Pubblichiamo un articolo in tre parti sulla trasformazione, possibile e necessaria, della Biennale di Venezia. Lo ha scritto Vittoria Martini e lo ha pubblicato in inglese, a Giugno 2025, l'editore Nero. È il seguito di "The Responsability of a Cultural Institution. The Venice Biennale must meet its own history", pubblicato nel 2024, quando si è costituita ANGA (Art Not Genocide Alliance) per chiedere l’esclusione di Israele dalla Biennale di Venezia. Attraverso un’analisi documentata e politica, il testo propone di ripensare radicalmente la natura, la gestione e la funzione pubblica dell’istituzione culturale più emblematica della città. La prima parte si legge qui, la seconda è qui.
In questa terza parte: In questa terza e ultima parte immaginiamo insieme come riprenderci la città iniziando a riappropriarci degli spazi pubblici della cultura. Per esigere l’impossibile bisogna essere realisti, dunque riparto da fatti storici che portano alle origini dell’istituzione, nata come un’utopia di un amministratore pubblico locale, un sindaco con una visione per la sua città in epoca post-risorgimentale. (I vent’anni di fascismo hanno insabbiato il Risorgimento e lo hanno silenziato, mentre bisognerebbe rispolverarlo.) L’area sulla quale sorgono i giardini così detti “della Biennale” è pubblica, il comune di Venezia stesso nel 2001 ha richiesto la loro “restituzione” all’utilizzo pubblico alla stessa Biennale che in risposta l’ha, di fatto, privatizzata. In questa area c’è un padiglione che appartiene alla città, è il padiglione Venezia, e si è da poco costituita una associazione chiamata Venezia c’è nata per restituire voce alle operatrici culturali locali che lavorano in maniera permanente in una città che è gestita da un amministratore pubblico che non ha idea di cosa significhi “rappresentare” una città e la usa come un proprio asset. Prima che il padiglione Venezia diventi di proprietà dell’exclusive sponsor Bulgari per le prossime tre edizioni, deve diventare luogo di resistenza civica e culturale.
Cerchiamo infine di costruire una possibile realtà, sempre attraverso fatti concreti, e immergiamoci per un attimo nella storia. Durante la prima Festa Nazionale per l’Unità d’Italia il 20 settembre 1895 a Venezia, parte del corteo si dirige davanti al monumento di Paolo Sarpi e poi sotto la casa di Riccardo Selvatico. Le cronache riportano che abbia intonato con entusiasmo il coro: “Viva il 20 settembre! Viva Selvatico! Viva Paolo Sarpi!” Riccardo Selvatico era stato il sindaco di Venezia per cinque anni ed era decaduto il 28 luglio. La sua amministrazione, radicale e progressista, avrebbe lasciato un segno duraturo non soltanto per gli eventi e le opere realizzate, ma anche per “l’immaginario collettivo [di] una nuova e possibile visione del mondo”. La giunta Selvatico si era voluta accreditare come l’amministrazione che, prima tra tutte, agiva in maniera coerente ai paradigmi dell’Italia nata dal Risorgimento ponendo in primo piano il progresso civile e economico come nuovi paradigmi della pubblica utilità.
Sostenuto da una base di alleanze democratiche e conservatrici che condividevano un’impostazione laica, Selvatico poté avviare un programma di riforme avanzato che intendeva allargare la base sociale della democrazia veneziana municipalizzando i servizi pubblici. Come sindaco, promosse la creazione di scuole professionali, la riorganizzazione del servizio sanitario e delle Opere pie, la fondazione e la sovvenzione della Camera del Lavoro, la costruzione di case popolari e il risanamento della città, l’alleggerimento del carico tributario, il ritorno della scuola pubblica ai suoi uffici di educazione nazionale civile e laica. Convinto che la necessità storica imponesse agli uffici pubblici di non potere più rimanere “spettatori contemplativi e inerti” e “difensori di un liberalismo e individualismo economico che consentiva alla speculazione privata lo sfruttamento del benessere comune”, ne frenò l’abuso sostenendo la redistribuzione.
