Venerdì 31 ottobre 2025
Uno spazio di desiderio
 
A te cosa piace leggere?
Scritto da: Federica Verona

Questo articolo è parte del primo numero de laRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione. 


Si legge qui, gratuitamente.

È estate – e all’interno di un cortile, parte di un fatiscente caseggiato di edilizia popolare della periferia ovest milanese – si sta svolgendo uno spettacolo teatrale. Lo spettacolo porta tra la gente le storie ironiche e anche drammatiche di quattro anziani che si ritrovano in balera a capodanno. Il linguaggio è semplice e le storie raccontate potenzialmente vicine ad un abitante di una casa popolare. Ma il pubblico non è composto per la maggioranza da abitanti. Gli abitanti di quel caseggiato non scendono, stanno alla finestra, nascosti dietro alle tende, oppure attraversano il cortile frettolosamente con il cellulare in mano, interrogandosi sul perché sia necessario il teatro più di un intervento strutturale che migliori le loro case.


Portare la cultura nei territori densi di complessità, che sia questa in forma di teatro, arte, poesia, musica non è mai facile, anzi è cosa molto complessa e anche ambiziosa che ha a che vedere con il fatto che la cultura, come la intendiamo noi privilegiati che possiamo permetterci di rimanere aggiornati accedendo a programmi, festival, cinema, concerti e iniziative di livello, è inaccessibile alle persone più povere, italiane o straniere che siano e che vivono forti complessità sociali. A partire dal fatto che, per la nostra società, essere poveri spesso è una colpa.


Di certo, in questa disparità gioca un ruolo importante la questione geografica: il divario Nord-Sud rimane ancora marcato. Le regioni settentrionali mostrano tassi di partecipazione culturale molto più elevati rispetto al Sud e alle Isole. Poi conta anche il titolo di studio, chi possiede un livello d’istruzione superiore o universitario partecipa significativamente di più ad attività culturali rispetto a chi ha livelli di scolarizzazione più bassi. I giovani tra i 18 e i 34 anni sono i più attivi culturalmente, ma la fascia over 60 mostra un interesse crescente per alcune forme di cultura come musei e teatri.


Il reddito, inoltre, è uno dei fattori principali che determina l'accesso a cinema, concerti, mostre e altri eventi culturali da cui rimangono escluse le famiglie a basso reddito: circa il 60% delle famiglie con difficoltà economiche non può infatti permettersi attività culturali.


Nelle zone rurali, come nelle periferie profonde delle città, vi è una notevole mancanza di infrastrutture e servizi culturali adeguati, soprattutto nel Sud Italia. A questo si aggiunge la questione legata agli immigrati e alle minoranze: nonostante alcune iniziative di integrazione culturale, la partecipazione delle comunità migranti resta bassa, spesso a causa di barriere linguistiche ed economiche.


E non aiuta l’aumento dei prezzi dei biglietti di cinema, teatri e musei, che è un deterrente per molti. Nonostante la crescita delle offerte culturali online, l’accesso è limitato per alcune fasce di popolazione che non dispongono di dispositivi o connessioni adeguate. Infine le attività scolastiche extracurriculari legate alla cultura (visite a musei, spettacoli teatrali) sono ridotte, in particolare nelle scuole di periferia.


Molte sono le iniziative, anche promosse dalle amministrazioni stesse, che vengono incentivate nelle pieghe delle città, non c’è dubbio. Ci sono bandi – purtroppo molto rigidi e con linee guida molto precise – per incentivarle, il rischio però è che attraggano pubblici altri che non vengono da quelle parti di città e che, date le complessità di quei bandi, favoriscano strutture culturali consolidate invece di promuovere realtà minori e meno strutturate dal punto di vista formale, anche se più capaci di aggregare comunità territoriali.

