Questo articolo fa parte del terzo numero de laRivista, la pubblicazione monografica di cheFare, dedicato alla rigenerazione urbana. Un fenomeno che assume significati diversi a seconda degli attori coinvolti e che si confronta con la crisi dell’abitare, l’overtourism, la gentrificazione, la finanziarizzazione urbana e l’aumento delle disuguaglianze. Un processo che può essere compreso solo a partire dal diritto alla città. Puoi leggere qui gli altri articoli del numero monografico.
Per molti anni mi sono occupato di periferie e di “rigenerazione dal basso”, studiando soprattutto la città di Roma e i suoi quartieri e sviluppando una critica serrata alla “rigenerazione urbana” per come se ne parla diffusamente e secondo il mainstream prevalente. Al di là dell’intento positivo, infatti, spesso si tratta in realtà di operazioni di valorizzazione immobiliare, se non di vera e propria speculazione edilizia. Nel migliore dei casi, il nodo problematico della “rigenerazione urbana” è che si limita a concentrarsi sugli aspetti fisici dei quartieri (o addirittura dei singoli edifici) su cui intervenire, in questo risultando di fatto niente di più della “riqualificazione urbana” che già conosciamo e che pure ha avuto esperienze positive. Già questa, nei casi migliori, prospettava e prometteva un approccio integrato di più ampio respiro, che però, almeno in Italia, non c’è stato, se non raramente. Si tratta, quindi, di una cosiddetta “rigenerazione urbana” auspicata ma che, però, proprio per questi motivi, manca i suoi stessi obiettivi e viene meno alle aspettative che crea.
Più recentemente mi sono dedicato, invece, a sviluppare sperimentazioni di sviluppo locale integrale (che ritengo una prospettiva più ampia e complessa della “rigenerazione urbana” mainstream) in alcuni quartieri, per poter verificare che effettivamente alcuni percorsi qualificati – nonostante tutto – siano possibili. Si tratta di percorsi spesso faticosi, pluriennali, che richiedono molte energie da impegnare sul campo, secondo un approccio relazionale a cui siamo molto legati e che non dà certo risultati immediati, ma sicuramente più profondi. L’obiettivo è appunto verificare la praticabilità di alcuni percorsi per poter affermare alla fine che: “si può fare!”. E poterlo riproporre alle politiche pubbliche.
L’espressione “rigenerazione urbana” si presta a molte ambiguità e distorsioni. La sua ampia e sempre più diffusa utilizzazione in tanti contesti differenti dà origine a declinazioni e interpretazioni diverse¹. Il suo largo impiego nelle politiche pubbliche, sia a livello nazionale che a livello internazionale, anche all’interno di importanti programmi di intervento (che prevedono trasformazioni urbane rilevanti e di grande impatto²), e successivamente l’ancor più largo impiego nella comunicazione di massa³ l’hanno trasformata in una sorta di slogan di cui si sono persi i contenuti fondamentali e persino innovativi, nonché le importanti implicazioni (almeno nelle accezioni più impegnative), spesso molto difficili da attuare per la pubblica amministrazione.
Nella maggior parte dei casi, le esperienze oggi di “rigenerazione urbana” sono per lo più operazioni di valorizzazione immobiliare, ovvero operazioni di riqualificazione urbana guidate dal soggetto privato che mira a valorizzare le proprie proprietà (spesso edifici dismessi, inutilizzati o sottoutilizzati), generalmente in contesti urbani che si sono col tempo degradati e che vedono ora potenzialità di rilancio. Ha favorito questa situazione l’emanazione di una serie di leggi regionali sul tema che, però, derivano per lo più dall’attuazione e dalla declinazione a livello regionale del Piano Casa berlusconiano, piuttosto che trattare la materia in maniera autonoma e innovativa (Cellamare, 2020c).
Nel migliore dei casi, il nodo problematico della “rigenerazione urbana” è che si limita a concentrarsi sugli aspetti fisici dei quartieri su cui intervenire, in questo risultando di fatto niente di più della “riqualificazione urbana”
Più in generale, per sviluppare una riflessione adeguata e per valutare i processi di “rigenerazione urbana” esistenti, bisogna considerare due aspetti fondamentali: chi ne trae beneficio e quale modello di sviluppo declina e ripropone. Nella maggior parte dei casi, infatti, la “rigenerazione urbana”, al di là delle definizioni innovative e delle buone intenzioni, si colloca dentro il modello di sviluppo neoliberista, innovando le forme di valorizzazione delle rendite rispetto al tradizionale mercato immobiliare. Ciò che cambia sono, forse, soprattutto le retoriche che la accompagnano. In questo non sono molto diverse da tutte quelle retoriche che accompagnano le politiche di valorizzazione, di patrimonializzazione, lo storytelling sulla ricchezza dei luoghi e i loro valori accumulati (in realtà, ironia della situazione, legati soprattutto alle dinamiche sociali di riqualificazione e di riappropriazione degli spazi) che di fatto favoriscono l’arricchimento e l’incremento delle rendite (Boltanski, Esquerre, 2017).