È l’amministrazione Selvatico che delibera la realizzazione del monumento a Paolo Sarpi e decide di inaugurarlo il 20 settembre 1892, anniversario della Presa di Roma, dandogli un chiaro significato politico e ideologico. Come Giordano Bruno, Sarpi era simbolo del liberalismo risorgimentale nell’Italia post-unitaria alla ricerca di una identità, uno dei protagonisti delle più alte conquiste scientifiche e filosofiche dell’umanità che finalmente si potevano celebrare grazie al “concetto dell’indipendenza laicale dello stato che domina la legislazione moderna”. Paolo Sarpi, l’“avvocato laico dei figli della rivoluzione”, con il sindaco Selvatico diventa simbolo “della cittadinanza veneziana”.
È questa persona con queste idee nel contesto post-unitario che nel 1894 riesce a far votare al Consiglio comunale la delibera che istituisce l’“Esposizione artistica”, un’operazione culturalmente e economicamente visionaria nella Venezia di fine Ottocento che affermava la volontà di far diventare i “poteri pubblici”, agenti di trasformazione sociale e culturale. Per Selvatico la modernità veneziana doveva avere radici nella solidarietà, nel benessere della cittadinanza, nella redistribuzione delle ricchezze, nella eterogeneità economica. La delibera del 19 aprile 1894 stabiliva che il Comune di Venezia avrebbe aperto “ad ogni biennio un’Esposizione d’Arte” che avrebbe favorito e sostenuto “la crescita economica di Venezia” affermandola gradualmente come “uno dei centri più importanti per il commercio d'arte”. Nella stessa seduta, la Giunta deliberava quello che era l’obiettivo principale di Selvatico: “destinare gli eventuali proventi ad istituzioni di beneficienza cittadina”.
Riccardo Selvatico muore nel 1901, poco dopo l’inaugurazione della seconda edizione dell’Esposizione e la sinistra non tornerà più a amministrare Venezia fino alla Liberazione. La narrazione della vita di Riccardo Selvatico è stata costruita esclusivamente attorno alla mitologia del “sindaco-poeta” perché, appena cambiata la giunta, sono state insabbiate tutte le riforme da lui realizzate considerate troppo progressiste e democratiche e, con esse, anche il principio fondativo che l’Esposizione fosse stata istituita come un ente pubblico di beneficienza. La politica cittadina preferì “il liberalismo e l’individualismo economico che consentiva la speculazione privata e lo sfruttamento del benessere comune”.
L’atto fondativo dell’Esposizione d’arte di Selvatico stabiliva invece come un’istituzione pubblica culturale, situata in preciso contesto, avesse il dovere di apportare ricchezza in termini sia economici che educativi, alla cittadinanza. Lo statuto dell’Esposizione prevedeva infatti che il sindaco ne fosse il presidente, che decidesse dunque l’orientamento politico, elemento essenziale per stabilire la direzione culturale.
Conoscere la storia significa sapere che alcune utopie si sono realizzate
Ho la convinzione che sia essenziale la conoscenza dei fatti storici per essere il più possibile realisti per “esigere l’impossibile”. Sostengo l’importanza delle istituzioni che reputo vitali per la democrazia. Conoscerne la storia significa sapere che le utopie che si sono realizzate, grazie all’immaginazione delle persone che hanno rappresentato questa istituzione in passato, hanno potuto realizzarsi grazie alla volontà politica della pubblica amministrazione.
A proposito di utopie realizzabili, di essere realisti per esigere l’impossibile, vorrei raccontare una piccola storia che propone la possibilità di un rovesciamento di prospettiva per iniziare a “ragionare al contrario, in un furibondo atto di immaginazione, e rendere impossibile l’attuale considerato possibile”. Questa storia possiamo farla iniziare a pochi passi dal Comune di Venezia, quando nello stesso periodo in cui questo sottoscriveva l’accordo con il Qatar, Venezia c’è, un “gruppo di cittadini e cittadine, rappresentanti a vario titolo l’ecosistema culturale veneziano”, avviava una raccolta di firme per sostenere la petizione che chiedeva di aprire un confronto con l’amministrazione comunale sulla questione della gestione del padiglione Venezia.