Dove il costo della vita è molto alto, le realtà underground nate nelle periferie sono costrette a chiudere

D’altra parte, tante sono anche le realtà dal basso: associazioni, reti, organizzazioni che sempre più faticano a stare nel territorio. In città come Milano ad esempio, dove il costo della vita è molto alto a fronte di stipendi sempre uguali, le realtà underground nate nelle periferie per promuovere cultura dal basso sono costrette a chiudere oppure, per rientrare dei debiti per ristrutturazioni o per co-finanziamenti anticipati e sostenere costi fissi, ad alzare i prezzi di bevande e cibo, di fatto escludendo parte della popolazione per cui quelle realtà si sono costituite.


A questo si aggiunge il fatto che tanti di quei centri sociali che mantenevano un'offerta più popolare sono stati chiusi, invece di diventare parte di un progetto culturale diffuso, coraggioso e riconosciuto, come accade ad esempio in posti come Rotterdam o Berlino dove gli spazi occupati possono diventare luoghi di risorsa per biennali d’arte, residenze d’artista, concerti. D’altra parte, per costruire un scena culturale adatta a tutti, non solo per chi ha il privilegio di poterla vivere, serve porsi delle questioni anche politiche, oltre che sociali.


Cesare Moreno, maestro di strada con base a San Giovanni Barra (periferia napoletana ai piedi del Vesuvio), da anni lavora per costruire un’alternativa alla scuola, fuori dalla scuola, e rispetto a questo ha un pensiero molto lucido. Lui sostiene che la periferia si riferisca solo a se stessa. E che ci sia un nucleo di piccola e media borghesia che si è arrogata il diritto di parlare a nome della città e lo ha fatto con le canzoni, con la letteratura, il cinema.


Il problema fondamentale della periferia, secondo il suo pensiero, è quello di non avere voce propria nella scena pubblica e di stare in quella scena solo per le cose negative. “Pensa se la borghesia stesse sulla scena pubblica tutte le volte che uno ammazza la moglie o la picchia, tutte le volte che va in galera perché ha rubato, tutte le volte che sta sotto inchiesta. Se noi parlassimo della borghesia solo quando fa cose negative la borghesia risulterebbe senza voce. Invece viceversa la borghesia parla perché scrive le poesie, fa le mostre d’arte, fa le sculture, fa le canzoni”.


Quello delle periferie, in sostanza, è secondo lui un problema narrativo. Se la periferia potesse, attraverso i suoi strumenti, le proprie capacità e il proprio linguaggio riprendere voce, anche l’offerta culturale sarebbe più equamente redistribuita.


La scuola ha un ruolo fondamentale. Sempre Moreno sostiene che l’idea di molti insegnanti o dirigenti che la periferia possa diventare importante nella misura in cui riesce ad imitare i ricchi è profondamente sbagliata. La sua riflessione è importante perché dobbiamo interrogarci sui linguaggi che, senza volerlo, rischiamo di imporre pensando che, siccome sono i nostri, sono quelli giusti. Pensando che quei format vadano bene ovunque, colonizzando. Dimenticandoci che una parte sociale meno agiata diventa importante nel momento in cui è capace di parlare di sé, affermando il proprio sguardo, la propria visione, il proprio linguaggio e i propri mezzi. Anche quando quei mezzi sono come TikTok, sono i mezzi più democratici da osservare.


Avremmo inoltre un grande bisogno di attivare spazi di formazione diffusi, dove mettere a disposizione competenze, strumenti, attivare scambi semplici e umani basati su un’idea diversa di “scuola popolare”, creando dinamiche di scambio tra il dentro e il fuori, attivando la vita tra le case incoraggiando talenti, passioni e desideri.


E forse dovremmo iniziare da un gesto molto semplice, facendo un po’ come Mario Soldati, che alle feste di paese si metteva a distribuire libri discutendo con donne e uomini di età differenti, e rivolgeva loro una semplice domanda: “a te cosa piace leggere?”. È solo così che la cultura può tornare ad essere una grande azione libera e politica, al di fuori da regole, capace di vivere anche oltre gli spazi istituzionali. Tornando ad essere uno spazio di desiderio per tutti, dalla portinaia all’avvocato.


Foto di Georgi Kalaydzhiev su Unsplash


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