In uno splendido libro, di diversi anni fa, curato da Serena Vicari Haddock e Frank Moulaert (2009), esito di una pluriennale ricerca internazionale, si dice già quasi tutto sul tema, a conferma del fatto che la questione è ben nota da molto tempo (Chombart de Lauwe, 1965) ed ha già avuto ampie trattazioni. In quel testo si afferma, in maniera documentata: “Abbiamo visto come la maggioranza delle politiche di rigenerazione urbana analizzate abbia mancato i due obiettivi generali della politica urbana: stimolare la crescita economica e raggiungere equità e integrazione sociale” (p. 47). Anzi “[…] invece che favorire la piena realizzazione delle potenzialità, finisce per riprodurre quei meccanismi di esclusione che è chiamata a combattere” (p. 49).
Nella sua accezione più nobile, infatti, la “rigenerazione urbana” avrebbe l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze spaziali e di attivare modelli di sviluppo alternativi soprattutto nei quartieri più difficili. Non solo quindi la rigenerazione urbana tradizionalmente intesa fallisce in questi suoi buoni propositi quando conta, ancora una volta, sul prevalente coinvolgimento degli investimenti privati, spesso fuori da una cornice e un indirizzo pubblico, o persino dal controllo pubblico, con gli effetti negativi che abbiamo già ampiamente sperimentato nella “programmazione negoziata”⁴. La “rigenerazione urbana”, per essere tale, non può che essere costruita all’interno di un’“azione pubblica” pensata e praticata in forma innovativa (Cellamare, 2020a), e attenta agli effetti di reale equità e giustizia spaziale (ovvero, per converso, attenta a contrastare i processi che generano disuguaglianza).
Essa, inoltre, fallisce anche per il modello socio-economico cui si riferisce, che è il generatore di quelle disuguaglianze. La rigenerazione urbana non è compatibile con un modello di sviluppo neoliberista.
Bisogna far conto su altri processi e quindi su altri soggetti, in grado di affermare modelli di sviluppo alternativi. Se si vuole pensare a qualcosa di utile per il territorio, bisogna pensare “dal basso” e coinvolgendo le persone che abitano tali territori, i soggetti e gli attori che vi operano.
Note
¹ Come si è detto altrove (Cellamare, 2020c), l’espressione “rigenerazione urbana” è diventata da una quindicina d’anni un tema e un concetto chiamato in causa nelle occasioni più disparate e come soluzione a tutti i problemi, dalle diverse parti in causa, sebbene poi con accezioni diverse: gli abitanti che reclamano la riqualificazione dei propri quartieri, soprattutto in periferia, a fronte di una mancanza di politiche e di uno stato di degrado spesso insopportabile; gli operatori economici (proprietari, costruttori e immobiliaristi) che cercano occasioni di rilancio del proprio settore – considerato in difficoltà – e occasioni di nuovi profitti; i politici e gli amministratori che cercano opportunità e modalità di nuovi annunci e di strade presunte innovative e spesso non concretizzate (se non in pochi casi), facendo l’occhiolino in modi diversi a soggetti diversi; i ricercatori che cercano o richiedono innovazione, vera o presunta, e che si distribuiscono su un range molto ampio da quelli più critici a quelli che cavalcano il mainstream delle politiche.
² Si tratta, in primo luogo, per l’Italia dei progetti legati al PINQuA (Programma Innovativo Nazionale sulla Qualità dell’Abitare) e ai PUI – Piani Urbani Integrati, connessi ai finanziamenti del PNRR.
³ È interessante notare che, recentemente, lo stesso mondo più attento e sensibile della comunicazione si è interrogato in maniera critica sul tema della “rigenerazione urbana” e ha cercato di decostruirne i significati. Cfr. a questo proposito iniziative di informazione indipendente come Sveja! e comune-info.
⁴ Il problema non è, infatti, la presenza dei privati e dei loro finanziamenti, ma del prevalere – attraverso questa leva quando si sviluppa al di fuori di un pieno controllo e indirizzo pubblico – dell’interesse privato su quello pubblico, non risolvendo le criticità che si intendono affrontare. Come vedremo più avanti, i finanziamenti di alcune fondazioni possono contribuire in maniera determinante e positiva per lo “sviluppo locale integrale”. La presenza consistente di fondi pubblici, attualmente favorita dalle disponibilità (peraltro da “restituire”) dei finanziamenti del PNRR e di altri programmi pubblici, potrebbe sicuramente costituire un punto di vantaggio, anche se comporta altri ordini di problemi.
Foto di Denis LORAIN su Unsplash