Molto brevemente, il padiglione Venezia è di proprietà del Comune ed è stato costruito nel 1932 nel piano di “colonizzazione” dell’isola di Sant’Elena che prevedeva di destinare un’area ad uso della “Biennale” fin dai primi progetti perché, dalla metà degli anni ’20, lo spazio edificabile nei giardini era ormai insufficiente e non si riusciva a accontentare le numerose nazioni che richiedevano un padiglione. Il corpo centrale dell’edificio era destinato all’esposizione delle Arti Decorative Veneziane nel quadro del ripensamento istituzionale della presidenza Volpi e la direzione di Antonio Maraini che, in linea con l’ideologia fascista, prevedeva la diffusione del “gusto decorativo italiano all’estero”. Maraini spiega che la denominazione “Padiglione Venezia” sottolineava il “carattere locale” della produzione che sarebbe stata mostrata. Le mostre di arti decorative si sono susseguite fino a quando la “Biennale” ha sospeso ogni attività nel settembre del 1942 a causa della guerra.
Con l’appoggio del Ministero della Cultura Popolare -che si era trasferito a Venezia per la vicinanza con il centro della Repubblica Sociale Italiana (RSI)- nel settembre del 1943 l’Istituto Nazionale Luce ottiene l’uso temporaneo del padiglione per farne teatro di posa e laboratorio di produzione, diventando la sede ufficiale nel periodo della RSI. Dopo la Liberazione il padiglione torna a ospitare le mostre di arte decorativa fino al 1972 quando viene soppressa la sezione con il nuovo statuto. Dal 1976 il Comune mette a disposizione di “Biennale” il padiglione per ospitare nazioni senza spazio espositivo e dal 1982 al 1990 diventa il padiglione della DDR tanto che per lungo tempo verrà chiamato “ex padiglione della Germania”. Poi la destinazione del padiglione diventa sempre più confusa tra gestione municipale e di “Biennale”: prima ufficio stampa, saltuariamente ad uso espositivo degli sponsor, poi gestito dalla Direzione generale per l’architettura e le arti contemporanee (DARC) - per supplire la partecipazione ufficiale italiana soppressa nel 1999 con mostre di opere che sarebbero entrate a far parte della collezione del costruendo MAXXI - e nel 2007, con l’apertura del padiglione ufficiale italiano, torna alla gestione comunale. L’intenzione era un ritorno del padiglione allo scopo per cui era stato costruito cioè mostre che avessero un forte radicamento nel territorio in un contesto internazionale. Ma la gestione comunale del padiglione, decisa direttamente dal sindaco di Venezia, ha proposto una serie di progetti che parlano una lingua diversa rispetto a quella parlata nel contesto in cui si trova, ma non parla nemmeno alla città in cui si trova.
Nel settembre 2024, Venezia c’è ha scritto una lettera certificata indirizzata al sindaco per proporre di aprire una riflessione e instaurare un dialogo per chiarire la missione culturale del padiglione, considerare uno statuto ufficiale per stabilire dei criteri che ora sono indecifrabili, e per chiedere che si doti di un comitato scientifico “che restituisca l’eterogeneità del sistema culturale nell’ottica di dialogo plurale”. Come scrivono i firmatari di Venezia c’è, “negli ultimi dieci anni, il fermento culturale della Città Metropolitana è in crescita ed espansione. Nuove realtà … aperte tutto l’anno e gestite da persone che risiedono in città, svolgono un prezioso lavoro — spesso poco visibile — contribuendo significativamente alla creazione e al mantenimento di un sistema vitale tramite lo scambio tra artisti, operatori e pubblico. Grazie a questo tessuto socioculturale, la città si sta progressivamente aprendo a esperimenti innovativi in direzione di un avvicinamento tra le istituzioni culturali cittadine di respiro internazionale e il panorama artistico locale, a testimonianza del fatto che la produzione artistica in questo territorio è qualitativamente rilevante e merita di essere sostenuta sia a livello produttivo che espositivo. Per assecondare questa tendenza virtuosa, riteniamo urgente innescare una riflessione corale … per sviluppare una serie di misure volte a rafforzare il ruolo del Padiglione Venezia come spazio espositivo di primo piano nella rappresentazione del contesto culturale cittadino sensibile ai linguaggi del contemporaneo e aperto al mondo.”
A questa richiesta di Venezia c’è, aggiungerei l‘importanza simbolica della “restituzione” di questo spazio alla città che, a causa della cattiva amministrazione pubblica, sta vedendo l’inarrestabile svendita o privatizzazione dei suoi spazi pubblici. La restituzione del padiglione Venezia ai cultural workers che lavorano permanentemente in città, potrebbe essere un primo gesto di risarcimento rispetto alla sua storia, “un annullamento strutturale dei modelli istituzionali ereditati … lo smantellamento e la ricomposizione di questi ultimi in modi che riconoscano le ingiustizie storiche e creino nuove forme di gestione culturale.”
