I social network sono diventati sempre più un campo minato. Da una parte, l’affordance algoritmica invita in modo crescente alla polarizzazione sociale, tra trolling diffuso e iper frammentazione delle identità. Dall'altra, si moltiplicano i contenuti generati da bot e intelligenze artificiali, rendendo alcune province dei social luoghi dove le macchine parlano con se stesse. In questo contesto, si moltiplicano gli appelli alla disconnessione. Dei singoli soprattutto, in cerca di spazi mentali e tempi di vita. Ma anche delle organizzazioni, che si interrogano sulla dimensione etica, sull’efficacia e sull’impatto di strategie di comunicazione sempre più costose e sempre più effimere.
In questa serie intitolata Vogliamo disconnetterci verranno proposti vari contributi sul tema della disconnessione. Riflessioni teoriche e analisi da tutti quegli ambiti che si occupano di media, società e tecnologia. Ma anche casi pratici di organizzazioni della cultura, del sociale e dell'informazione che hanno lasciato in parte o in tutto i canali social. Il primo articolo della seria è disponibile qui, il secondo qui, il terzo qui, il quarto qui e qui, il quinto.
Se pensiamo a un giovane (che per chi scrive e la maggior parte di chi leggerà saranno tutti coloro sotto i 25 anni) lo immaginiamo immediatamente con la sua protesi di device incorporata alla mano, forse anche con due peduncoli alle orecchie. I giovani sono iperconnessi¹, sono nativi digitali ecc., lo sanno anche i muri oramai. Oltre a essere evidente che il digitale sia entrato nelle vite delle nuove generazioni, dovrebbe esserlo anche il fatto che è dispotico nelle vite dei più anziani, e che nessuno se la cava benissimo a gestirlo. Problemi di privacy, di phishing, fughe di dati e server ballerini, software sempre più complessi per lavori che prima neanche necessitavano di un pc. La lista è lunga ma credo che il concetto sia chiaro: il rapporto con il digitale riguarda davvero tutti, con ogni tipo di difficoltà.
Ho partecipato recentemente a Napoli a dei “Silent Party"², una serie di eventi in cui ho assistito a incontri di lettura silenziosa, visite collettive a luoghi d’arte, presentazioni di libri. In tutti l’unica richiesta esplicita era di spegnere il telefono. La parola party è forse fuorviante, perchè non si fa festa in silenzio. Si crea un perimetro temporaneo di disconnessione condivisa, si lascia il telefono da parte, e si parla, ci si guarda, tutto il resto. Mi ha raccontato l’organizzatore che ha proposto gli eventi anche ad adolescenti e che, al momento di disattivare i telefoni, i ragazzi sono andati in difficoltà. Non tanto per un attaccamento allo schermo, quanto per ciò che sarebbe successo dopo. Si è creato un caso diplomatico paradossale: erano i genitori, in gran parte millennial, a chiedere che i figli restassero sempre raggiungibili. Spegnere il telefono voleva dire violare un patto implicito con gli adulti.
I genitori (per lo più millennial) hanno interiorizzato l’idea della reperibilità continua come forma di cura. Pensano che fare bene il proprio ruolo significhi prevenire, monitorare e nel caso intervenire subito. Vanno in ansia se non ricevono notifiche. Si apre qui la parentesi sulle dinamiche genitoriali e identitarie dei nuovi adulti, le insicurezze personali e collettive di un’intera generazione cresciuta all’ombra di molteplici crisi economiche e con traiettorie biografiche segnate da cambiamenti valoriali, di ruoli di genere, di prospettive lavorative e instabilità materiali. Sono genitori più accomodanti, amici o succubi dei figli, fanno fatica a sostenere il conflitto e il limite³, e per loro il telefono diventa uno strumento di controllo morbido (nell’era in cui il controllo ha sostituito la sorveglianza, per dirla con Deleuze⁴). In questo senso la richiesta di reperibilità costante parla più delle loro ansie che di quelle dei figli. Il semplice gesto di spegnere un telefono si carica di tensione generazionale.
