi.
E in questo senso, è fondamentale che le istituzioni culturali riconoscano il valore di questi giovani artisti e artiste e investano in programmi di formazione, residenze artistiche e reti di scambio che possano favorire la loro crescita professionale.
Investire nel teatro under non significa solo sostenere i talenti emergenti, ma anche promuovere un modello che punta alla diversità, all’inclusione e all’innovazione. Qualsiasi cosa significano oggi e potranno significare domani.
Mi sembra doveroso – a questo punto – tornare a quella apparentemente abbandonata domanda. Ma quale pericolo rappresenta il teatro oggi? O per fare una domanda più pertinente: come il teatro può ancora cambiare le cose?
Ci siamo interrogati tante volte sulla natura del nostro lavoro. Soprattutto nei momenti di difficoltà, quando abbandonare sembrava l’unica soluzione plausibile e igienica. Perché lo facciamo? Perché continuiamo a farlo? Devo dire che, al di là della retorica e delle vocazioni personali (irrisolvibili morbi interiori), siamo arrivati a una risposta. Perché, è vero, le domande sono più interessanti, ma a volte bisogna avere il coraggio di frequentare le risposte.
Ci siamo resi conto che il teatro è uno dei pochi luoghi rimasti al mondo dove si può ancora apprendere e praticare l’empatia. Un luogo dove si è – innanzitutto – l’altro. Un luogo dove per poche ore si crede ancora in qualcosa, e si crede in qualcosa che cambia in continuazione. Dove ci si fa attraversare e si resta segnati da esperienze che spesso non ci appartengono, ma che diventano irreversibilmente nostre. Il teatro è il luogo dove cercare con ostinazione il punto di vista di chi la pensa in modo diverso da noi.
È, inoltre, il luogo dove il conflitto è possibile, feroce e reale ma è anche, e sempre sarà, solo un gioco. Un gioco che si fa tutti assieme. È, infine e per fortuna, una palestra dove si costruisce un inventario emotivo personale (ma anche comune) che diventa una irrinunciabile mappa con cui percorrere e abitare il mondo, riuscendo a comprendere se stessi e anche gli altri.
E a me sembra fin troppo chiaro perché tutto questo trasformi il teatro in un pericolo.
Ma mi sembra anche la ragione più semplice che ne garantisce il futuro.
Il fuoco insomma non è spento. S’agita, appiccato un po’ ovunque.
Basta scorgerlo, volendo.
Foto di Nikita Pavlov su Unsplash