Parole di partecipazione attiva Una pubblicazione digitale con Fondazione Compagnia di San Paolo
Frutto di una collaborazione tra la Fondazione Compagnia di San Paolo e cheFare, Parole di partecipazione attiva è una pubblicazione digitale che esplora concetti e pratiche della partecipazione attiva nei diversi settori della società, proponendo un glossario che ne esplora luci e ombre a partire da contributi pratici e teorici.
La pubblicazione si basa su un esteso percorso di ricerca partecipato – realizzato nel corso del 2023 – che ha coinvolto rappresentanti ed esperti di più di 70 soggetti, inclusi comuni, associazioni, atenei, centri di ricerca e formazione, istituzioni nazionali, organizzazioni di secondo livello e fondazioni di origine bancaria.
Con questo contributo proseguiamo il percorso attraverso i 12 lemmi che si sono delineati come assi generativi della partecipazione attiva e che ne tracciano la fisionomia essenziale. Leggi l'introduzione al lemma di Bertram Niessen.
Vorrei partire da quello che avevo detto – sempre con cheFare e Fondazione Compagnia di San Paolo – sulla partecipazione¹. Individuavo 5 tratti costitutivi della partecipazione:
1 / Si ha partecipazione quando si cerca la presenza, come nelle partecipazioni dei matrimoni (il nemico della partecipazione è l’assenza, il non essere lì).
2 / Si ha partecipazione quando questa presenza non esclude però chi è assente, quando la presenza di qualcosa non implica la contemporanea assenza dell’altro o di chi è opposto.
3 / Si ha partecipazione quando si cerca di rovesciare una gerarchia, di ribaltare una asimmetria (ad esempio, nel “design partecipativo” i designer progettano con i consumatori e gli acquirenti).
4 / Si ha partecipazione quando si cerca di passare da un’organizzazione verticale ad albero a una organizzazione non-gerarchica orizzontale a rete (le reti sono partecipative per struttura).
5 / Infine, quinto tratto, si ha partecipazione quando si cerca di tradurre l’altro, di portarlo a noi, includendolo in alcune pratiche o in alcune decisioni da cui l’altro era escluso precedentemente.
Quest’ultimo tratto è interessante per capire la dimensione generativa e creativa del conflitto, che troppi pensano come opposto alla partecipazione, ma che in realtà non lo è affatto. Nella partecipazione attiva si cerca di tradurre l’altro, di portare l’altro a noi: si cerca di far partecipare degli esclusi. Ma ogni traduzione e lo dico da linguista e da semiologo – è la costruzione di una commensurabilità tra sistemi eterogenei, la costruzione di una misura comune tra un sistema che conosciamo (la nostra lingua madre) e un sistema che ci è invece radicalmente sconosciuto e che vogliamo comprendere portandolo a noi, traducendolo nel sistema che conosciamo.
Pensate a un traduttore simultaneo: è un mediatore che costruisce una misura comune tra una lingua ignota – che non sappiamo gestire – e una lingua a noi nota, facendoci passare da una all’altra. Ecco, il conflitto è quella forma di partecipazione che non accetta la traduzione, che non accetta la costruzione di una misura comune tra sistemi eterogenei, perché pensa – per varie ragioni – che questa commensurabilità non ci sia o non sia giusto costruirla. Il conflitto è perfettamente espresso dalla formula di Bartleby “I would prefer not to”: non è il mio mondo, non è la mia logica. Certe volte i sistemi non sono traducibili e non è giusto cercare una stele di rosetta che consenta di leggerne uno attraverso l’altro. Se mi passate l’immagine, il conflitto è la mossa di chi non accetta le regole del gioco che gli viene proposto e continua cocciutamente a gridare “scopa” mentre chi l’ha invitato al tavolo lo ha fatto per giocare a briscola.
E questa cosa, di cui vorrei mostrare il potere fondamentale, è diventata assolutamente intollerabile nelle nostre società negli ultimi 20 anni. Sia chiaro che questo non è normale: la generazione di mio padre – quella nata negli anni 50 e che aveva vent’anni negli anni 70 del Novecento – ha avuto il conflitto come prima espressione di ogni intervento possibile nel reale. Per questa generazione la partecipazione non era il modo proprio di intervenire nel reale. Qualcosa è radicalmente cambiato: abbiamo pensato (forse troppo a lungo) il conflitto nella sola prospettiva del suo superamento e della sua soluzione: un momento difficile che si tratta di “oltrepassare” in vista di una sintesi, di una concertazione, di una mediazione. E forse è per questo che ora, di fronte alle guerre che rinascono e ai conflitti sociali che si acuiscono, ci troviamo in qualche modo disarmati e non sappiamo ripensare l’insieme delle nostre pratiche sociali – sanità, urbanistica, educazione, politica – senza negare un quadro d’insieme segnato da tensioni irriducibili. Lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina: dovranno trattare, dovranno arrendersi, non possono vincere, di certo non vorranno combattere e fare la guerra. E invece qualcuno ancora combatte.