Il sindaco non ha mai risposto alla richiesta di dialogo di Venezia c’è che probabilmente percepisce come una seccatura visto che non porta alcun ritorno economico. La narrazione di una città che sta morendo e che non possa autosostenersi e debba svendersi, è costruita dalla cattiva amministrazione pubblica locale per poter approfittare del “liberalismo economico che consente la speculazione privata e lo sfruttamento del benessere comune”. Simone Weil ha scritto che “la più grande sventura che possa capitare agli uomini è la distruzione di una città” e in un’opera che non a caso è intitolata Venezia Salva, scrive che la città è “un milieu humain dont on n’a pas plus conscience que de l’air qu’on respire.” Quando c’è la partecipazione civile, invece, significa che la città è vitale, ma a questo tipo di pubblica amministrazione fa più comodo il silenzio complice rispetto al rumore di una cittadinanza consapevole che vuole difendere la propria città, quella che ha sfidato e vinto le grandi navi con dei barchini.
Dobbiamo essere realisti e usare tutta la nostra immaginazione per ribaltare ciò che è possibile oggi. Perché è possibile che il Qatar ottenga il permesso di costruire un nuovo padiglione su un terreno vincolato, di proprietà della città di Venezia, e che sia impossibile che uno spazio comunale storico, già esistente, possa essere gestito da operatori culturali locali che creerebbero progetti che parlerebbero la stessa lingua del contesto in cui si inserisce? Perché non dare voce alla città di Venezia che è grazie alla sua natura internazionale (la stessa che ha permesso il successo della “Biennale”) che da sempre ospita e nutre una scena artistica e culturale di grandissima rilevanza? Come Riccardo Selvatico sosteneva, si tratta semplicemente di una questione di volontà politica che coincide con la volontà culturale.
Per diventare “sognatori del giorno” dobbiamo essere consapevoli di questi fatti e come cittadini consapevoli dovremmo vigilare affinché il “potere pubblico” operi per il bene comune, perché “quelli che sognano di notte si destano al mattino per scoprire la vanità dei loro sogni. Ma i sognatori del giorno sono [persone] pericolose, capaci di recitare a occhi aperti il loro sogno fino a renderlo possibile!”
Bibliografia
Foto di copertina di Laura Adai su Unsplash.
48. Consiglio comunale, “La Gazzetta di Venezia”, 3 agosto 1895. Consiglio comunale. Proclamazione del Sindaco e della Giunta. Baccano indiavolato, “La Difesa”, 3-4 agosto 1895.
La prima proposta di legge per celebrare la Festa nazionale per l’Unità di Italia il 20 settembre (anniversario della breccia Porta Pia, della liberazione di Roma e la conseguente fine del potere temporale del papa), è presentata alla Camera dei deputati nel maggio 1889. È soltanto a luglio del 1895 che verrà approvata la proposta che dichiara il 20 settembre “giorno festivo” per “celebrare degnamente il venticinquesimo anniversario della breccia di Porta Pia … la più grande vittoria ottenuta dall’Italia a beneficio di tutto il mondo civile”. La festa nazionale del 20 settembre è stata soppressa con il regio decreto legge 30 dicembre 1923 n. 2859 che modifica le date di una serie di feste nazionali, introducendone nuove celebrative del regime fascista. Mussolini giustifica la soppressione sostenendo che “con il Trattato Lateranense è stata definitivamente chiusa la questione romana”. Questa data “è venuta necessariamente a perdere la sua giustificazione di riconsacrazione annuale del diritto dell’Italia alla sua capitale”. In sostituzione di questa festa viene introdotta come solennità civile, l’11 febbraio data della stipulazione dei Patti Lateranensi.
49. Agostini T., Venezia nell’età di Riccardo Selvatico, Ateneo Veneto, 2004, p. 107
50. Idem, p. 54
51. Le camere del lavoro nascono alla fine dell'ultimo decennio del XIX secolo, come uno strumento di difesa dallo sfruttamento e dalla disoccupazione dilagante nel nord d'Italia, nel periodo della depressione economica del decennio 1887- 1897, come emanazione di dirigenti del Partito Operaio Italiano, si trasformerà successivamente nel Partito dei Lavoratori Italiani poi ribattezzato Partito Socialista Italiano.