I genitori (per lo più millennial) hanno interiorizzato l’idea della reperibilità continua come forma di cura
C’è anche la scuola, che dal 2001 ha introdotto tra le tre “I” quella della di internet, e che oggi senza la LIM e le TIC (la lavagna digitale e le tecnologie informatiche) non fa lezione. Potremmo quindi domandarci che tipo di responsabilità abbiano adulti e genitori nell’uso e abuso di device tecnologici dei più piccoli, e lascio la domanda aperta.
Nelle mie ricerche di questi anni, nel periodo tra la pandemia e il 2025, ho incontrato più di 300 student* della generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012). La novità nel 2026 la vedo altrove. La prima cosa su cui metterei l’accento non è tanto che la Generazione Z sia cresciuta dentro l’infrastruttura digitale, quanto che nel senso più concreto, materiale, non abbia mai conosciuto un mondo senza smartphone. Noi predecessori, dai boomer ai millenial, facciamo sempre riferimento a un’infanzia d’oro in cui non c’era altro modo di contattare gli amici se non al telefono fisso o dandosi appuntamenti a casa, studiavamo sui libri e facevamo giochi di società. Questa dimensione materiale non è stata per nulla attraversata dalle generazioni successive. Che in altre parole non hanno un paradiso perduto da rimpiangere. La loro realtà è altra e punto. Questo è un aspetto che fa da spartiacque e che credo sia importante per mettersi nella giusta prospettiva. Con chi li possiamo comparare? Molte ricerche sui funzionamenti neuronali e lo sviluppo neurologico stanno evidenziando che i circuiti e le sinapsi sono differenti in questi individui⁵ (a che cosa porterà non lo sappiamo, è una forma di evoluzione anche questa).
Intanto ho visto affiorare e diffondersi, tra molti dei più giovani, pratiche di disconnessione volontaria. Micro-scelte quotidiane, come spegnere le notifiche, cancellare un social, limitare il tempo di utilizzo, ritagliarsi momenti offline. Serve ora una precisazione: i giovani sono un target commerciale molto preso di mira. Una parte rilevante del discorso pubblico sulle “generazioni” è nata in ambito pubblicitario, quando il marketing ha trasformato le coorti anagrafiche in bersaglio di consumo rendendo operativo sul piano commerciale un concetto che in sociologia atteneva soprattutto alle esperienze condivise e al piano storico-culturale comune⁶. La suddivisione attualmente in uso è arbitraria, non c’è un evento, o altra evidenza, per cui dal 1981 si è entrati nei “millennial” e dal 1997 nei Z. L’uso corrente delle etichette (millennial, boomer, ecc) tende a semplificare su base anagrafica e ad appiattire le differenze interne di classe, genere, territorio e capitale culturale, mentre segna scarti netti di discontinuità tra generazioni quando la realtà è decisamente fuzzy⁷.
Consapevole di questa riduzione, utilizzerò qui il termine “Gen Z” in modo operativo e generalizzante, per indicare uno spartiacque: la distinzione tra chi ha vissuto un’infanzia prevalentemente analogica e chi è cresciuto fin dall’inizio dentro un’infrastruttura digitale pervasiva. È in questa differenza di esperienze storiche e tecnologiche che prosegue l’argomentazione.
Ho visto affiorare e diffondersi, tra molti dei più giovani, pratiche di disconnessione volontaria. Micro-scelte quotidiane, come spegnere le notifiche, cancellare un social, limitare il tempo di utilizzo
Quando ho incontrato student* nelle scuole ho imparato tantissimo dalle loro prospettive, sulle dinamiche dell’hate speech, sulle ecochamber e le rincorse di visibilità algoritmiche. Sono ricettivi ai discorsi main-stream che li riguardano, oltre a essere attenti auto-osservatori delle proprie vite, con una riflessività che in precedenza non esisteva. Sanno, come la teoria critica ci ha indicato⁸, rendersi conto che le tecnologie non sono strumenti neutri, li vedono come dispositivi che organizzano potere, attenzione e desiderio. Sanno che i media, mentre trasmettono contenuti, modellano soggettività.