La domanda è allora questa: come pensare il conflitto in modo altro rispetto alla prospettiva del suo superamento e all’idea che chi si muove con logiche totalmente altre debba auspicabilmente partecipare attivamente alla progettazione del sistema? Io credo che, almeno in Italia, ci siamo fatti un po’ ingannare da Gaber e dall’idea – che ormai ripetono tutti – che “libertà è partecipazione”. Ho allora trovato estremamente interessante una recentissima intervista al coautore di tutti i pezzi di Gaber, cioè Sandro Luporini, che diceva non solo di essersi pentito molto di quel “libertà è partecipazione”, ma che ha raccontato che in realtà loro non volevano affatto scrivere questo, ma volevano scrivere che “libertà è spazio di incidenza”². Libertà è, cioè, quando puoi incidere sul reale e non quando partecipi al reale (è quando cominci a far giocare gli altri a Scopa, non quando partecipi alla Briscola). Allora, bisogna porsi una domanda importante: in che misura partecipare è incidere sul reale, in che misura “partecipazione” è “spazio di incidenza”? Non sono mica la stessa cosa. Perché?
Il conflitto è perfettamente espresso dalla formula di Bartleby “I would prefer not to”: non è il mio mondo, non è la mia logica
Perché la partecipazione è sempre l’inclusione dell’altro dentro le logiche di un sistema: un bilancio è partecipativo quando il cittadino partecipa alle logiche e alle decisioni di investimento di un comune o di un ente, che però non solo decide senza di lui su altre cose, ma lo fa all’interno di un dispositivo le cui logiche preesistono alle decisioni partecipate e le rendono possibile. L’arte è partecipativa quando lo spettatore diventa autore e artista all’interno di un dispositivo creato dall’artista. Il teatro è partecipativo quando lo spettatore diventa attore all’interno di un dispositivo messo a punto dalla compagnia. Insomma, il ribaltamento di una gerarchia preesistente, che è tipico di ogni forma di cultura partecipativa, non implica necessariamente la costruzione di una simmetria. Da qui il vero pericolo della partecipazione, che è l’immunizzazione, e cioè quell’operazione che “include parte di ciò che intende escludere per vanificarne la forza d’urto”. È quello che si fa coi vaccini: ci iniettiamo una dose piccola di ciò che vogliamo escludere per renderci immuni. Il problema è quando non vogliamo renderci immuni e vogliamo anzi cambiare le cose, ma la nostra “dose” di cambiamento è troppo piccola e la partecipazione ha quindi un effetto immunitario: esclude facendo partecipare, esclude, di fatto, proprio perché fa partecipare.
Allora penso che – al fine di fuggire dalle logiche dell’immunizzazione – non si debba opporre conflitto e partecipazione, come spesso si fa. Il conflitto è una forma fondamentale della partecipazione. Infatti, come abbiamo visto, la partecipazione attiva non implica l’uguaglianza, ma la gestione della disuguaglianza. E il conflitto è proprio la gestione della disuguaglianza. Del resto, perché chi è in una posizione di privilegio lo dovrebbe cedere tutto? Sarà disposto a cederne parti, magari quelle meno significative, se gli permettono di far partecipare l’altro attivamente.
Da qui la differenza tra partecipazione e conflitto: la partecipazione attiva – asimmetrica – è la partecipazione dell’altro dentro le logiche stabilite o poste da chi promuove la partecipazione attiva, mentre il conflitto è quella forma di partecipazione attiva che eccede le logiche di chi la promuove. Partecipazione attiva e conflitto sono due nomi che designano una partecipazione dei diseguali, in cui nella prima si accettano le logiche intavolate da chi propone la partecipazione, mentre nell’altra non le si accetta e si vuole partecipare con istruzioni proprie, perché si ritiene che, dentro alle logiche di chi promuove la partecipazione attiva, chi si trova in asimmetria di potere e viene fatto partecipare non abbia un sufficiente “spazio di incidenza”. Insomma, il conflitto è il rifiuto del codice di chi promuove la partecipazione. Il conflitto è la partecipazione che ritorna al suo significato letterale, e cioè “prendere parte”, nel senso di “schierarsi”, smascherando idee insostenibili interne al sistema e facendo perizia delle narrazioni e delle pratiche a cui ci siamo abituati troppo.
Allora forse ha senso chiudere con Luperini, libertà non è partecipazione, è spazio di incidenza, e lo spazio di incidenza transita sempre attraverso il conflitto. Perché il conflitto non si oppone affatto alla partecipazione, ma è la partecipazione che non accetta le regole di chi promuove la partecipazione e ti invita a partecipare.
Note
¹ Claudio Paolucci, I cinque sensi di Partecipazione, contenuto video, 2020.
² Sandro Luporini, Ti ricordi che c’era Gaber? “Libertà non è partecipazione”, articolo su Liberatv.ch, 2022 .