52. Agostini T., Venezia nell’età cit., p. 49
53. Agostini T., Venezia nell’età p. 69
54. Idem, p. 71
55. Idem, p. 49, 50.
56. Zanardi C., La bonifica umana. Venezia dall’esodo al turismo, Edizioni Unicopli 2020, p. 11
57. Lamberti M. M. Le mostre internazionali di Venezia cit., p. 101.
58. Prima Esposizione Internazionale d’Arte della città di Venezia, catalogo illustrato, Premiato stabil. F.lli Visentini 1895
59. “Rendere possibile l’impossibile, ma cominciare a ragionare al contrario, cioè come fare a rendere impossibile l’attuale considerato possibile. Essere realisti è esigere l’impossibile che è esattamente il furibondo atto di immaginazione che è richiesto a meno che non ci vada bene l’attuale situazione.” Maria Nadotti, L’immaginazione è potere, in 40 anni dopo la legge Basaglia, Convegno Nazionale, Iseo, 10-13 maggio 2018.
60. Qui mi riferisco in particolare alla storia della “Biennale” nel periodo della riforma, tra il 1972 e il 1975.
61. Vedi nota 54
62. Venezia c’è, Comunicato stampa, https://drive.google.com/file/d/1DeyK3QUfwzV-sXn_R-sp8TjALfJYPgHe/view
63. Archivio Storico del Comune di Venezia, n.74247 Ufficio lavori, anno 1928, Colonizzazione sull’Isola di Sant’Elena.
64. De Sabbata M., Tra diplomazia e arte. Le biennali di Antonio Maraini (1928-1942), Forum 2006, p. 98
65. A. Maraini, Introduzione, in XVIIIa Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia 1932, Catalogo, Officine Grafiche Carlo Ferrari, Venezia 1932, II ed., p. 17.
66. A Salò, sul lago di Garda, aveva sede l'Agenzia di stampa Stefani che emetteva in esclusiva notizie stampa e comunicati della RSI, ognuno dei quali iniziava con luogo (Salò) e data.
67. L’Istituto Nazionale Luce è stata una società per azioni italiana creata nel 1924 come potente strumento di propaganda del regime fascista. Nel 2009 la società viene fusa con Cinecittà Holding S.p.A., costituendo una società per azioni, Cinecittà Luce S.p.A., che nel 2011 diventa Istituto Luce Cinecittà, cfr. Mancosu, G., Vedere l'impero. L'Istituto Luce e il colonialismo fascista, Mimesis 2022.
68.Bazzoni R., 60 anni della Biennale di Venezia, Lombroso editore 1962, p. 137
69. Colombia e Iraq nel 1976 condivisero lo spazio espositivo dividendosi le spese di restauro; nel 1978 e 1980 venne concesso alla Repubblica popolare di Cina che partecipava per la prima volta. Dal 1982 al 1990 diventa il padiglione della Repubblica Democratica Tedesca che nel 1986 stipula un accordo di affitto del padiglione Venezia con “Biennale” per un periodo di diciannove anni, accordo notificato dal comune di Venezia proprietario dell’edificio.
70. Venezia c’è, Comunicato stampa, cit.
71. Comune di Venezia, Assessorato all’Urbanistica, Piano Particolareggiato “Giardini della Biennale,” Fascicolo B cit., p. 4
72. Gregnanin G., “Redefining the Museum as a Shared Resource,” Museum-ID 2025 https://museum-id.com/redefining-the-museum-as-a-shared-resource/
73. Parte prima, Ordinamento istituzionale – Disposizioni generali del TUOEL “Principi e le disposizioni in materia di ordinamento degli enti locali”, l’art. 8 è titolato “Partecipazione popolare” e definisce che “devono essere previste forme di consultazione della popolazione nonché procedure per l'ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati dirette a promuovere interventi per la migliore tutela di interessi collettivi e devono essere, altresì, determinate le garanzie per il loro tempestivo esame.” https://dait.interno.gov.it/documenti/tuoel-giugno-2022.pdf
74. Weil S., Venezia Salva, Adelphi 2024, p. 13
75. Campo C., Prefazione in Weil S., Venezia Salva cit., p. 11.