La pandemia è servita a produrre un cambiamento in questa dinamica. Ha prodotto saturazione nella connessione, quella stessa che ci ha salvato dall’isolamento ha esaurito le sinapsi, ridando un senso alla corporeità. Lo schermo era diventato aula, piazza, luogo di amicizia. Una studentessa diceva: «Ceh, lo usi alle 8 del mattino per collegarti… e la sera lo continuavi ad usare». E alla fine ha prodotto una consapevolezza nuova. Riconoscono che la comodità costa l’erosione della relazione. «È stato anche un momento emozionante vedere i nostri compagni, riabbracciarci; cosa che in dad non ci era possibile fare» mi raccontavano. La Gen Z ha sperimentato la differenza tra connessione e presenza, e vive una curiosità dentro la disconnessione. In questo senso sono già, in parte, post-umani: il confine tra online e offline è meno netto. Ma quando togliamo la connessione, che cosa resta? Di chi sono i corpi dei figli, che spazi possono abitare? La sicurezza ha portato ad abbandonare i giochi in strada, l’educazione a evitare che i bambini si spintonino negli intervalli, l’assenza di persone dedite alla cura che possano andare a casa dei coetanei.
Per anni abbiamo raccontato la disconnessione come fuga, tra ritiri digital detox e weekend senza telefono, ma come si applica questo alla vita quotidiana? «Ho tolto le notifiche di Instagram perché mi distraevano troppo. Se devo studiare lo metto in modalità aereo, sennò ogni cinque minuti lo guardo.» Mi diceva una studentessa. Poi vivono ambivalenza: «Quando lo lascio a casa e esco senza telefono mi sento più leggero. Però poi mi viene l’ansia che magari mi scrivono e non rispondo» (La FOMO). Le app più usate sono anche quelle che muovono maggiore conflitto : «Instagram ti fa sempre sentire che devi fare qualcosa di più.»; su Tiktok «Entro per cinque minuti e passa un’ora.»; e pratiche di civile indifferenza : «A volte non commento apposta, anche se avrei qualcosa da dire. Tanto online si finisce solo per litigare.»
C’è una disconnessione giovanile fatta di dettagli, chi limita l’uso dei social nei periodi di studio, chi disinstalla un’app “perché fa perdere troppo tempo”, chi sceglie di non commentare per non alimentare conflitti, chi silenzia gruppi WhatsApp per proteggere la propria concentrazione. Contemporaneamente tramite internet i giovani plasmano anche la propria identità, incontrano i pari, sembrerebbe molto più preoccupante oggi un adolescente che cresce del tutto disconnesso. Alcuni di loro una strada la stanno cercando, dove la disconnessione diventa una competenza in costruzione. Una dissidenza senza slogan, rinegoziando l’uso della tecnologia. La Gen Z vive la realtà di un intero mondo soggetto all’iperconnessione, vede i limiti della tecnologia e non sogna un ritorno all’analogico. La conclusione controintuitiva è questa: la Gen Z potrebbe essere la prima generazione capace di una disconnessione consapevole.
Note
¹ “Iperconnessi. Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti” di Twenge, J. M. (2018). Einaudi.
² https://silentreadingparty.it/tour/silent-reading-party/
³ Lancini, M. (2025). Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti. Raffaello Cortina Editore.
⁴ Deleuze, G. (1992). Postscript on the societies of control. October, 59, 3-7.
⁵ Ding, K., Shen, Y., Liu, Q., & Li, H. (2024). The Effects of Digital Addiction on Brain Function and Structure of Children and Adolescents: A Scoping Review. Healthcare, 12(1), 15. https://doi.org/10.3390/healthcare12010015
⁶ Mannheim, K. (1952). The problem of generations. In P. Kecskemeti (Ed.), Essays on the sociology of knowledge (pp. 276–320). Routledge & Kegan Paul.
⁷ Maffesoli, M. (1996). The time of the tribes: The decline of individualism in mass society (1st ed.). SAGE Publication
⁸ Tra i tanti cfr Han, B.-C. (2012). La società della stanchezza (F. Buongiorno, Trad.; 2ª ed.). Nottetempo; Zuboff, S. (2019). Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri. Luiss University Press.
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